Anna
2013-03-07
di Cinzia Baccaglini
Anna mi viene inviata da un amico sacerdote. Il Giovedì Santo, nel giorno in cui avrebbe dovuto partorire, è andata a confessare il suo aborto volontario. È stata la liberazione di un peso di cui non poteva parlare con nessuno.
Il marito l’aveva costretta facendola accompagnare da una persona estranea sia al consultorio sia all’ospedale. Anna racconta la sua sottomissione a quel marito che già in passato aveva provato a farla abortire.
Ora però sua madre, che l’aveva aiutata in passato, era lontana e malata. Per Anna il non essere stata in grado in quel momento di scappare, di andare come nei sogni ricorrenti a sbattere i pugni nel portone della Chiesa, è una colpa. Chiusa nel suo dolore, chiusa nella rabbia verso il marito, pensa al suicidio, comincia a non mangiare. Poi il racconto duro dello svolgimento dei colloqui (dove la persona estranea l’aveva zittita parlando lei con i sanitari) e dell’aborto. Per punirsi Anna non ha voluto alcun tipo di anestesia. Ha visto tutto, ha sentito tutto, ha vissuto il dolore fisico in diretta. Ha visto cosa le veniva aspirato, ha visto il colore del suo sangue e del sangue del suo piccolo…e piangendo continua a dire: “non è vero che non c’era niente, c’era mia figlia”. Il suo racconto è intercalato da nausea, vomito, pianto, disperazione. Urla “Ho ucciso mia figlia…sì lui me l’ha fatto fare, ma IO sono colpevole”.
Ha cercato negli occhi del personale sanitario qualcuno che le chiedesse il perché della scelta della non anestesia, per poter dire che quel bimbo lei lo voleva ma era sotto ricatto morale ed economico del marito. Abituata ai tradimenti, con sensi d’inferiorità per la sua precarietà fisica, era lì in sala operatoria: voleva parlare ma taceva, la guardavano, le davano della pazza masochista, ma non le chiedevano il perché: non si è fermata la macchina infernale.
Dopo 20 minuti d’insopportabile dolore sembrava che tutto fosse finito. Ma “C’è ancora della roba” afferma il dottore: e il rumore dell’aspiratore ricomincia. Anna esce dalla sala operatoria e nel corridoio inveisce contro suo marito: “Mi hai fatto squartare come un maiale!”
Lentamente nel tempo Anna recupera le energie, guarda i suoi 3 figli e cerca Chiara che non c’è ma che sogna ogni notte. Prende
coraggio e distanze dal marito. Gli parla duramente e francamente. Il marito le dice che lui si era andato a confessare da qualcuno che poteva togliere la scomunica subito. Non come lei che si era scelta uno che non lo poteva fare. Di nuovo trattata da stupida, da inferiore, “da carne da macello”. La psicoterapia si accompagna a un percorso spirituale. Comincia a dire chiaro e tondo quello che pensa sull’aborto a tutti, fino a quando incontra un’amica di circa 40 anni, alla prima gravidanza, che vuole abortire. Anna le sta vicino, cerca di farle capire l’importanza di quella creatura e dell’immenso dolore dopo un aborto. L’amica sparisce e Anna non pensa più che sia per colpa sua se qualcuno la lascia… ha detto e fatto ciò che era giusto. Qualche mese dopo incontra l’amica che appoggiando la mano di Anna sulla sua pancia le dice: “Ti presento Chiara!”. A quel punto piangono insieme. L’amica per la gioia di aver accettato la sua creatura.
Anna perché ha trasformato il suo immenso dolore silenzioso e ancora vivo in motivo di vita per sé, per la memoria della sua Chiara e per la Chiara che riuscirà a vedere la luce.
Prolifenews.it: Anna
Il mio bambino - Irene van der Wende
2013-03-03
Una toccante canzone scritta da Irene van der Wende (qui la sua testimonianza).
Questo è il testo, tradotto in italiano:
IL MIO BAMBINO
Se solo avessi saputo
che il tuo cuoricino batteva,
se solo avessi visto
le tue braccine e gambine,
se solo avessi compreso
che eri una persona,
non ti avrei ucciso,
non ti avrei ucciso.
Mio dolce bambino,
sei un così grande tesoro per me,
ti ho portato in grembo
ma ho ascoltato le paure
e ora mi restano le lacrime.
Se solo avessi saputo
che il tuo cuoricino batteva,
se solo avessi visto
le tue braccine e gambine,
se solo avessi compreso
che eri una persona,
non ti avrei ucciso,
non ti avrei ucciso.
YaHWeH perdonami,
addio mio piccolino.
Copyright AbortionInformation.eu AbortusInformatie.nl
Composta e cantata da Irene van der Wende
Questo è il testo, tradotto in italiano:
IL MIO BAMBINO
Se solo avessi saputo
che il tuo cuoricino batteva,
se solo avessi visto
le tue braccine e gambine,
se solo avessi compreso
che eri una persona,
non ti avrei ucciso,
non ti avrei ucciso.
Mio dolce bambino,
sei un così grande tesoro per me,
ti ho portato in grembo
ma ho ascoltato le paure
e ora mi restano le lacrime.
Se solo avessi saputo
che il tuo cuoricino batteva,
se solo avessi visto
le tue braccine e gambine,
se solo avessi compreso
che eri una persona,
non ti avrei ucciso,
non ti avrei ucciso.
YaHWeH perdonami,
addio mio piccolino.
Copyright AbortionInformation.eu AbortusInformatie.nl
Composta e cantata da Irene van der Wende
Adesso il mio incubo si chiama RU486
2013-01-15
di Benedetta Frigerio
Mara (il nome è di fantasia) ha abortito utilizzando la pillola Ru486 due anni fa, quando ne aveva 26. Oggi che di aborto farmacologico si è ricominciato a parlare, dopo che l’Agenzia italiana per il farmaco ha approvato la commercializzazione della pillola, Mara scopre che quello che le è capitato non è un caso, che altre donne hanno sofferto come lei e che nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola. «Perché nessuno ne parla? Perché dicono di agire per il bene delle donne e ti spiegano che sentirai solo dei dolorini? Forse qualcuno ci guadagna qualcosa?», si chiede oggi questa donna che si dice a favore della libera scelta delle donne in tema di aborto.
Quasi avida di sapere tutto ciò che riguarda il “farmaco incubo” (così lo hanno chiamato in Cina dopo averlo ritirato dal mercato perché troppo pericoloso), Mara accetta di raccontare la sua storia a Tempi perché «spero che si faccia un’indagine su quello che fanno negli ospedali». «Per abortire mi sono rivolta al Centro salute donna di Piacenza, lì lavora la dottoressa che mi ha proposto la Ru486. Durante il colloquio la possibilità dell’aborto chirurgico è stata appena accennata. Il medico diceva che era un metodo invasivo e che si corrono seri rischi d’infezione, mentre con la pillola sarebbe stato tutto più semplice e sicuro, al massimo avrei sentito dei fastidi». Che le cose non stavano proprio così Mara avrebbe dovuto scoprirlo sulla sua pelle. Prima della decisione dell’Aifa del 30 luglio scorso le diverse sperimentazioni della pillola (tra cui quella dell’ospedale di Torino guidata dal ginecologo radicale Silvio Viale) furono sostituite da una pratica che di fatto aggirava il divieto di vendita e prevedeva l’acquisto dall’estero della pillola in via nominale per ogni paziente. Un procedimento applicabile per certi medicinali non ancora in commercio in Italia ma approvati dall’Ente europeo per il controllo sui farmaci. «Non capivo, ma mi sono fidata com’è normale. Precisavano che la pillola sarebbe arrivata dalla Francia e continuavano a ripetermi che sarebbe stata tutta per me. Mi dicevano: “Guarda, la confezione che compriamo è da tre pillole, ma è solo tua, ne usiamo una e le altre due le buttiamo”. Su questo dettaglio insistevano, come a sottolineare che a loro quelle pasticche costavano ma lo facevano per me». A distanza di tempo Mara ricorda stranezze a cui sul momento non diede peso. «C’era qualcosa di strano: la pillola non l’ho ingoiata in ospedale ma nel Centro salute donna. Due giorni dopo sono tornata per prendere altre medicine. La dottoressa mi aspettava al Centro per accompagnarmi lei in ospedale. Mi fece passare dal retro come per non dare nell’occhio e appena arrivata mi mandò a firmare un foglio, così, diceva “risulti ricoverata in day hospital ma in realtà torni a casa”. Subito dopo mi hanno somministrato il secondo farmaco, stavolta per via vaginale. Erano delle pastigliette».
«DA SOLA SAREI MORTA». Il farmaco in pastiglie che in questi casi viene somministrato per via vaginale è il Cytotec. Un tempo usato nei casi di ulcera e in grado di provocare contrazioni, oggi è sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali. Anche questo dettaglio Mara lo apprende soltanto ora. «La parte peggiore è stata quando sono uscita: non appena salita in macchina ho incominciato a sentire delle fitte insopportabili, mi sentivo venir meno e penso sempre che se fossi stata sola forse non sarei qui, probabilmente mi sarebbe capitato un incidente. Fortunatamente c’era il mio ragazzo. Altrimenti come avrei fatto a salire le scale su cui sono svenuta? Chi mi avrebbe accudito quando sono entrata in casa vomitando per ore con sbalzi ormonali pazzeschi, sensazioni di freddo e caldo continue e tachicardie ripetute, mentre la violenza delle contrazioni mi piegava in due? E i giorni seguenti quando sono dovuta rimanere a letto come avrei fatto ad andare in bagno o anche solo a mangiare?». Spaventata, Mara pensa che qualcosa sia andato storto o di avere avuto una reazione allergica. «Chiamai la dottoressa che mi disse di tornare in ospedale solo nel caso di perdite emorragiche prolungate. Ho scoperto dopo che teoricamente dovevano farmi degli esami perché non tutti riescono a tollerare la pillola, ma a me di esami non ne hanno fatti». In effetti la procedura prevede di verificare l’assenza di ipertensione, aritmia, asma e allergia alle due pillole. In realtà i disagi subiti da Mara rientrano perfettamente negli effetti collaterali provocati dalla pillola. Un caso simile viene raccontato a Tempi da Graziella, cofondatrice e volontaria del Centro d’aiuto alla vita di Trento. «Due anni fa – spiega – una donna rumena venne qui e ci disse che voleva abortire perché era in Italia da sola e non sarebbe riuscita a prendersi cura di quel figlio. Noi le spiegammo che l’avremmo sostenuta sia economicamente sia fisicamente, ma in lei vinse il sospetto che dietro quella gratuità si nascondesse qualche interesse e decise di interrompere la gravidanza. Andò all’ospedale Santa Chiara dove le proposero la Ru486 come il metodo più innocuo». La voce di Graziella si fa più acuta, a tratti rotta: «Quando la richiamai mi raccontò che era spaventata per le perdite continue. Le dissi di tornare in ospedale. Andò avanti così per giorni ripetendomi continuamente “sto da cani, sto da cani”. Poi, dopo qualche giorno, è scomparsa e non so cosa le sia successo. Mi viene una rabbia che non so frenare quando penso a come trattano queste donne», conclude Graziella. La rabbia sale anche a Mara che non capisce «come mai queste cose non siano rese pubbliche e nemmeno quale sia l’interesse a tenerle nascoste, quando sarebbe semplicissimo fare dei controlli per sapere cosa è successo alle tante che hanno abortito con quel farmaco».
NON SOLO DOLORE FISICO. Anche sul web non è facile trovare le storie di chi ha sofferto per la somministrazione della Ru486 in Italia. A Mara mostriamo un articolo apparso su La Repubblica di Firenze il 28 febbraio del 2008, che non è facile trovare in rete. Mara lo legge con attenzione, velocemente, mostrando di nuovo quella voracità di conoscere la storia di altre donne che hanno abortito come lei. L’articolo racconta di una ragazza che ha usato la Ru486, anche a lei è stato somministrato il Cytotec. «Con quel farmaco – dice la ragazza a Repubblica – ti rendi conto di tutto. È dura, capisci quello che fai e lo fai con le tue gambe. Sono state quelle settantadue ore il momento più difficile, ti resta addosso qualcosa. In quei giorni hai sentito suonare un campanello d’allarme, che ti ha messo in guardia perché stavi impedendo all’organismo di concludere una cosa che avevi iniziato». C’è una parte molto peggiore del dolore fisico, ammette Mara. «C’è qualcosa di peggio. È stato quando sono andata in bagno per una semplice pipì, lì ho espulso tutto e ho visto il feto». Mara sgrana gli occhi, aprendo le mani come se avesse tra le dita un gomitolo. «Era grande così e non me lo dimenticherò mai». «Ci pensa spesso?», le domandiamo. «Sempre. Soprattutto al momento in cui ho visto il feto. Lì sei veramente sola anche se c’è qualcuno che ti sta a fianco, perché sei tu che hai dentro un figlio e sei tu che sei stata felice in quei mesi in cui te lo sentivi dentro». «Noi donne – è convinta Mara – siamo fatte anche fisicamente per la maternità, il nostro organismo sta bene quando ospita, e quando abortisci e induci le contrazioni gli fai fare qualcosa che è contro la sua natura. Ti tiri via una parte di te e ti senti svuotata. E sono convinta che con la violenza dell’aborto farmacologico lo senti anche di più». Dev’essere per questo che la ragazzina di Empoli che un anno fa ha abortito con la Ru486 non vuole parlare con Tempi e la sua mamma che si era aperta alle volontarie del Cav della città ha poi deciso di tacere: non se la sentiva più di ripercorrere un’esperienza così dolorosa. «Credo che sia così», risponde Mara risollevando lo sguardo. «Non si parla tranquillamente di una cosa del genere, anche la mia storia la conosce appena il mio ragazzo». Mara ha deciso di parlare con Tempi, sapendo che non sarebbe stato facile rivivere quell’«esperienza che ti porti addosso per sempre, perché spero davvero che la mia storia serva a far sapere la verità su questa pillola».
Adesso il mio incubo si chiama Ru486
Una sofferenza incommensurabile
2012-11-04
di Katrina Fernandez
L'adesivo diceva: “Un aborto non ti rende non-incinta, ti rende madre di un bambino morto”. La parola “madre” mi ha colpito perché “madre” è una parola tanto potente. Essa evoca molti significati, e quando una donna lo diventa, lei è fondamentalmente cambiata. “Fare da madre" come verbo significa nutrire, prendersi cura e proteggere. “Madre” come sostantivo significa una persona di sesso femminile che è incinta di o dà alla luce un bambino, o una persona di sesso femminile il cui ovulo si unisce con lo spermatozoo, e da questo consegue il concepimento di un bambino.Secondo questa definizione, se sei mai stata incinta sei una Madre. Anche se hai abortito sei ancora una madre... una madre in lutto.
“Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più.” (Matteo 2,18).
Non c’è consolazione per la madre che perde un figlio; avrà il lutto nel suo cuore per il resto della vita. L’aborto, tuttavia, non solo priva un bambino della propria vita e una madre di suo figlio, priva anche la madre del suo lutto. Lei non è autorizzata ad essere in lutto perché non può rivendicare pubblicamente il titolo Madre.
I sostenitori dell’aborto non ammetteranno mai che una donna post-abortiva è una madre, perché ammetterlo riconoscerebbe il fatto che una volta c’era un bambino. Non un mucchio di cellule, ma un bambino vivo molto reale. Quando le ragazze hanno le prime mestruazioni non sono chiamate madri di un mucchio di cellule, eppure così tante persone credono davvero che un aborto sia come avere una mestruazione pesante o l’espulsione di un grande coagulo mestruale. È così che mi fu descritto quando mi trovai nella loro clinica quindici anni fa. Due anni dopo, quando sono tornata ad abortire per la seconda volta, la menzogna non era cambiata.
Per quindici lunghi anni ho vissuto con il dolore, la vergogna e il senso di colpa associati al mio passato. In quel periodo ho sperimentato negazione della realtà, rabbia e depressione. Fu solo con la mia conversione al cattolicesimo che finalmente cercai la riconciliazione di cui la mia anima aveva bisogno. Una volta ricevuta la grazia del perdono mi è stato affidato il successivo compito più importante della mia vita... raccontare a tutte le donne che posso quanto l’aborto sia orribile, malvagio e spregevole.
Tuttavia, mi son voluti altri sei anni per trovare il coraggio. Per raccontare onestamente la verità dovevo riconoscere il mio passato e per fare questo le parole mi mancavano. Oggi scrivo di questo passato in modo da ammettere finalmente ciò che ho fatto e compiere le riparazioni necessarie per i miei crimini, in modo che altri possano sapere quanto l’aborto fondamentalmente distrugga l’anima.Scelgo questo giorno per trovare la mia voce.
Ecco la verità che per tanti anni ho negato e tenuto nascosta: ho ucciso due dei miei figli, derubato i miei genitori di nipoti e ucciso i fratelli di mio figlio. Questi aborti hanno causato direttamente una condizione medica conosciuta come “cervice incompetente” che ha portato alla nascita prematura di un altro figlio che è morto dopo una settimana di lotta nel reparto di terapia intensiva neonatale nel 2001. La sofferenza che ho sopportato e ho causato agli altri è incommensurabile e il senso di colpa mi ha quasi spinto al suicidio. Io sono una vigliacca sotto ogni aspetto.
Ero una codarda nella mia giovinezza, incapace di assumermi le responsabilità della mia condotta sessuale e sono una codarda oggi perché non ho parlato onestamente contro l’aborto per così tanti anni. Ho mancato di gridare dal più alto edificio tutte le brutte verità perché ogni orecchio ascoltasse. Ho cercato di aiutare un’amica, una volta che stava pensando all’aborto, ma allora potevo dire solo quanto non svelasse il mio orribile, terribile segreto. Alla fine, col trattenere le informazioni non riuscii a convincerla altrimenti e lei abortì. Con il mio silenzio l’ho tradita.
Non voglio più essere una codarda. In questi tempi, nessuno può permettersi di essere un codardo. Il prezzo del nostro silenzio viene pagato con il sangue di milioni di bimbi innocenti abortiti. Questo è un male deplorevole e deve finire ora.
Le donne, le donne americane che hanno abortito, saranno quelle che faranno il passo più grande contro l’aborto e cambieranno il cuore della nazione. Ora, in questo anno di elezioni, è ora di alzarsi e condividere onestamente, nei dettagli strazianti e senza censure, che cosa succede alle donne quando abortiscono e il modo in cui cambiano per sempre, nella speranza che nessuno soffra lo stesso dolore. Sono stato zitta per troppo tempo.
Vi prego di perdonare il mio silenzio e mi scuso per lo scandalo che queste parole possono causare. Vi prego, sappiate che qualunque cattiva opinione abbiate di me, essa impallidisce in confronto all’opinione che ho avuto di me stessa.
Katrina Fernandez è una scrittrice e convertita al Cattolicesimo che cura un il blog The Crescat, dove questo articolo è apparso inizialmente.
I killed two of my children: fifteen years later and silent no more
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L’assurdo silenzio che circonda il postaborto
2012-09-20
Intervista a Cinzia Baccaglini, psicologa e psicoterapeuta con una particolare competenza ed esperienza nell’ambito della sofferenza post-abortiva.
1) D.ssa Baccaglini, la sua esperienza professionale e la sua esperienza di vita quotidiana si completano a vicenda nell’armonia del dare, dell’ascoltare, del pregare. La forza di aiutare tante donne nel dolore provocato da un aborto volontario, la trova in Dio o nella scienza, oppure in entrambe?
Inevitabilmente in entrambe. Non avrei mai pensato fino a qualche anno fa di entrare in questo campo della sofferenza, del tabù della morte, della bara toccata quotidianamente, di una bara che non si vede ma che è dentro alle persone coinvolte in uno o più aborti volontari. E gli strumenti per lenire questa sofferenza arrivano certamente dalle scienze psicologiche, dagli studi fatti. Come sempre però possedere degli strumenti non è garanzia né di saperli usare né di avere la forza di continuare a farlo. Quindi se da un lato c’è la scienza, dall’altro il modo di usarli, la costanza di usarli, la speranza da dare a queste persone mi arriva da un orizzonte più alto che inevitabilmente non schiacci anche me. Difficilmente di fronte ad un bimbo abortito le persone coinvolte sentono che questo bimbo non fosse niente , è andato in niente, nel nulla, è sparito e quindi inevitabilmente pensano che sia da qualche parte, nel Cielo, nel luogo nascosto per eccellenza non necessariamente in senso cattolico apostolico romano. Ma continuare a dare speranza, ascolto uno lo fa se si sente ascoltato, se ha in chi riporre una speranza altra e quando si tratta di avere a che fare con la morte questo ascolto e questa speranza è Gesù Cristo che si è incarnato per ognuno di noi, che si è fatto embrione, per cui così come in ognuno di noi c’è l’immagine e la somiglianza di Cristo anche se coperta, nascosta, c’è anche in ognuno di quei bimbi concepiti. Lui che è riuscito a nascere nonostante tutte le sue difficoltà e le difficoltà dei suoi genitori, ha condiviso con noi la vita terrena, ha patito, è stato ucciso per la Verità, per riscattarci ed è Risorto, ha vinto la morte. Certo una visione del trascendente non imposta alle persone che incontro ma vissuta e semplicemente proposta con la libertà da parte di tutti di accoglierla o meno.Il come e il perché lo faccio sta tutto qui.
2) La sindrome post-aborto conduce le donne e, spesso, anche gli uomini-partner, in un vortice emotivo molto forte. Quale filo conduttore, si potrebbe dire, le ricollega tutte le une alle altre?
Il fatto che l’aborto non è solo un intervento chirurgico o chimico. È la separazione delle nostre sfere fisiche, psichiche, spirituali. È una ferita profonda del non amare e non sentirsi amati e quando questo verme intacca profondamente le relazioni intrapsichiche e verso l’esterno continua a produrre divisioni, separazioni, malessere sia nella vita personale che nella vita di relazioni come un vortice che trascina verso la morte, la distruzione, il senso di colpa, l’inquietudine. Quel bimbo abortito se non riconosciuto come volto umano del concepito, di quel figlio, con quello che gli è stato fatto continua ad essere un bambino fantasma, un bambino persecutorio, un malessere magari non riconosciuto subito di una assenza-presente ma che si riverbera nella vita di tutti i giorni.
3) Ci può ricordare qualche caso particolare, qualche testimonianza che le è rimasta profondamente nell'anima?
Tutti i miei ‘casi’ sono particolari, singolari poiché sono tutte persone che a vario modo soffrono per questo. Questo è un altro punto fondamentale. Quando qualcuno mi regala la sua storia per essere aiutato diventa per me un compagno di viaggio di questa umanità sofferente. Posso, in tutta umiltà dire che ricordo tutti i nomi, i visi e le storie delle persone che ho incontrato in questo viaggio. Ma capisco che forse una testimonianza può essere d’aiuto alla comprensione di ciò che sto dicendo. Per cui lascio a una di loro il racconto.
Giulia ha solo 27 anni, ma alle spalle della sua breve vita ha già due aborti volontari, effettuati a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, il primo a 17 ed il secondo a 18 anni, ed una depressione scatenata da queste scelte che le ha minato progressivamente le relazioni interpersonali, il lavoro ed il corpo fino a portarla, più volte, sull’orlo del suicidio. È stato per anni pieno di brufoli il bel viso di Giulia: come quello di un adolescente anche quando adolescente non lo era più. I suoi capelli neri e lucidi si erano diradati innaturalmente. La sua mente faceva irrigidire il corpo quando si trattava di accettare baci ed abbracci. E un bel giorno persino le sue braccia avevano pensato di tradirla rifiutandosi di funzionare anche per gesti semplici come fare il caffè. Non si affrettino i ben pensanti ad attribuire una sindrome post aborto così profonda alla morale ecclesiale, perché all’epoca Giulia non frequentava la Chiesa. Ed era così lontana dal pensare che una cosa legale come l’aborto potesse avere effetti tanto devastanti nel vissuto di una donna che ci ha messo anni a capire che l’origine del suo male oscuro era proprio lì, in quel “grumo di cellule”, come le ripeteva chi aveva vicino, che per alcuni mesi le erano cresciute in grembo e che ad un certo punto, senza avere piena coscienza di quanto si accingeva a fare, ha acconsentito a far strappare da sé. Oggi sta bene, e i suoi occhi sono tornati a brillare di quella solarità connaturale al suo carattere semplice e dolce. Ma perché le cose potessero andare a posto c’è stato bisogno di un lungo lavoro. Non per dimenticare e liberarsi di ingiustificati sensi di colpa: la ricetta dei politicamente corretti. Ma per ammettere la gravità del gesto commesso, elaborarlo e rendersi conto che ad essere sbagliata non era lei, ma la scelta fatta. Una scelta avventata per impedire la quale praticamente nessuno allora intervenne, strutture pubbliche comprese (forse per non influenzare l’esercizio della “libertà”? Per routine?), e che se fosse stata informata, emotivamente non così sotto pressione, sostenuta psicologicamente, indirizzata a strutture di supporto, se avesse saputo che il bambino si poteva lasciare anonimamente in Ospedale, se, se, se, “non avrei probabilmente fatto”, dice. Tempi stretti e anche una innegabile superficialità da parte di diversi operatori incontrati nel cammino, l’hanno portata così dritta a quella che considera “l’azione più grave che potessi fare nella mia vita”. Per Giulia è ancora oggi doloroso ricordare il Calvario di cui ella stessa è stata l’artefice, ma accetta di raccontare anche ad un giornale per “infrangere l’assurdo silenzio che attornia il dolore delle donne che hanno effettuato un’interruzione volontaria di gravidanza – spiega – e che la solitudine rende ancora più profondo. Le mamme, gli operatori devono sapere cosa vuole dire abortire, e se la mia testimonianza può servire ad impedire altri drammi non mi tiro certo indietro”. Tanto più che il vissuto di Giulia non è né più grave né molto diverso da quello di tante altre donne. Ed eccola la storia di questa ragazza, dura e a tratti quasi incredibile per la distanza tra quanto si afferma verbalmente e ciò che in realtà accade nell’iter delle donne verso l’aborto e nel cuore di chi si decide di esercitare questo “diritto” conquista della modernità. “La prima volta che sono rimasta incinta avevo 17 anni – racconta – Stavo con un ragazzo che in verità ero in procinto di lasciare perché violento. Non mi sono accorta subito del mio stato, perché non avevo il ciclo regolare ed era per me normale saltare un mese. Del resto non avevo notato nulla di particolare se non che mangiavo solo patate perché non mi andava altro. Poi un giorno vomitai violentemente per un odore intenso. Solo allora mi venne il dubbio e con immensa vergogna andai in farmacia a chiedere il test di gravidanza. Subito mi orientai verso l’aborto: perché ero molto giovane, non volevo che quel ragazzo fosse il padre dei miei figli e pensavo che una cosa legale non potesse essere sbagliata”. Quindi l’incontro con operatore del Consultorio che, responsabilmente, volle che Giulia, allora minorenne, parlasse prima coi suoi genitori (nonostante per la legge non sia indispensabile). “Mia madre fu subito d’accordo mentre ci volle di più per convincere mio padre. I tempi erano tuttavia stretti perché ero già allo scadere del terzo mese, il limite posto dalla legge italiana per l’aborto. In Consultorio, allora, mi fissarono d’urgenza l’appuntamento in Ospedale”. Nessuno psicologo né incontrato né proposto; nessuna delucidazione pratica sull’intervento; nessuno che le abbia citato l’esistenza del Centro di aiuto alla vita. Tempo trascorso tra la scoperta della gravidanza e l’intervento: 3 – 4 giorni. Una bomba emotiva. Quindi l’arrivo in Ospedale: era la mattina dell’11 settembre 2001: “Lo stesso momento in cui a New York cadevano le Torri Gemelle - evidenzia Giulia - Una singolare coincidenza che ha reso ancora più drammatico il ricordo di quel giorno”. Che peraltro non ha poi mai potuto fare a meno di vivere come anniversario, come nel caso della Pasqua per il secondo aborto, con tutto il dramma legato al rinnovo periodico del dolore. “In Ospedale parlai prima con una donna che penso fosse un medico – ricorda ancora provata – Mi trattava sgarbatamente, forse perché pensava che stessi per fare una cosa orrenda. Ma, mi chiedo oggi, perché non me lo disse e non fece nulla per impedirmelo? Io ero spaventatissima e confusa per l’intrecciarsi di paura ed emozione, anche perché sentivo di essermi già affezionata alla creaturina che cresceva dentro di me. Ebbi solo la forza di chiedere cosa mi avrebbero fatto durante l’operazione, ma ricevetti solo una risposta superficiale in tono sbrigativo, quasi mi stessi impicciando di ciò che non mi competeva. Ho appreso solo qualche mese fa, guardando su Internet, come si effettua un aborto nel primo trimestre, ovvero dell’aspirazione a pezzi del feto. Dei momenti successivi ho rimosso tutto. Mi hanno solo detto che non ho fatto altro che piangere. Nelle settimane a seguire, tuttavia, non notai nulla di cambiato in me”. Un dato in verità non strano, in quanto la sindrome post aborto matura non nel breve ma nel lungo periodo. “Pochi mesi dopo rimasi ancora incinta, di un altro ragazzo – prosegue il racconto – Mi accorsi ancora tardi del mio stato, perché avevo avuto comunque una sorta di ciclo”. Ed ecco la nuova avventura al Consultorio.
“Mi fissarono l’appuntamento a ora di pranzo, ma quando andai la dottoressa mi disse che era un brutto momento e che avremmo dovuto fare presto perché doveva uscire per la pausa. Mi toccò la pancia e mi disse che effettivamente ero incinta. Quindi mi indirizzò ad una clinica convenzionata per gli esami in vista dell’aborto. Nessuna ecografia, nessuno psicologo, nessun tentativo di dissuadermi”. Poi l’incredibile: “Al Consultorio non mi fecero fretta perché senza ecografia non mi avevano detto di quale mese ero. Quando arrivai in clinica ebbi dunque la sorpresa di sapere che mi trovavo al quarto mese e che non potevo più abortire. Mi misi a piangere e il medico mi disse che c’era comunque una soluzione: si poteva andare in Nord Europa dove gli aborti si praticano a pagamento fino al quinto mese, e che avrebbero provveduto a tutto loro. Viaggio aereo e alloggio compreso…il tutto a meno di un migliaio di euro. Avevo un’ora di tempo per decidere. Andai in cortile da sola e piansi ininterrottamente. Poi scelsi di procedere. Anche in questo caso nessun percorso alternativo suggerito dagli operatori e nessuna spiegazione sul metodo dell’aborto che, nel secondo trimestre, è un parto prematuro pilotato che per me fu in anestesia totale”. “Nella clinica estera nessuno parlava la mia lingua e si comunicava per gesti – ricorda ancora carica di dolore Giulia – Quando tornai ero così provata che mi erano cadute ciocche intere di capelli”. Mese dopo mese, poi l’arrivo della depressione, con incubi, progressiva chiusura in sé stessa, pianti continui. “Colori, odori, voci, c’erano mille cose che vivevo con ansia e dolore – dice – Poi ho capito che mi rimandavano agli aborti, e sono arrivata a collegare, anche per i sogni ricorrenti, che tutto il mio male derivava di lì. Comparirono anche pensieri terribili come: ‘ho ucciso e ora devo morire io’”. Poi il lieto fine, con la scelta di aprirsi ad un sacerdote e, poi, l’approdo ad una psicoterapia per sindrome post aborto: “Mi hanno fatto dare un nome a quei piccoli di cui sono stata anche se per poco madre. Non li ho mai visti ma sento che il primo era una femminuccia e il secondo un maschietto. Passo dopo passo ho imparato a convivere con il dolore senza che questo mi schiacciasse. Solo ammettere la gravità di quanto accaduto mi ha dato pace e ha riaperto i rapporti che prima rifuggivo, anche nei confronti dei bambini”. E conclude: “Non si può mascherare la realtà dell’aborto sostenendo che un bimbo nel grembo di una donna non è nessuno e che quindi si può liberamente buttare. Una mamma sa d’istinto che non è così, e non c’è ideologia che possa nascondere questa verità che emerge dal profondo dell’anima da ogni parte, come un fiume in piena, al di là della propria formazione e dei propri pensieri”.
4) Nelle sue relazioni, lei parla spesso anche delle famiglie, dei nonni, dei fratelli, di questi bambini che lei, giustamente, definisce “concepiti uccisi”. Quando la famiglia è a conoscenza dell’aborto come reagisce?
È difficile dare una descrizione univoca perché la reazione all’evento aborto è differente da persona a persona e da famiglia a famiglia. Anche sulla conoscenza ci sarebbe da dire molto. C’è chi sa, chi sa e fa finta di non sapere, chi non sa ma intuisce e chi conosce tutto ma non ha il coraggio di parlare. Per cui dovrò dare una descrizione generale. Noi tutti pensiamo all’aborto come a un fatto privato, una decisione che la donna assume in prima persona su di sé, e si delega l’uomo in una posizione marginale nel processo decisionale, comunque non determinante (Dogliotti, 1995).
Molte delle decisioni vengono prese senza che il partner sappia o con un suo atteggiamento pilatesco, ma per il vissuto del padre non è indifferente se è stato coinvolto o no, cioè se ha dovuto cedere alla decisione della sua compagna. Il sentimento dominante sarà quello di una profonda impotenza di fronte alla decisione della madre. Questo causerà frizioni intollerabili nella loro vita di coppia, portandoli spesso ad una separazione. E anche un senso di colpevolezza per non aver potuto impedire l’aborto. E, da ultimo, un senso di perdita di responsabilità, perché comunque il ‘padre’ non ha più niente da dire nel campo del concepimento e della salvaguardia del bimbo prima della nascita. Se l’aborto viene fatto alla presenza delle difficoltà a rendersi coppia relazionalmente ed emotivamente, se questa decisione intacca il ‘narcisismo di coppia’, se dopo l’aborto la mamma si chiude a riccio rivendicando attraverso l’isolamento l’essere stata costretta perché non aiutata o al contrario affermando che era solo affare suo aumentano esponenzialmente questi sentimenti. Un aspetto molto importante è se il padre si vive come maschio che trasmette il cognome, che porta avanti la generazione, se sente il ruolo del figlio come trasmettitore familiare che non ha potuto realizzare, qui spesso accade l’implosione della famiglia. Quando si parla di sofferenza postabortiva spesso si parla solo delle donne e a questi uomini chi ci pensa?
Vi sono pochi studi riguardanti gli altri figli già in vita e quelli successivi all’aborto.Su questo argomento viene incontro solo l’esperienza clinica, ma è abbastanza facile immaginare cosa deve pensare un figlio dei propri genitori quando viene a sapere che uno dei suoi fratelli o sorelle è stato ucciso da un medico su domanda esplicita della loro madre, con il consenso del padre. Il sintomo prevalente in questi bambini è un grande senso di insicurezza; una perdita di fiducia, accompagnata, talvolta, da senso di paura, d’avversione e persino di odio verso i genitori giudicati capaci di uccidere anche loro, dal momento che hanno osato uccidere un fratello o una sorella. I bimbi sanno che è successo qualcosa, che qualcuno è morto perché sono vivi loro, lo capiscono dall’ansia della madre se sono figli successivi, dai pianti nascosti se precedenti, capiscono che parte della responsabilità è loro, loro creavano problemi o sono nati per rimpiazzare, spesso infatti donne che hanno abortito cercano subito un altro bambino. Si sono evidenziati per i bimbi nati dopo un aborto aumenti di aggressività, abusi sessuali, abbandoni e queste fantasie di abbandono ci sono anche nei bimbi nati prima .Altro tipo di fantasia è quella di avere altri genitori. Spesso le domande che fanno sono molto semplici, dirette ma tragiche tipo : ‘Perché io sì e lui no? Potevo esserci io al suo posto’. A volte gli elementi arcaici della relazione primaria con la madre influenzano i sopravvissuti fino al punto estremo ‘non ho mai chiesto di venire al mondo, siete stati voi a mettermici quindi non è stata una libera scelta mia, l'unica cosa che mi resta da fare per riconquistare la mia autonomia è farmi fuori, suicidarmi, perdermi’. Un’altra riflessione da fare è a questo punto sull’aumento dei suicidi infantili e adolescenziali, gli abusi sessuali, l'aumento di giovani che si drogano, che si sballano e che non a caso si dice hanno perso il ‘senso della vita’. (Sindrome del sopravvissuto e la sindrome di Caino) E, infine, anche gli altri membri della famiglia, e in modo particolare i nonni. Questi ultimi vedono la discendenza più lontana, i loro nipotini uccisi dai loro stessi figli. Quando si vede l’affetto particolare che molti nonni hanno per i loro nipoti, non occorre essere psicologo per rendersi conto di cosa devono sentire nel proprio intimo i nonni di un bambino abortito. Ma c’è un altro aspetto che da psicologa mi preoccupa: sempre più nella mia esperienza clinica dove c’è una mamma che uccide il proprio figlio c’è una nonna materna che ha fatto la stessa cosa con un figlio/a, quindi con una sorella o fratello della mamma. Forse una normalizzazione dei comportamenti culturali, forse la perdita del senso della preziosità della vita che si tramanda: se l’ha fatto mia madre perché non io? . Questo emerge anche a dispetto della conoscenza che è solo posteriore all'aborto e dove magari prima c’è stata un’azione di estrema pressione all'aborto stesso, con ricatti affettivi allucinanti. È come ci fosse una frattura generazionale e si può immaginare anche per altri figli e per le relazioni significative. Diventa realmente un problema di sanità mentale a livello sociale.
5) Dove finiscono i corpicini martoriati di questi bambini, nel nostro paese ed all'estero?
Anche su questo bisogna fare dei distinguo. Per quanto riguarda l’aborto chimico sinceramente i luoghi possono essere diversificati a secondo di dove arriva l’espulsione del piccolo, ivi compresi i water. Ricordo che una ragazza mi disse : ‘si rende conto, dottoressa, che anche i topi vivono nelle fogne ma il mio bimbo no’. Ho avuto anche reazioni istintive di fronte ad aborto da RU486 in cui non solo hanno tirato l’acqua ma essendo successo in cucina la mamma ha raccolto ciò che ha perso e lo è andata a seppellire in cimitero. Per quanto riguarda quello chirurgico solitamente nel primo trimestre questi corpicini vengono raccolti nei rifiuti ospedalieri e inviati agli inceneritori, nel secondo trimestre l’obbligo di legge sarebbe quello di seppellirli e a volte in alcuni cimiteri si possono vedere delle piccole lapidi con scritto feto poiché a quel bimbo non è riconosciuto nemmeno un nome da parte dei genitori. Alcune associazioni come ‘Difendere la vita con Maria’ ed alcune istituzioni come nella regione Lombardia si stanno occupando di seppellire degnamente questi resti mortali. Un’altra cosa che non viene detta è che i genitori possono, attraverso una procedura regolamentata da una circolare ministeriale, chiedere il corpo e la normale sepoltura dei loro bimbi. Non conosco tutte le procedure estere che variano di nazione in nazione. Ricordo solo qualche scandalo giornalistico di qualche anno fa quando si scoprì che questi resti venivano utilizzati per aumentare il valore proteico dei mangimi per galline e in un altro caso per utilizzarli per l’asfalto delle strade.
6) La violazione della vita nascente divora come un verme le coscienze degli uomini. Santa Faustina, Madre Teresa di Calcutta, Papa Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI, Padre Pio, sono voce del Signore contro questo orribile delitto della società moderna. Come possiamo riprendere le redini della giustizia, come possiamo convincere i governanti a fermare questa guerra contro gli innocenti. L'Italia “appare” come un paese cattolico ma, credo, fondamentalmente non lo è. Il Sudamerica riesce ancora a tamponare questo problema. Come possiamo far capire “le verità sull'aborto” senza essere additati come bigotti che non hanno capito che il mondo sta cambiando. Satana è sempre in agguato?
Questo è un discorso molto delicato da fare. La prima cosa riguarda il comportamento dei cattolici. Ricordo quando nell’Evangelium vitae Giovanni Paolo II diceva: “Si deve cominciare dal rinnovare la cultura della vita all'interno delle stesse comunità cristiane”. “Troppo spesso – spiega il Papa - i credenti e, - aggiunge - perfino quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale, - quindi non solo i credenti, ma, diciamo, i praticanti - cadono in una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita” “Dobbiamo allora interrogarci, - sono sempre le parole del Papa, e io le prendo così, perché voglio interrogarmi con voi - con grande lucidità e coraggio, su quale cultura della vita sia oggi diffusa tra i singoli cristiani, le famiglie, i gruppi e le comunità delle nostre Diocesi”. “Con altrettanta chiarezza e decisione, dobbiamo individuare quali passi siamo chiamati a compiere per servire la vita secondo la pienezza della sua verità”.
Un discorso diverso riguarda il fatto che satana stia utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione per confondere la verità con la menzogna con l’utilizzo di parole dette per non dire quello che si ha paura di dire, l’utilizzo di logiche del minor male anziché del maggior bene per cui si passa dal male minore al Maligno maggiore, il compromesso a livello culturale e legislativo, la divisione tra corpo, psiche, spirito; tra sessualità e procreazione attraverso la contraccezione; tra procreazione e corporeità attraverso le tecniche di fecondazione extracorporea; tra contraccezione e aborto attraverso le varie pillole spacciate come anticoncezionali ma abortive; tra cercare di far notare che esistono ‘parti buone’ in una determinata legge pur di far passare che quella legge tutto sommato è buona, dividendo le forze anche all’interno dei prolife obnubilando così sempre più le coscienze e portandole ad una diluizione, dispersione dei contenuti e delle forze per arrivare alla fine ad una inversione.
7) Padre Pio, come lei ben ricorda in un suo scritto, diceva che Dio potrebbe darci la Pace e la cessazione di ogni guerra se per un solo giorno non si avverassero peccati contro la vita nascente.
Desideriamo, utopisticamente, far capire ai lettori che la legge 194 votata dalla maggioranza degli italiani 32 anni fa è stata un bluff. Nella foga del post ’68 ci hanno raccontato che abortire non era un crimine e che nei primi novanta giorni di gravidanza il bambino non era un essere vivente ma un “grumo di sangue” senza vita. Al di là dei dati scientifici che, in breve, vorrà fornirci su tale questione, è giusto forse far capire che se anche si trattasse di un “grumo di sangue”, quel sangue, un giorno, avrà un volto ed una vita da spendere su questa terra come è stato per ognuno di noi. La donna è davvero libera di fare del suo corpo quello che vuole, come dicevano le femministe negli anni ’60?
Ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere la meraviglia del nascere di una nuova vita umana e il tempo della contemplazione di quel concepimento che in poche righe non può essere fatto. Basta guardare un comune filmato su internet sullo sviluppo intrauterino di un bimbo. Mi limito a due provocazioni. Si è mai visto nascere da una donna e da uomo un macaco? Se non è nulla quel grumo di cellule e sangue, lasciamolo lì 9 mesi e poi vediamo.Dal nulla nasce nulla. Ironicamente un amico dice : ‘anche io sono un cumulo di cellule e sangue, anzi sono un post embrione e una pre-salma’. Per quanto riguarda la libertà delle donne. Anche qui servirebbe una riflessione più lunga sul fatto che non c’è libertà se non c’è verità e se non c’è né responsabilità né giustizia. Non è la libertà che ci fa veri, è la verità che ci fa liberi. E la semplice verità è che quel piccolo è un altro da me, non è un mio possesso e oggetto di cui posso disporre come voglio e come mi pare, quando mi pare, perché mi pare. La libertà non è una libertà di, è una libertà per. Ma qui bisognerebbe aprire una riflessione molto profonda e che ha bisogno di molto tempo e competenze filosofiche ed antropologiche.Solo una domanda dalla cui risposta dipende il nostro operare: mi sento io responsabile degli altri, dei comportamenti degli altri, mi sento responsabile della responsabilità degli altri?
8) Nel libro di Pier Giorgio Liverani “Aborto anno uno”, scritto ad una anno dall'entrata in vigore della legge 194, l’allora direttore di Avvenire parlava ampiamente del fatto che le motivazioni della stessa legge erano state, già allora, ampiamente disattese. L'aborto doveva essere eseguito solo in casi eccezionali e le donne dovevano essere ascoltate per condurle sulla via del proseguimento della gravidanza piuttosto che dell’aborto. In questo, i consultori familiari hanno avuto un ruolo fondamentale ma la maggior parte delle donne dicono, a 29 anni da quel libro, che non sono state ben informate ed ascoltate.
L'Italia è davvero così pigra nel capire i propri errori?
La logica intrinseca della legge 194 è fatta in modo per rendere libero l’aborto. Tanto è vero che in tutti questi anni non solo non è stata toccata come un tabù, ma quando si parla di parti preventive ci si rende conto che è strutturata in modo tale che non siano né obbligatorie né obbliganti. La difficoltà di inserire percorsi alternativi, colloqui con associazioni pro-life, mettere volantini per aiutare le donne che si trovano ad aspettare un bimbo. La realtà è che non si fanno colloqui anamnestici dal punto di vista psicologico, che non si danno informazioni di ciò che significa abortire né del come si fa né di ciò che succede dopo. Ma è la logica interna di quella legge a permetterlo. Per quanto riguarda i consultori, essi sono una parte della realtà dell’aborto. E come sempre dipende dalle persone che li compongono. Qualcuno vuole distinguere i luoghi del colloquio da quello della certificazione: può essere una via ma non si certifica solo nei consultori. Qualcuno vorrebbe i volontari per la vita all’interno dei consultori ma anche questo non è sufficiente se la logica è: ‘ci hanno provato anche loro a fare i colloqui e non ci sono riusciti’. Bisognerebbe chiedere ai consultori quanti bimbi hanno salvato. Pertanto penso che bisognerebbe riportare il discorso non tanto alla formazione specifica di quel luogo ma alla sensibilità condivisa sul volto umano di quel concepito di tutte le persone che operano. Sarebbe un giorno davvero speciale se un giorno non ci fossero più aborti in Italia e non ci fosse più una legge che li permetta mettendo a disposizione soldi dei cittadini, strutture, medici in uno Stato che uccide i propri figli, il proprio futuro.
9) Per concludere vorrei che l'intervista si chiudesse con un messaggio di speranza e di aiuto nei confronti di chi, in questo momento, ha intenzione di affrontare l'interruzione di gravidanza.
Se si vive una gravidanza non attesa o indesiderata non si è soli. In tutte le città ci sono persone, realtà che possono aiutare concretamente, a seconda della situazione che si vive, nell’accompagnare questa mamma, questo bimbo, questa famiglia. Certo magari, come in molte cose della vita, non sarà tutto facile , sarà sicuramente meno difficile. Quando nel dolore si hanno compagni che lo condividono l’animo può superare molte sofferenze. E se questo comporta la gioia di vedere un bimbo tra le braccia di una mamma, una gioia per questa famiglia è un seme di speranza per il nostro futuro. Penso che questo coraggio di dire sì alla vita sia una speranza per tutti piuttosto che rimanere con la ferita di un bimbo ucciso dentro il proprio corpo, la propria psiche, la propria spiritualità che di conseguenza impoverisce tutti noi.
1) D.ssa Baccaglini, la sua esperienza professionale e la sua esperienza di vita quotidiana si completano a vicenda nell’armonia del dare, dell’ascoltare, del pregare. La forza di aiutare tante donne nel dolore provocato da un aborto volontario, la trova in Dio o nella scienza, oppure in entrambe?
Inevitabilmente in entrambe. Non avrei mai pensato fino a qualche anno fa di entrare in questo campo della sofferenza, del tabù della morte, della bara toccata quotidianamente, di una bara che non si vede ma che è dentro alle persone coinvolte in uno o più aborti volontari. E gli strumenti per lenire questa sofferenza arrivano certamente dalle scienze psicologiche, dagli studi fatti. Come sempre però possedere degli strumenti non è garanzia né di saperli usare né di avere la forza di continuare a farlo. Quindi se da un lato c’è la scienza, dall’altro il modo di usarli, la costanza di usarli, la speranza da dare a queste persone mi arriva da un orizzonte più alto che inevitabilmente non schiacci anche me. Difficilmente di fronte ad un bimbo abortito le persone coinvolte sentono che questo bimbo non fosse niente , è andato in niente, nel nulla, è sparito e quindi inevitabilmente pensano che sia da qualche parte, nel Cielo, nel luogo nascosto per eccellenza non necessariamente in senso cattolico apostolico romano. Ma continuare a dare speranza, ascolto uno lo fa se si sente ascoltato, se ha in chi riporre una speranza altra e quando si tratta di avere a che fare con la morte questo ascolto e questa speranza è Gesù Cristo che si è incarnato per ognuno di noi, che si è fatto embrione, per cui così come in ognuno di noi c’è l’immagine e la somiglianza di Cristo anche se coperta, nascosta, c’è anche in ognuno di quei bimbi concepiti. Lui che è riuscito a nascere nonostante tutte le sue difficoltà e le difficoltà dei suoi genitori, ha condiviso con noi la vita terrena, ha patito, è stato ucciso per la Verità, per riscattarci ed è Risorto, ha vinto la morte. Certo una visione del trascendente non imposta alle persone che incontro ma vissuta e semplicemente proposta con la libertà da parte di tutti di accoglierla o meno.Il come e il perché lo faccio sta tutto qui.
2) La sindrome post-aborto conduce le donne e, spesso, anche gli uomini-partner, in un vortice emotivo molto forte. Quale filo conduttore, si potrebbe dire, le ricollega tutte le une alle altre?
Il fatto che l’aborto non è solo un intervento chirurgico o chimico. È la separazione delle nostre sfere fisiche, psichiche, spirituali. È una ferita profonda del non amare e non sentirsi amati e quando questo verme intacca profondamente le relazioni intrapsichiche e verso l’esterno continua a produrre divisioni, separazioni, malessere sia nella vita personale che nella vita di relazioni come un vortice che trascina verso la morte, la distruzione, il senso di colpa, l’inquietudine. Quel bimbo abortito se non riconosciuto come volto umano del concepito, di quel figlio, con quello che gli è stato fatto continua ad essere un bambino fantasma, un bambino persecutorio, un malessere magari non riconosciuto subito di una assenza-presente ma che si riverbera nella vita di tutti i giorni.
3) Ci può ricordare qualche caso particolare, qualche testimonianza che le è rimasta profondamente nell'anima?
Tutti i miei ‘casi’ sono particolari, singolari poiché sono tutte persone che a vario modo soffrono per questo. Questo è un altro punto fondamentale. Quando qualcuno mi regala la sua storia per essere aiutato diventa per me un compagno di viaggio di questa umanità sofferente. Posso, in tutta umiltà dire che ricordo tutti i nomi, i visi e le storie delle persone che ho incontrato in questo viaggio. Ma capisco che forse una testimonianza può essere d’aiuto alla comprensione di ciò che sto dicendo. Per cui lascio a una di loro il racconto.
Giulia ha solo 27 anni, ma alle spalle della sua breve vita ha già due aborti volontari, effettuati a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, il primo a 17 ed il secondo a 18 anni, ed una depressione scatenata da queste scelte che le ha minato progressivamente le relazioni interpersonali, il lavoro ed il corpo fino a portarla, più volte, sull’orlo del suicidio. È stato per anni pieno di brufoli il bel viso di Giulia: come quello di un adolescente anche quando adolescente non lo era più. I suoi capelli neri e lucidi si erano diradati innaturalmente. La sua mente faceva irrigidire il corpo quando si trattava di accettare baci ed abbracci. E un bel giorno persino le sue braccia avevano pensato di tradirla rifiutandosi di funzionare anche per gesti semplici come fare il caffè. Non si affrettino i ben pensanti ad attribuire una sindrome post aborto così profonda alla morale ecclesiale, perché all’epoca Giulia non frequentava la Chiesa. Ed era così lontana dal pensare che una cosa legale come l’aborto potesse avere effetti tanto devastanti nel vissuto di una donna che ci ha messo anni a capire che l’origine del suo male oscuro era proprio lì, in quel “grumo di cellule”, come le ripeteva chi aveva vicino, che per alcuni mesi le erano cresciute in grembo e che ad un certo punto, senza avere piena coscienza di quanto si accingeva a fare, ha acconsentito a far strappare da sé. Oggi sta bene, e i suoi occhi sono tornati a brillare di quella solarità connaturale al suo carattere semplice e dolce. Ma perché le cose potessero andare a posto c’è stato bisogno di un lungo lavoro. Non per dimenticare e liberarsi di ingiustificati sensi di colpa: la ricetta dei politicamente corretti. Ma per ammettere la gravità del gesto commesso, elaborarlo e rendersi conto che ad essere sbagliata non era lei, ma la scelta fatta. Una scelta avventata per impedire la quale praticamente nessuno allora intervenne, strutture pubbliche comprese (forse per non influenzare l’esercizio della “libertà”? Per routine?), e che se fosse stata informata, emotivamente non così sotto pressione, sostenuta psicologicamente, indirizzata a strutture di supporto, se avesse saputo che il bambino si poteva lasciare anonimamente in Ospedale, se, se, se, “non avrei probabilmente fatto”, dice. Tempi stretti e anche una innegabile superficialità da parte di diversi operatori incontrati nel cammino, l’hanno portata così dritta a quella che considera “l’azione più grave che potessi fare nella mia vita”. Per Giulia è ancora oggi doloroso ricordare il Calvario di cui ella stessa è stata l’artefice, ma accetta di raccontare anche ad un giornale per “infrangere l’assurdo silenzio che attornia il dolore delle donne che hanno effettuato un’interruzione volontaria di gravidanza – spiega – e che la solitudine rende ancora più profondo. Le mamme, gli operatori devono sapere cosa vuole dire abortire, e se la mia testimonianza può servire ad impedire altri drammi non mi tiro certo indietro”. Tanto più che il vissuto di Giulia non è né più grave né molto diverso da quello di tante altre donne. Ed eccola la storia di questa ragazza, dura e a tratti quasi incredibile per la distanza tra quanto si afferma verbalmente e ciò che in realtà accade nell’iter delle donne verso l’aborto e nel cuore di chi si decide di esercitare questo “diritto” conquista della modernità. “La prima volta che sono rimasta incinta avevo 17 anni – racconta – Stavo con un ragazzo che in verità ero in procinto di lasciare perché violento. Non mi sono accorta subito del mio stato, perché non avevo il ciclo regolare ed era per me normale saltare un mese. Del resto non avevo notato nulla di particolare se non che mangiavo solo patate perché non mi andava altro. Poi un giorno vomitai violentemente per un odore intenso. Solo allora mi venne il dubbio e con immensa vergogna andai in farmacia a chiedere il test di gravidanza. Subito mi orientai verso l’aborto: perché ero molto giovane, non volevo che quel ragazzo fosse il padre dei miei figli e pensavo che una cosa legale non potesse essere sbagliata”. Quindi l’incontro con operatore del Consultorio che, responsabilmente, volle che Giulia, allora minorenne, parlasse prima coi suoi genitori (nonostante per la legge non sia indispensabile). “Mia madre fu subito d’accordo mentre ci volle di più per convincere mio padre. I tempi erano tuttavia stretti perché ero già allo scadere del terzo mese, il limite posto dalla legge italiana per l’aborto. In Consultorio, allora, mi fissarono d’urgenza l’appuntamento in Ospedale”. Nessuno psicologo né incontrato né proposto; nessuna delucidazione pratica sull’intervento; nessuno che le abbia citato l’esistenza del Centro di aiuto alla vita. Tempo trascorso tra la scoperta della gravidanza e l’intervento: 3 – 4 giorni. Una bomba emotiva. Quindi l’arrivo in Ospedale: era la mattina dell’11 settembre 2001: “Lo stesso momento in cui a New York cadevano le Torri Gemelle - evidenzia Giulia - Una singolare coincidenza che ha reso ancora più drammatico il ricordo di quel giorno”. Che peraltro non ha poi mai potuto fare a meno di vivere come anniversario, come nel caso della Pasqua per il secondo aborto, con tutto il dramma legato al rinnovo periodico del dolore. “In Ospedale parlai prima con una donna che penso fosse un medico – ricorda ancora provata – Mi trattava sgarbatamente, forse perché pensava che stessi per fare una cosa orrenda. Ma, mi chiedo oggi, perché non me lo disse e non fece nulla per impedirmelo? Io ero spaventatissima e confusa per l’intrecciarsi di paura ed emozione, anche perché sentivo di essermi già affezionata alla creaturina che cresceva dentro di me. Ebbi solo la forza di chiedere cosa mi avrebbero fatto durante l’operazione, ma ricevetti solo una risposta superficiale in tono sbrigativo, quasi mi stessi impicciando di ciò che non mi competeva. Ho appreso solo qualche mese fa, guardando su Internet, come si effettua un aborto nel primo trimestre, ovvero dell’aspirazione a pezzi del feto. Dei momenti successivi ho rimosso tutto. Mi hanno solo detto che non ho fatto altro che piangere. Nelle settimane a seguire, tuttavia, non notai nulla di cambiato in me”. Un dato in verità non strano, in quanto la sindrome post aborto matura non nel breve ma nel lungo periodo. “Pochi mesi dopo rimasi ancora incinta, di un altro ragazzo – prosegue il racconto – Mi accorsi ancora tardi del mio stato, perché avevo avuto comunque una sorta di ciclo”. Ed ecco la nuova avventura al Consultorio.
“Mi fissarono l’appuntamento a ora di pranzo, ma quando andai la dottoressa mi disse che era un brutto momento e che avremmo dovuto fare presto perché doveva uscire per la pausa. Mi toccò la pancia e mi disse che effettivamente ero incinta. Quindi mi indirizzò ad una clinica convenzionata per gli esami in vista dell’aborto. Nessuna ecografia, nessuno psicologo, nessun tentativo di dissuadermi”. Poi l’incredibile: “Al Consultorio non mi fecero fretta perché senza ecografia non mi avevano detto di quale mese ero. Quando arrivai in clinica ebbi dunque la sorpresa di sapere che mi trovavo al quarto mese e che non potevo più abortire. Mi misi a piangere e il medico mi disse che c’era comunque una soluzione: si poteva andare in Nord Europa dove gli aborti si praticano a pagamento fino al quinto mese, e che avrebbero provveduto a tutto loro. Viaggio aereo e alloggio compreso…il tutto a meno di un migliaio di euro. Avevo un’ora di tempo per decidere. Andai in cortile da sola e piansi ininterrottamente. Poi scelsi di procedere. Anche in questo caso nessun percorso alternativo suggerito dagli operatori e nessuna spiegazione sul metodo dell’aborto che, nel secondo trimestre, è un parto prematuro pilotato che per me fu in anestesia totale”. “Nella clinica estera nessuno parlava la mia lingua e si comunicava per gesti – ricorda ancora carica di dolore Giulia – Quando tornai ero così provata che mi erano cadute ciocche intere di capelli”. Mese dopo mese, poi l’arrivo della depressione, con incubi, progressiva chiusura in sé stessa, pianti continui. “Colori, odori, voci, c’erano mille cose che vivevo con ansia e dolore – dice – Poi ho capito che mi rimandavano agli aborti, e sono arrivata a collegare, anche per i sogni ricorrenti, che tutto il mio male derivava di lì. Comparirono anche pensieri terribili come: ‘ho ucciso e ora devo morire io’”. Poi il lieto fine, con la scelta di aprirsi ad un sacerdote e, poi, l’approdo ad una psicoterapia per sindrome post aborto: “Mi hanno fatto dare un nome a quei piccoli di cui sono stata anche se per poco madre. Non li ho mai visti ma sento che il primo era una femminuccia e il secondo un maschietto. Passo dopo passo ho imparato a convivere con il dolore senza che questo mi schiacciasse. Solo ammettere la gravità di quanto accaduto mi ha dato pace e ha riaperto i rapporti che prima rifuggivo, anche nei confronti dei bambini”. E conclude: “Non si può mascherare la realtà dell’aborto sostenendo che un bimbo nel grembo di una donna non è nessuno e che quindi si può liberamente buttare. Una mamma sa d’istinto che non è così, e non c’è ideologia che possa nascondere questa verità che emerge dal profondo dell’anima da ogni parte, come un fiume in piena, al di là della propria formazione e dei propri pensieri”.
| La psicologa e psicoterapeuta Cinzia Baccaglini |
È difficile dare una descrizione univoca perché la reazione all’evento aborto è differente da persona a persona e da famiglia a famiglia. Anche sulla conoscenza ci sarebbe da dire molto. C’è chi sa, chi sa e fa finta di non sapere, chi non sa ma intuisce e chi conosce tutto ma non ha il coraggio di parlare. Per cui dovrò dare una descrizione generale. Noi tutti pensiamo all’aborto come a un fatto privato, una decisione che la donna assume in prima persona su di sé, e si delega l’uomo in una posizione marginale nel processo decisionale, comunque non determinante (Dogliotti, 1995).
Molte delle decisioni vengono prese senza che il partner sappia o con un suo atteggiamento pilatesco, ma per il vissuto del padre non è indifferente se è stato coinvolto o no, cioè se ha dovuto cedere alla decisione della sua compagna. Il sentimento dominante sarà quello di una profonda impotenza di fronte alla decisione della madre. Questo causerà frizioni intollerabili nella loro vita di coppia, portandoli spesso ad una separazione. E anche un senso di colpevolezza per non aver potuto impedire l’aborto. E, da ultimo, un senso di perdita di responsabilità, perché comunque il ‘padre’ non ha più niente da dire nel campo del concepimento e della salvaguardia del bimbo prima della nascita. Se l’aborto viene fatto alla presenza delle difficoltà a rendersi coppia relazionalmente ed emotivamente, se questa decisione intacca il ‘narcisismo di coppia’, se dopo l’aborto la mamma si chiude a riccio rivendicando attraverso l’isolamento l’essere stata costretta perché non aiutata o al contrario affermando che era solo affare suo aumentano esponenzialmente questi sentimenti. Un aspetto molto importante è se il padre si vive come maschio che trasmette il cognome, che porta avanti la generazione, se sente il ruolo del figlio come trasmettitore familiare che non ha potuto realizzare, qui spesso accade l’implosione della famiglia. Quando si parla di sofferenza postabortiva spesso si parla solo delle donne e a questi uomini chi ci pensa?
Vi sono pochi studi riguardanti gli altri figli già in vita e quelli successivi all’aborto.Su questo argomento viene incontro solo l’esperienza clinica, ma è abbastanza facile immaginare cosa deve pensare un figlio dei propri genitori quando viene a sapere che uno dei suoi fratelli o sorelle è stato ucciso da un medico su domanda esplicita della loro madre, con il consenso del padre. Il sintomo prevalente in questi bambini è un grande senso di insicurezza; una perdita di fiducia, accompagnata, talvolta, da senso di paura, d’avversione e persino di odio verso i genitori giudicati capaci di uccidere anche loro, dal momento che hanno osato uccidere un fratello o una sorella. I bimbi sanno che è successo qualcosa, che qualcuno è morto perché sono vivi loro, lo capiscono dall’ansia della madre se sono figli successivi, dai pianti nascosti se precedenti, capiscono che parte della responsabilità è loro, loro creavano problemi o sono nati per rimpiazzare, spesso infatti donne che hanno abortito cercano subito un altro bambino. Si sono evidenziati per i bimbi nati dopo un aborto aumenti di aggressività, abusi sessuali, abbandoni e queste fantasie di abbandono ci sono anche nei bimbi nati prima .Altro tipo di fantasia è quella di avere altri genitori. Spesso le domande che fanno sono molto semplici, dirette ma tragiche tipo : ‘Perché io sì e lui no? Potevo esserci io al suo posto’. A volte gli elementi arcaici della relazione primaria con la madre influenzano i sopravvissuti fino al punto estremo ‘non ho mai chiesto di venire al mondo, siete stati voi a mettermici quindi non è stata una libera scelta mia, l'unica cosa che mi resta da fare per riconquistare la mia autonomia è farmi fuori, suicidarmi, perdermi’. Un’altra riflessione da fare è a questo punto sull’aumento dei suicidi infantili e adolescenziali, gli abusi sessuali, l'aumento di giovani che si drogano, che si sballano e che non a caso si dice hanno perso il ‘senso della vita’. (Sindrome del sopravvissuto e la sindrome di Caino) E, infine, anche gli altri membri della famiglia, e in modo particolare i nonni. Questi ultimi vedono la discendenza più lontana, i loro nipotini uccisi dai loro stessi figli. Quando si vede l’affetto particolare che molti nonni hanno per i loro nipoti, non occorre essere psicologo per rendersi conto di cosa devono sentire nel proprio intimo i nonni di un bambino abortito. Ma c’è un altro aspetto che da psicologa mi preoccupa: sempre più nella mia esperienza clinica dove c’è una mamma che uccide il proprio figlio c’è una nonna materna che ha fatto la stessa cosa con un figlio/a, quindi con una sorella o fratello della mamma. Forse una normalizzazione dei comportamenti culturali, forse la perdita del senso della preziosità della vita che si tramanda: se l’ha fatto mia madre perché non io? . Questo emerge anche a dispetto della conoscenza che è solo posteriore all'aborto e dove magari prima c’è stata un’azione di estrema pressione all'aborto stesso, con ricatti affettivi allucinanti. È come ci fosse una frattura generazionale e si può immaginare anche per altri figli e per le relazioni significative. Diventa realmente un problema di sanità mentale a livello sociale.
5) Dove finiscono i corpicini martoriati di questi bambini, nel nostro paese ed all'estero?
Anche su questo bisogna fare dei distinguo. Per quanto riguarda l’aborto chimico sinceramente i luoghi possono essere diversificati a secondo di dove arriva l’espulsione del piccolo, ivi compresi i water. Ricordo che una ragazza mi disse : ‘si rende conto, dottoressa, che anche i topi vivono nelle fogne ma il mio bimbo no’. Ho avuto anche reazioni istintive di fronte ad aborto da RU486 in cui non solo hanno tirato l’acqua ma essendo successo in cucina la mamma ha raccolto ciò che ha perso e lo è andata a seppellire in cimitero. Per quanto riguarda quello chirurgico solitamente nel primo trimestre questi corpicini vengono raccolti nei rifiuti ospedalieri e inviati agli inceneritori, nel secondo trimestre l’obbligo di legge sarebbe quello di seppellirli e a volte in alcuni cimiteri si possono vedere delle piccole lapidi con scritto feto poiché a quel bimbo non è riconosciuto nemmeno un nome da parte dei genitori. Alcune associazioni come ‘Difendere la vita con Maria’ ed alcune istituzioni come nella regione Lombardia si stanno occupando di seppellire degnamente questi resti mortali. Un’altra cosa che non viene detta è che i genitori possono, attraverso una procedura regolamentata da una circolare ministeriale, chiedere il corpo e la normale sepoltura dei loro bimbi. Non conosco tutte le procedure estere che variano di nazione in nazione. Ricordo solo qualche scandalo giornalistico di qualche anno fa quando si scoprì che questi resti venivano utilizzati per aumentare il valore proteico dei mangimi per galline e in un altro caso per utilizzarli per l’asfalto delle strade.
6) La violazione della vita nascente divora come un verme le coscienze degli uomini. Santa Faustina, Madre Teresa di Calcutta, Papa Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI, Padre Pio, sono voce del Signore contro questo orribile delitto della società moderna. Come possiamo riprendere le redini della giustizia, come possiamo convincere i governanti a fermare questa guerra contro gli innocenti. L'Italia “appare” come un paese cattolico ma, credo, fondamentalmente non lo è. Il Sudamerica riesce ancora a tamponare questo problema. Come possiamo far capire “le verità sull'aborto” senza essere additati come bigotti che non hanno capito che il mondo sta cambiando. Satana è sempre in agguato?
Questo è un discorso molto delicato da fare. La prima cosa riguarda il comportamento dei cattolici. Ricordo quando nell’Evangelium vitae Giovanni Paolo II diceva: “Si deve cominciare dal rinnovare la cultura della vita all'interno delle stesse comunità cristiane”. “Troppo spesso – spiega il Papa - i credenti e, - aggiunge - perfino quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale, - quindi non solo i credenti, ma, diciamo, i praticanti - cadono in una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita” “Dobbiamo allora interrogarci, - sono sempre le parole del Papa, e io le prendo così, perché voglio interrogarmi con voi - con grande lucidità e coraggio, su quale cultura della vita sia oggi diffusa tra i singoli cristiani, le famiglie, i gruppi e le comunità delle nostre Diocesi”. “Con altrettanta chiarezza e decisione, dobbiamo individuare quali passi siamo chiamati a compiere per servire la vita secondo la pienezza della sua verità”.
Un discorso diverso riguarda il fatto che satana stia utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione per confondere la verità con la menzogna con l’utilizzo di parole dette per non dire quello che si ha paura di dire, l’utilizzo di logiche del minor male anziché del maggior bene per cui si passa dal male minore al Maligno maggiore, il compromesso a livello culturale e legislativo, la divisione tra corpo, psiche, spirito; tra sessualità e procreazione attraverso la contraccezione; tra procreazione e corporeità attraverso le tecniche di fecondazione extracorporea; tra contraccezione e aborto attraverso le varie pillole spacciate come anticoncezionali ma abortive; tra cercare di far notare che esistono ‘parti buone’ in una determinata legge pur di far passare che quella legge tutto sommato è buona, dividendo le forze anche all’interno dei prolife obnubilando così sempre più le coscienze e portandole ad una diluizione, dispersione dei contenuti e delle forze per arrivare alla fine ad una inversione.
7) Padre Pio, come lei ben ricorda in un suo scritto, diceva che Dio potrebbe darci la Pace e la cessazione di ogni guerra se per un solo giorno non si avverassero peccati contro la vita nascente.
Desideriamo, utopisticamente, far capire ai lettori che la legge 194 votata dalla maggioranza degli italiani 32 anni fa è stata un bluff. Nella foga del post ’68 ci hanno raccontato che abortire non era un crimine e che nei primi novanta giorni di gravidanza il bambino non era un essere vivente ma un “grumo di sangue” senza vita. Al di là dei dati scientifici che, in breve, vorrà fornirci su tale questione, è giusto forse far capire che se anche si trattasse di un “grumo di sangue”, quel sangue, un giorno, avrà un volto ed una vita da spendere su questa terra come è stato per ognuno di noi. La donna è davvero libera di fare del suo corpo quello che vuole, come dicevano le femministe negli anni ’60?
Ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere la meraviglia del nascere di una nuova vita umana e il tempo della contemplazione di quel concepimento che in poche righe non può essere fatto. Basta guardare un comune filmato su internet sullo sviluppo intrauterino di un bimbo. Mi limito a due provocazioni. Si è mai visto nascere da una donna e da uomo un macaco? Se non è nulla quel grumo di cellule e sangue, lasciamolo lì 9 mesi e poi vediamo.Dal nulla nasce nulla. Ironicamente un amico dice : ‘anche io sono un cumulo di cellule e sangue, anzi sono un post embrione e una pre-salma’. Per quanto riguarda la libertà delle donne. Anche qui servirebbe una riflessione più lunga sul fatto che non c’è libertà se non c’è verità e se non c’è né responsabilità né giustizia. Non è la libertà che ci fa veri, è la verità che ci fa liberi. E la semplice verità è che quel piccolo è un altro da me, non è un mio possesso e oggetto di cui posso disporre come voglio e come mi pare, quando mi pare, perché mi pare. La libertà non è una libertà di, è una libertà per. Ma qui bisognerebbe aprire una riflessione molto profonda e che ha bisogno di molto tempo e competenze filosofiche ed antropologiche.Solo una domanda dalla cui risposta dipende il nostro operare: mi sento io responsabile degli altri, dei comportamenti degli altri, mi sento responsabile della responsabilità degli altri?
8) Nel libro di Pier Giorgio Liverani “Aborto anno uno”, scritto ad una anno dall'entrata in vigore della legge 194, l’allora direttore di Avvenire parlava ampiamente del fatto che le motivazioni della stessa legge erano state, già allora, ampiamente disattese. L'aborto doveva essere eseguito solo in casi eccezionali e le donne dovevano essere ascoltate per condurle sulla via del proseguimento della gravidanza piuttosto che dell’aborto. In questo, i consultori familiari hanno avuto un ruolo fondamentale ma la maggior parte delle donne dicono, a 29 anni da quel libro, che non sono state ben informate ed ascoltate.
L'Italia è davvero così pigra nel capire i propri errori?
La logica intrinseca della legge 194 è fatta in modo per rendere libero l’aborto. Tanto è vero che in tutti questi anni non solo non è stata toccata come un tabù, ma quando si parla di parti preventive ci si rende conto che è strutturata in modo tale che non siano né obbligatorie né obbliganti. La difficoltà di inserire percorsi alternativi, colloqui con associazioni pro-life, mettere volantini per aiutare le donne che si trovano ad aspettare un bimbo. La realtà è che non si fanno colloqui anamnestici dal punto di vista psicologico, che non si danno informazioni di ciò che significa abortire né del come si fa né di ciò che succede dopo. Ma è la logica interna di quella legge a permetterlo. Per quanto riguarda i consultori, essi sono una parte della realtà dell’aborto. E come sempre dipende dalle persone che li compongono. Qualcuno vuole distinguere i luoghi del colloquio da quello della certificazione: può essere una via ma non si certifica solo nei consultori. Qualcuno vorrebbe i volontari per la vita all’interno dei consultori ma anche questo non è sufficiente se la logica è: ‘ci hanno provato anche loro a fare i colloqui e non ci sono riusciti’. Bisognerebbe chiedere ai consultori quanti bimbi hanno salvato. Pertanto penso che bisognerebbe riportare il discorso non tanto alla formazione specifica di quel luogo ma alla sensibilità condivisa sul volto umano di quel concepito di tutte le persone che operano. Sarebbe un giorno davvero speciale se un giorno non ci fossero più aborti in Italia e non ci fosse più una legge che li permetta mettendo a disposizione soldi dei cittadini, strutture, medici in uno Stato che uccide i propri figli, il proprio futuro.
9) Per concludere vorrei che l'intervista si chiudesse con un messaggio di speranza e di aiuto nei confronti di chi, in questo momento, ha intenzione di affrontare l'interruzione di gravidanza.
Se si vive una gravidanza non attesa o indesiderata non si è soli. In tutte le città ci sono persone, realtà che possono aiutare concretamente, a seconda della situazione che si vive, nell’accompagnare questa mamma, questo bimbo, questa famiglia. Certo magari, come in molte cose della vita, non sarà tutto facile , sarà sicuramente meno difficile. Quando nel dolore si hanno compagni che lo condividono l’animo può superare molte sofferenze. E se questo comporta la gioia di vedere un bimbo tra le braccia di una mamma, una gioia per questa famiglia è un seme di speranza per il nostro futuro. Penso che questo coraggio di dire sì alla vita sia una speranza per tutti piuttosto che rimanere con la ferita di un bimbo ucciso dentro il proprio corpo, la propria psiche, la propria spiritualità che di conseguenza impoverisce tutti noi.
«Mamma ha abortito»: come ho chiesto scusa ai miei figli
2012-09-08
di Kelly Clinger
Queste sono parole che non avrei mai pensato di dire ai miei figli. In realtà, non gliele avrei mai dette. Non volevo spiegare che cosa sia l’aborto, né tantomeno dir loro che la loro madre aveva fatto una scelta così terribile e deplorevole... DUE VOLTE.
Mia figlia aveva 14 anni e mio figlio ne aveva 8 all’epoca. Io non volevo che fossero delusi da me.
Non volevo che mi odiassero. Non volevo che provassero per me le stesse come che provavo io.
Ho fatto sedere i ragazzi sul divano e ho fatto un respiro profondo. Ho chiesto loro se sapevano cosa fosse l’aborto. Mia figlia disse di aver già sentito quella parola, ma non era sicura di ciò che fosse. Mio figlio non ne sapeva niente. Quando ho cominciato a spiegarlo, l’orrore ha riempito i loro volti. «Come si può fare questo?» chiese mio figlio. Ha continuato a fare domande, ma il silenzio di mia figlia mi ha detto che lei sapeva che c’era un motivo per cui stavo parlando di aborto con loro.
Cominciai a piangere e dissi: «Mamma ha avuto due aborti dieci anni fa. Avete due fratelli in Cielo.»
Sto piangendo ora pensando allo shock e alla delusione sui loro piccoli volti. Mi sembrava che la mamma che stavano conoscendo non fosse la persona che pensavano di conoscere. Mi chiedo chissà quali domande sono corse per la loro testa in quei pochi secondi... tutte cose che loro potranno esprimere a distanza di anni da oggi, ma non possono essere elaborate adesso nelle loro giovani menti.

Continuai e parlai loro del pregare e del chiedere a Dio se i bambini fossero maschietti o femminucce e quali nomi Egli avrebbe voluto dare loro. Parlai loro di come Dio aveva detto che erano entrambe femminucce e le avevamo chiamate Bontà e Misericordia. «Come il versetto della Bibbia» - gridò mio figlio.
È successo circa due anni fa, e loro hanno sentito la mamma parlare molto di Bontà e di Misericordia. Ogni volta che ascoltiamo un canto con il Salmo 23 in esso o qualcuno legge quei passi della scrittura, mio figlio annuncia orgogliosamente: «Sono le mie sorelle!». L’aborto ora è un argomento comune di conversazione durante i nostri pranzi. Mi sono unita alla lotta per la VITA da sola, ma ora lottiamo insieme come famiglia.
Quando si avvicina la festa della mamma, molti sentono il dolore della perdita ma, insieme al dolore, io sento il senso di colpa. Mi mancheranno due biglietti della mamma... la mia colazione a letto sarà preparata da due bambini invece di quattro. C’è un vuoto che non si riempirà fino a quando
vedrò di Gesù a faccia a faccia, ma fino ad allora la mia speranza rimane in questo: “Bontà e misericordia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita ...”Kelly Clinger è un'attivista prolife che è stata vocalist per Britney Spears e ha avuto due aborti prima di diventare cristiana a 25 anni. Ora è sposata con Matt Clinger e ha due figli, Evin (15 anni) e Logan (9 anni). Kelly è portavoce della campagna “Silent No More Awareness”
“Mommy Had an Abortion:” How I Apologized to My Children
Abbiamo creduto alla menzogna dell’aborto
2012-07-10
Vi propongo questa video-testimonianza di Myra Myers sottotitolata in italiano. Di Myra su questo sito troverete anche una testimonianza e una riflessione sull’11 settembre. La testimonianza di Myra e di altre donne di Operation Outcry ha contribuito a far approvare in Texas il Sonogram Bill.
Come potrete sentire, l’aborto ha avuto pesanti conseguenze in diversi aspetti della sua vita.
Come potrete sentire, l’aborto ha avuto pesanti conseguenze in diversi aspetti della sua vita.
Oggi sono tornata alla clinica dove ho abortito...
2012-06-13
Kelly Clinger è una giovane donna che, tra le altre cose, è stata vocalist per Britney Spears. Come lei stessa scrive sul suo sito «ho incontrato Gesù nel 2003 dopo anni di mal di testa e di dolore causati dall’industria musicale, dal divorzio, dalla dipendenza da sostanze e dall’aborto».
Questa è la testimonianza della sua visita alla clinica dove aveva abortito.
Questa mattina sono tornata alla clinica dove ho effettuato i miei aborti 12 anni fa, a pregare e a invocare con la Mamma di non prendere la decisione che presi tanti anni fa.
Ogni camera di quell’edificio.
Le facce degli infermieri.
Le immagini di ali d’angelo sul soffitto.
Mi ricordai come tornai incespicando alla macchina perché ero sotto l’effetto dei farmaci e piangevo a dirotto.
Mi sono ricordata perfino le mani del medico abortista.
Forse ero stata ingenua, ma non ero preparata alla marea di emozioni che venne.
Neanche mi aspettavo di essere sopraffatta dalla compassione per le madri e i padri che arrivavano uno dopo l’altro ed erano convinti che uccidere il loro bambino fosse la loro UNICA scelta. Percepivo tangibilmente la disperazione che sentivano. Me la ricordo MOLTO bene.
Ho parlato con Robert e Lucia. Hanno entrambi 18 anni, e Robert si è appena arruolato nelle forze armate. Ha detto che suo padre lo ha abbandonato e che se avessero un figlio adesso non sarebbe stato disponibile a prendersi cura del bambino. Lucia disse molto, ma il suo cuore non era disposto a sentire quello che dovevamo dire. Abbiamo chiesto a Robert come avrebbe potuto giurare di difendere l’America se il suo primo atto come Marine fosse stato togliere la vita del proprio figlio. Lui uscì dalla clinica più volte e udì i nostri appelli. Ma scelse la morte per il suo bambino.
Ho parlato con Beverly, che ha già 4 figli e disse che il bambino nel suo grembo non aveva battito cardiaco. Le ho detto che l’avremmo portata all’ospedale dietro l’angolo per essere sicuri, ma lei rifiutò. Ha anche guardato dritto verso di me e ha detto, “Io so che Dio crea la vita”. Venne fuori molte volte a fumare e piangeva alla verità delle mie parole. Ma scelse la morte per il suo bambino.
Matt ed io abbiamo parlato ad una giovane coppia che sembrava essere a 4 mesi di gravidanza. Sono entrambi atei e in un primo momento hanno imprecato contro di noi e ci hanno detto che non ci avrebbero ascoltato. Dopo un po’, però, sembrava che cominciassero ad ammorbidirsi un po’. Ci dissero che il medico le aveva detto che lei era troppo piccola per avere figli e che sarebbe morta nel parto. Ci siamo offerti di portarla da un ginecologo specializzato in gravidanze ad alto rischio per capire quale fosse il problema, ma aveva appena cominciato a parlare con noi che il suo ragazzo la afferrò e la portò dentro. Quarantacinque minuti dopo lei uscì barcollando e intontita mentre il suo ragazzo le apriva la portiera dell’auto. Non potei fare a meno di pensare “Così ADESSO decidi di essere un gentiluomo? Sei in ritardo di quarantacinque minuti”. Hanno scelto la morte per il loro bambino.

A un certo punto, uno dei ‘sidewalk counselor’ [una persona che va incontro alle donne che stanno andando ad abortire, offrendo aiuto ed assistenza] stava implorando le ragazze da fuori della finestra. “Hai presente quella ragazza che eri quando sei entrata in quella porta? Se uccidi tuo figlio, non sarai MAI più quella ragazza”.
Ho cominciato a piangere... piangevo QUELLA Kelly.
Ma poi ho sentito come un immenso senso di gratitudine. Anche se non sarò mai quella Kelly, io SONO una NUOVA creatura. Mi sono ricordata di Efesini 2: ero morta nei miei peccati, ma a causa del Suo grande amore per me, Dio, che è ricco di misericordia, ha fatto rivivere ME con Cristo, anche quando ero morta nei peccati.
Mentre me ne andavo, ho provato a guidare attraverso le lacrime. Come fai a superare la pesantezza che senti per i bambini e per le donne che soffriranno di depressione, dipendenza da sostanze, pensieri suicidi e rimpianto per tutta la vita?
Tuttavia, una volta smesso di piangere, mi sono MOLTO arrabbiata... come Gesù quando rovesciava i tavoli. Il mio amico John, che prega al di fuori di questa clinica OGNI giorno, ha detto che non riesce a trovare UNA chiesa che lo sostenga. Non stava neanche parlando di sostegno economico... stava parlando del sostegno della preghiera, di inviare persone a pregare, QUALSIASI COSA.
Questo mi fa infuriare.
Francamente, questo mi fa venir voglia di non mettere MAI PIÙ piede in una chiesa.
Ci sono centinaia di chiese nel raggio di 25 chilometri da questa clinica per aborti di Orlando. Mentre stanno ammodernando gli uffici, pagando i sistemi audio e predicando i loro banali messaggi, muoiono bambini... più di 3000 al giorno.
Amici, ascoltatemi, DOBBIAMO scuoterci di dosso il nostro torpore e non tacere MAI PIÙ... e mai più immobili!
Sono arrabbiata con i pastori che non parlano mai dell’aborto e non dànno una mano alle persone come il mio amico John. Sono arrabbiata con chi pensa che basti scrivere un assegno e non pensano mai a FARE qualcosa per i nascituri.

Sono arrabbiata con i cristiani che non fanno NULLA per difendere questi fratelli più piccoli e si definiscono ancora cristiani.
DIO.ABBI.PIETÀ
Il mio eroe John che fa suppliche per i bambini tutti i giorni...
Kelly Clinger: Today I returned to the abortion clinic...
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