Il mio corpo fu violentato un’altra volta

2008-05-31

Ho avuto un’infanzia traumatica. Mio padre abusava sessualmente di tutti e tre noi figli, e maggiormente di me. Quando mia madre e mia sorella tentavano di resistere, lui era così sistematico, sprezzante e meschino che prima mia madre e poi mia sorella divennero psicotiche. Vidi mio padre pagare 600 dollari in contanti per far abortire mia sorella. Mia madre tentò di uccidermi. Non pensavo di avere alcun tipo di valore o diritti o che i miei sentimenti avessero valore o dovessero essere creduti o seguiti.
Era l’ottobre del 1972. Ero sposata da circa quattro mesi. Stavo usando metodi contraccettivi ma non funzionarono. Volevo il bambino ma mio marito no. Mio marito era a scuola ed io stavo mantenendo entrambi così pensai che il mio desiderio di avere il bambino fosse egoista ed irragionevole. Mio marito mi trascinò da Planned Parenthood [industria abortista americana che effettua ogni anno centinaia di migliaia di aborti], dicendo: “Non è per abortire, è solo per parlare, per avere delle opzioni”. L’assistente di Planned Parenthood mi urlò in faccia, chiamandomi immatura ed accusandomi di giocare perché resistevo all’idea di abortire. Lei mi disse che avrei dovuto abortire immediatamente perché dopo otto settimane diventa più complesso e pericoloso. Sarei volata a New York, dove gli aborti erano legali, ed avrei abortito là. Non c’era tempo per pensarci.
Pensavo che il mio desiderio di avere il bambino fosse egoista. Mio marito e l’assistente sembravano considerarmi male. Pensai: Mio padre non mi ha voluta; mio marito non vuole questo bambino. Mio padre prendeva a calci mia madre; mio marito mi picchia quando si arrabbia. Entrambi abbiamo avuto violenze sessuali nella nostra storia. Il mio intero essere disse “NO!” alla possibilità di ricreare la mia infanzia. Così acconsentii all’aborto.
Volai a New York. Il furgone dell’aborto ci prese all’aeroporto. Ero così sconvolta di tutta la traversia che la mia temperatura salì a 37,8° e misero un segno (T=37,8) sulla cartella che mi portavo dietro. Andammo in varie stanze. Nella prima stanza scrissero la mia storia ed i dati vitali. La seconda stanza era aperta e piena di letti – niente sipari né tramezzi, nessuna riservatezza. Fummo tutte messe in fila e ci fecero l’iniezione. Era clinicamente ben fatto ed impersonale. Chiesero ciascuna di noi se volevamo la peridurale o l’anestesia generale. Scelsi l’anestesia generale per evitare tutto ciò che potevo di questa esperienza. Mi svegliarono e mi dissero di camminare per smaltire l’anestetico più velocemente anche se mi sentivo ubriaca e dolorante. Mi portarono in un angolo e mi spiegarono che siccome ero RH negativa, dovevano farmi un’iniezione. Fummo poi ammassate in un’altra stanza e ci diedero istruzioni di non fare sesso o bagni per sei settimane e che potevamo avere “sintomi come quelli delle mestruazioni” fino a sei settimane dopo. Ci diedero lezioni sulla contraccezione in modo che non capitasse più. Tutta l’esperienza fu vergognosa anche nell’offuscamento del torpore. Il furgone dell’aborto ci riportò all’aeroporto. Siccome ero tra le prime, andai su uno dei primi aerei. Quando mio marito mi trovò che girovagavo per l’aeroporto, mi manifestò paura che io avessi fatto marcia indietro dalla procedura.
È molto difficile per me separare gli effetti dell’aborto e della violenza sessuale. Sento l’aborto come un’estensione della violenza sessuale. Credevo di non avere diritto di prendere la mia decisione; il mio corpo fu violentato un’altra volta dalle preoccupazioni egoistico di qualcun altro. Il movimento femminista lavorava duramente per la legalizzazione dell’aborto allora. Penso ora che fu questa la ragione per cui io fui spinta così duramente dall’assistente di Planned Parenthood. Avrei potuto dire “no” a mio marito ed avrei potuto dire “no” all’aborto, ma non avevo risorse per nessuna di queste due cose.
Non riuscivo a rimanere incinta dopo l’aborto. Non so se fu per via del danno fisico o del trauma psicologico. Ho avuto una serie di gravidanze isteriche nei cinque anni seguenti l’aborto.
Penso che l’aborto abbia ucciso il mio matrimonio. Qualcosa è morto in me e mi distaccai e (anche per altre ragioni) smisi di fidarmi di mio marito.
Divenni cattolica circa sei anni e mezzo dopo l’aborto, forse attraverso l’aborto. Mio marito si stancò del mio desiderio di un bambino, e mi spinse ad andare all’università. Allora ebbi la mia prima esposizione alla Cristianità. Durante il terzo anno andai a messa. Compresi di aver trovato la mia casa e niente poté impedirmi di diventare cattolica, neanche le forti obiezioni di mio marito. Se ne andò. Dopo alcuni mesi il divorzio fu definitivo, entrai nella Chiesa Cattolica.
Poiché Dio mi ha portato nella Sua Chiesa dopo l’aborto, so che Egli mi ama e non me lo rinfaccia. Sebbene io rimpianga fortemente l’aborto, non sento un grande senso di colpa, non conoscevo Dio, ho fatto la mia scelta in mezzo a distorsioni ed a mancanza di risorse. Ho pregato per il bimbo che non è mai nato. Il dolore è allo stesso tempo sottile e stupito. È difficile separarlo dall’altro trauma. A volte mi sembra che l’aborto abbia avuto un piccolo effetto, ma quando lo tocco, piango lacrime profonde e senza fine e a volte torno ad avere quella misteriosa temperatura di 37,8 gradi.
Ho cercato guarigione da un prete, una suora ed un terapeuta. Fui ancor più ferita dal prete e dalla suora. Il terapeuta mi aiutò molto in generale ma non per le ferite specifiche dell’aborto. Penso che i professionisti non comprendano gli effetti dell’aborto, me inclusa.
Poiché non ho avuto il bambino, non potei rimanere incinta dopo, e mio marito se ne andò perché volevo essere cattolica, e sono totalmente sola. Vivo sola, passo le vacanze sola, sono sola quando sto male o sono ferita. Penso che Dio abbia usato l’aborto per portarmi a Lui (Dio è sorprendentemente meraviglioso!) e questo ha cambiato ogni cosa per il meglio e ha reso i sentimenti degni di essere provati e la vita degna di essere vissuta . (“O felice colpa!”)

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudiesb/casestudy1743.htm


3 commenti:

Anonimo ha detto...

Una storia più che triste - tanto da sembrare quasi finta... Dopodichè, il valore dell'aborto non viene comunque messo in dubbio: spesso, è più che necessario.

agapetòs ha detto...

Reputo il suo un singolare punto di vista, relativamente cioè alla presunta e frequente "più che necessità" della soppressione in utero di un figlio.
Grazie comunque per il commento.
G.

anfra ha detto...

ciao, ho 26 anni il tuo racconto mi ha colpito e anche strappato una lacrima, ascolta anche nella chiesa cattolica c'è tantissima gente compreso pretiche aiutano davvero, intanto non sei sola dio è con te... due visto che fai le vacanze da sola vieni a trovarmi ti alscio la ma e-mail ti faccio conoscere delle persone compreso me che ti possono aiutare... scrivimi angy_russo@libero.it