Jane Fonda rivela che la madre abortì nove volte prima della sua nascita

2017-08-28

Margot Peppers, 10 ottobre 2014 - Mail online

Jane Fonda ha confidato di aver letto le cartelle cliniche di sua madre e di aver scoperto che aveva abortito nove volte prima della sua nascita.
Jane Fonda
In un discorso ad un evento per raccogliere fondi per le vittime di stupro, la 76enne icona hollywoodiana ha raccontato al pubblico che la madre Frances era stata abusata sessualmente dall’età di otto anni, un’esperienza che Jane crede abbia portato la madre ad un comportamento promiscuo e autodistruttivo.
Nel momento in cui l’ho letto, ogni cosa è andata al suo posto, – ha detto – ho capito il motivo della promiscuità, delle infinite chirurgie plastiche, il senso di colpa, l’incapacità di amare o essere intima, e sono stata capace di perdonarla e perdonare me stessa.
Frances, che aveva 29 anni quando partorì Jane, si uccise il giorno del suo 42° compleanno, gli amici di Jane dicono che sia stato l’evento più incisivo nella sua vita con tante sfaccettature.
Jane ha detto al pubblico di sospettare che la madre fosse stata abusata sessualmente da un accordatore di pianoforte quando era una giovane ragazza, cosa che la lasciò traumatizzata per il resto della vita.
Poco dopo la nascita del fratello più giovane Peter, a Frances fu diagnosticato un disturbo bipolare.
Scoprendo che suo marito la tradiva con altre donne, Frances ricorse a misure estreme per riconquistare la sua attenzione. Se ne andava in giro nuda davanti a lui e persino gattonava su mani e ginocchia fino a lui, implorandolo di parlarle. Non funzionò.
Henry Fonda con la moglie Frances
Nel 1950, il giorno del suo 42° compleanno Frances si suicidò, tagliandosi la gola con un rasoio durante un ricovero a Craig House, una casa di cura a Beacon, New York. Jane aveva 12 anni.
Il padre di Jane, Henry, era freddo e prepotente, per non parlare di quanto fosse uno sfacciato donnaiolo, ma sua figlia, troppo giovane per comprendere la malattia mentale, diede sempre al comportamento allarmante della madre maniaca-depressiva la colpa della rottura del matrimonio dei suoi genitori, fino a quando non seppe degli abusi patiti da Frances.
______________

Jane Fonda non è molto disposta a dire che cosa pensi riguardo ai nove aborti, tranne dire che hanno avuto un ruolo nell’estremo atto di disperazione di Frances Fonda. Forse il suo quasi-silenzio sugli aborti della madre può essere spiegato dal suo sostegno esplicito all’aborto negli ultimi decenni. Se è fautrice dell’accesso gratuito e aperto proprio a ciò che ha contribuito al suicidio della madre, questo è un chiaro sintomo del suo negare la realtà.
Agli abortisti piace dire che non c’è legame tra aborto e suicidio, ma gli studi ad esempio di Priscilla Coleman parlano chiaro (vedi anche lo studio di Gissler e quello di Ferguson).
In uno studio del 2010, ricercatori del National Center for Biotechnology Information, che lavora a stretto contatto con il National Institutes of Health, ha trovato che l’aborto è associato ad una probabilità maggiore di gravi disturbi mentali, incluso ansia, abuso di droghe, ideazione suicida e tentato suicidio.
Ma oltre al legame aborto-suicidio, i diversi aborti di Frances Fonda hanno molto probabilmente alimentato i problemi che Jane Fonda ha sperimentato e di cui ha spesso discusso: bassa autostima, scarsa immagine del corpo, disordini alimentari ed altri problemi.
Il dottor Philip Ney, uno psichiatra canadese esperto di sindrome del sopravvissuto in seguito ad aborto, ha scritto che i figli che sopravvivono, inclusi quelli che sanno solo intuitivamente di aver perso fratelli coll’aborto, possono sviluppare una mentalità da “voluto” che li porta a vedere se stessi come oggetti e non persone. Questi figli cercano di essere il figlio perfetto per dimostrare ai propri genitori di essere degni.
Frances e Henry Fonda
L’attivismo pro aborto di Jane potrebbe anche essere un risultato diretto dei nove aborti della madre e del successivo suicidio. I ricercatori sostengono da molto tempo che l’alto tasso di aborti ripetuti è una conseguenza della ri-attuazione post traumatica, un meccanismo inconscio di adattamento che spinge le persone a ripetere un’esperienza anche se è stata terribile, come maniera di giustificarla o normalizzarla.
Forse un modo con cui Jane ha cercato di dare un senso al passato tormentato della madre è stato di normalizzarlo sostenendo che l’aborto sia una cosa buona, un diritto a disposizione di ogni donna.
Le recenti riflessioni di Jane, includendo un blog che tiene sul suo sito, mostrano che con l’invecchiare ella sta diventando sempre più introspettiva. Ha chiesto scusa per il suo incontro controverso con soldati nord vietnamiti durante la guerra del Vietnam e sostiene persino l’astinenza nel suo libro “Being a Teen”. Forse possiamo aspettarci che un giorno cambierà le proprie opinioni sull’aborto e discuterà onestamente di come si è sentita a sapere di non essere una di due figli, ma una di 11.
Quando sarà pronta per fare questo passo, spero che cercherà la guarigione e troverà finalmente la pace che l’ha sfuggita.


link:


“Che cosa ti ha fatto quel bambino ogni giorno?”

2017-04-03

Il video qui sotto (con sottotitoli in italiano) riguarda la testimonianza dell’ex medico abortista Kathi A. Aultman data a una commissione del Senato degli Stati Uniti.

In un’altra occasione la stessa Aultman aveva detto: «Personalmente facevo molta fatica a capire come i medici tedeschi potessero fare ciò che hanno fatto durante la guerra. Ora era diventato chiaro. Ogni volta che prendi un gruppo di persone e le consideri non umane, puoi fare a loro ogni cosa. Fu solo quando ebbi il mio bambino che capii come i medici tedeschi potessero fare ciò che hanno fatto. All’improvviso ho visto quello che mi è capitato durante il tirocinio.»



“Democraticamente” lecito

2016-10-24

“La mia posizione è in linea con la Roe v. Wade, le donne hanno un diritto costituzionale di compiere queste decisioni intime e personali e difficili basate sulla propria coscienza (...) e voglio mantenere questa protezione costituzionale. (...) La persona non ancora nata non ha diritti costituzionali.”
Questa è la posizione di Hillary Clinton, peraltro in linea con il proprio partito, il partito democratico, e con le posizioni di Obama. Sia negli USA che in Italia i “democratici” sono sempre all’avanguardia sul “diritto” ad abortire.

Negli USA l’aborto può essere anche a nascita parziale o D&E ed è legale dal 1973 (sentenza Roe v. Wade).
Nell’aborto a nascita parziale (terzo trimestre) il bambino in utero viene afferrato per i piedini ed estratto fino a che solo la testa rimane all’interno dell’utero. Il “medico” poi effettua un foro nella nuca e attraverso un aspiratore risucchia fuori il cervello. La testa collassata del bambino morto può così uscire facilmente dall'utero.
Orribile, vero? Ma questo è ciò che Michelle Obama ha definito una “legittima procedura medica”.

ABORTO A NASCITA PARZIALE
IMMAGINI CRUDE
 



Nell’aborto D&E, Dilatation and Evacuation (dilatazione e svuotamento, secondo trimestre) il bambino viene fatto a pezzi ed estratto dall’utero. I pezzi vengono “riassemblati” a parte per controllare che sia stato estratto tutto.

ABORTO D&E
IMMAGINI CRUDE





Per approfondire:


Se pensate che non faccia male, vi prego, ripensateci (aborto D&E)


Un applauso dall’inferno (aborto a nascita parziale)


Ho lasciato che quel macellaio la facesse a pezzi (aborto a nascita parziale)


Ciò che Obama finse di non sentire (aborto al secondo trimestre)



Da ieri non sono più pro aborto

2015-08-16

Testimonianza di uno studente di medicina


Per cominciare, devo dire che fino a ieri, venerdì 2 luglio 2004, ero fortemente pro-choice. Sono uno studente pre-medico, ed essendo molto scientifico, capivo che la massa di cellule che forma il corpo del feto non è spesso capace di sopravvivere prima di 24 settimane nell’utero. Sono anche piuttosto liberal, e credevo che ogni donna dovrebbe avere il diritto di scegliere cosa fare del proprio corpo e di quello che potrebbe potenzialmente crescere dentro di lei.
Questa estate sono stato accettato in un programma pre-medico nella città di New York in cui ci consentono di stare dietro ai dottori e vedere tutti i tipi di procedure mediche. Quando mi fu data la possibilità di vedere un aborto non ho esitato ad accettare l’offerta. Era qualcosa di nuovo, audace ed eccitante che non avevo mai visto. Quando entrai nella sala operatoria, sembrava come ogni altra in cui ero entrato. Vidi una donna, con le gambe alzate come se stesse partorendo, sebbene fosse addormentata. Vicino a lei c’era un vassoio di strumenti per l’aborto e un aspiratore per aspirare i tessuti fetali dall’utero. I medici si misero camici e maschere e cominciò la procedura. La cervice era tenuta aperta con uno strumento metallico grezzo e un largo tubo trasparente era infilato all’interno della donna.
Bambino a 9 settimane dal concepimento
Nel giro di pochi secondi fu acceso il motore della macchina e sangue, tessuto e piccoli organi furono tirati via dal loro ambiente e per finire in un filtro. Un minuto dopo l’aspiratore ebbe una battuta d’arresto. Fu rimosso il tubo, e attaccato ad esso c’era un corpicino e una testa attaccata a caso ad esso, ciò che era formato dal collo spezzato. Le costole erano formate, con una sottile pelle che le copriva, gli occhi erano formati, e gli organi interni avevano cominciato a funzionare. Il cuoricino del feto, evidentemente un maschietto, si era appena fermato, per sempre. Il filtro dell’aspiratore fu aperto, e furono contati i piccoli bracci e gambe che erano stati strappati dal feto. Le dita delle mani e dei piedi avevano l’inizio delle unghie sopra. I medici, orgogliosi del loro lavoro, riassemblarono il corpo per mostrarmelo. I miei occhi si gonfiarono di lacrime mentre toglievano il bambino dal tavolo e mettevano il suo corpo in un contenitore per rifiuti. Da ieri alle 10,30 non sono stato capace di pensare ad altro che a cosa sarebbe stato quel maschietto. Non penso che le persone capiscano che cosa sia davvero un aborto finché non lo vedono accadere. Sono stato torturato da queste immagini, così reali e vivide, per due giorni, ed ero solo uno spettatore.
Non sarò mai più pro-choice, e non sosterrò mai più l’omicidio di un qualsiasi essere umano, non importa a quale stadio vitale.


Testimony of a Medical Student


Aborto chimico... indolore?

2015-07-19

Era il 2003, avevo 23 anni ed ero volontaria a Planned Parenthood, studente di college, ero una donna incinta di 8 settimane di suo marito… un marito da cui stava divorziando. Non volevo un bambino così avevo la soluzione… l’aborto. Avevo già avuto un aborto ed era stato facile. Sicuramente questa volta sarebbe stato uguale. Invece dell’aborto chirurgico, questa volta avrei scelto un modo più “naturale” di abortire… l’aborto chimico. Era una questione di pillole e sembrava davvero semplice.
Abby Johnson
Tutto veniva fatto a casa. Era una cosa privata, sulla tua agenda, sotto il tuo controllo e sembrava meno invasivo. “Non è peggio di un ciclo abbondante” secondo Planned Parenthood. Mi sembrava molto semplice. Così, abboccai. Presi un appuntamento e misi insieme il denaro. Arrivò il giorno e mi sembrava davvero come un qualsiasi altro giorno. Non ero nervosa… non dovevo avere un’operazione chirurgica. Sarebbe stato semplice. Alla clinica riempii i moduli, mi fecero le analisi del sangue, mi fecero un’ecografia (che non ricordo), e mi misero in una stanza per un colloquio psicologico sull’aborto. Avevo portato qualcuno con me ma, naturalmente, dovevo fare tutto questo da sola. A nessuno tranne la paziente veniva consentito di andare oltre la sala d’aspetto. Ricordo il mio “colloquio psicologico” come fosse ieri: “Avrai dei forti sanguinamenti e il ciclo come dei crampi” – disse il mio assistente; “Suona bene” – ricordo di avere detto. E immagino che suonasse davvero bene. Potevo liberarmi del mio più grande fardello per 400 dollari e un po’ di crampi. Non era un cattivo affare. Sembrava che non ci fossero rischi o effetti collaterali… o se ce n’erano, non ne parlammo. Sicuramente se ci fossero stati rischi me ne avrebbero parlato, giusto? Così l’affare fu fatto. Diedi loro 400 dollari e mi diedero una pillola di Mifeprex e un astuccio marrone di pillole da portare a casa. Il giorno dopo feci come mi avevano detto. Feci un pranzo leggero e presi le 4 pillole nel mio astuccio marrone chiamate Misoprostol. Mi dissero che erano le pillole che avrebbero provocato il sanguinamento e i crampi… ma niente che un Ibuprofene non potesse risolvere. Mi dissero che dopo aver preso le pillole a casa avrei cominciato a sanguinare dopo circa un’ora.
la pillola RU486
Così mi misi comoda nel letto e accesi la TV. Dieci minuti dopo cominciai a sentir male nel mio addome come nessun’altra cosa che abbia mai provato. Poi arrivò il sangue. Zampillava fuori da me. Non potevo portare un pannolino … niente riusciva ad assorbire la quantità di sangue che stavo perdendo. L’unica cosa che potevo fare era sedermi sul water. Sedetti per ore… sanguinando, vomitando nel bidone del bagno, piangendo e sudando. Guardavo abitualmente delle trasmissioni sul parto. Vedevo queste donne in travaglio che erano coperte di sudore. Pensavo sempre “Caspita, le tengono in caldo nella sala parto o cosa?”. Ma in quel momento, seduta sul water, capii che non era il caldo… era il dolore.
Dopo diverse ore sul water volevo disperatamente immergermi nella vasca da bagno. Speravo che mi avrebbe fatto sentire meglio. Forse l’acqua calda avrebbe dato sollievo ai crampi. Sicuramente mi avrebbe dato un odore migliore. Avevo vomito tutto nei miei capelli e sulle mie gambe, per non parlare di come ero sudata. Riempii la vasca e salii dentro.
Mi fece stare davvero abbastanza bene. Ricordo di aver chiuso gli occhi e di aver appoggiato la testa indietro. I crampi continuavano a venire, ma l’acqua aiutava a lenirli in qualche modo. Aprii i miei occhi dopo 15 minuti e rimasi inorridita. L’acqua della vasca era rosso vivace. Sembrava come se fossi seduta nel mezzo di una scena di un crimine. E suppongo che lo fosse… avevo ucciso mio figlio.
Sapevo di dover alzarmi e lavarmi via il sangue. Mi alzai lentamente e raddrizzai il mio corpo. Nonappena fui completamente in piedi sentii un dolore peggiore di ogni altro che avessi mai provato. Cominciai a sudare ancora e a sentirmi svenire. Mi aggrappai al lato della parete della doccia per stabilizzarmi. Poi sentii qualcosa che usciva… e un tuffo nell’acqua che stava scolando dietro di me. Un coagulo di sangue grande come un limone era caduto nell’acqua della vasca. Era il mio bambino? Sapevo che questo grande coagulo non sarebbe andato giù per lo scarico, così mi chinai per raccoglierlo. Riuscii ad afferrare il grande coagulo con entrambe le mani e metterlo nel water. Rimasi sotto la doccia calda per qualche minuto… sentendo un po’ di sollievo dai crampi. Poi venne ancora quel terribile dolore. Saltai fuori dalla doccia e sedetti sul water. Un altro coagulo di sangue grande come un limone. Poi un altro. E un altro. Pensavo di morire. Non poteva essere normale. Planned Parenthood non mi aveva mai detto che sarebbe potuto succedere questo. Deve essere atipico. Decisi che li avrei chiamati la mattina… se non fossi morta prima. Era circa mezzanotte e stavo nel bagno da ben 12 ore. Sapevo di non potere uscire ancora. Non volevo stare sdraiata nel letto… il sanguinamento era troppo forte. E stavano venendo ancora coaguli, non così frequenti, ma venivano ancora. Così decisi di dormire sul pavimento del bagno quella notte… vicino al water. Il pavimento freddo dava una bella sensazione sul mio viso. Ero fisicamente esausta, ma non riuscii a dormire.
La mattina dopo chiamai Planned Parenthood appena aprirono e chiesi di parlare all’infermiera. Mi dissero che mi avrebbe richiamato presto. Lo fece. Le parlai di cosa mi era successo il giorno precedente. Mi disse “Non è anormale”. CHE COSA? Non poteva dire sul serio. Tutto il sanguinamento, i coaguli, il dolore… era NORMALE? “Sì” – mi disse – “Usa borse dell’acqua calda, immergiti in una vasca calda e prendi Ibuprofene”. Ero arrabbiata. Perché non mi avevano parlato degli effetti collaterali? Mi sentii tradita.
Passarono otto settimane. Otto settimane di coaguli di sangue. Otto settimane di nausea. Otto settimane di crampi lancinanti. Otto settimane di forti emorragie. Quando finalmente finì, tornai a fare la volontaria da Planned Parenthood. La mia rabbia era sparita ed era stata adesso sostituita da senso di biasimo per me stessa. Non davo più la colpa a Planned Parenthood. Davo la colpa a me. E onestamente, ero contenta di non essere incinta. Così la archiviai come una terribile esperienza e mi promisi che avrei fatto del mio meglio per far sì che nessuna che conoscessi scegliesse l’aborto chimico. Non volevo che nessun’altra passasse per quello che avevo vissuto.
Quando cominciai a lavorare a Planned Parenthood, lo feci proprio per questo. In realtà è diventato uno scherzo nella clinica: “Non fate vedere ad Abby le clienti MAB (aborto chimico). Le convincerà a cambiare in chirurgico e saranno qui tutto il giorno”. ODIAVO l’aborto chimico. Odiavo che lo stessimo propagandando in tutte le nostre cliniche. Non pensavo fosse la cosa migliore per le nostre pazienti. E dicevo loro i rischi. Raccontavo loro la mia storia. Parlavo loro dei coaguli, dei crampi, della nausea, del sanguinamento. Avevo visto troppe donne ferite da questo metodo “naturale” di abortire. Non c’era niente di naturale al riguardo. Ad una riunione della direzione espressi le mie preoccupazioni. Perché non parlavamo dei rischi? Perché nessuno me ne aveva parlato? “Beh, non vogliamo spaventarle” disse il mio supervisore. “Oh cioè sono spaventate quando pensano di morire per la quantità di sangue che perdono perché scegliamo di non dire loro che è presumibilmente normale” risposi. Questo non andava molto bene. Questa era la loro risposta? Non volevano che le donne fossero spaventate? La notte del mio aborto chimico, mentre giacevo sul freddo pavimento del bagno, non ero mai stata così spaventata. E se fossi morta da sola? Chi mi avrebbe trovato? I miei genitori avrebbero scoperto che la loro figlia era morta perché aveva abortito? Quella paura era reale. (…)
Nel 2003 una giovane donna è morta per aborto chimico. Si chiamava Holly Patterson. Da allora suo padre Monty lavora per far conoscere i pericoli e i rischi dell’aborto. Ha creato un sito: http://abortionpillrisks.org. Il sito è pieno di informazioni accurate sui veri rischi dell’aborto chimico. (…) Holly non doveva morire. Le donne non devono essere ferite dall’aborto. Fate conoscere la verità.

Abby Johnson

sempre di Abby Johnson: Ho visto quel bambino sbriciolarsi e sono diventata pro-life


Betrayed by Planned Parenthood


Vedere il proprio figlio morto dopo la RU486

2015-02-28


di Sarah Terzo

Quanto segue è stato pubblicato sul mio sito in risposta a un commento per cui i bambini di 10 settimane non sembrano umani e non sono sviluppati. La donna che scrive ha effettuato un aborto chimico con una pillola e ha tenuto il suo bambino in mano:

Ti sbagli. Se vuoi vedere questa scienza per conto tuo è facile, non t’importa no? Allora rimani incinta, vai ad una clinica per aborti attorno a 9-10 settimane, prendi la pillola per abortire.
Il giorno dopo inserisci le tre pillole nella zona della cervice, dormi un po’ e aspetta di zampillare. Partorisci nella vasca, così puoi vedere che questo cosiddetto mucchio di tessuto ha una bella testa tonda, occhi, orecchie in via di sviluppo, mano, dita, braccia, gomiti, gambe, piedi, dita dei piedi, bocca. Ho tenuto in mano il mio bambino di 10 settimane, e tu?

Un aborto chimico (tramite pillola) dopo nove settimane può comportare l’espulsione di un bambino con parti umane, braccia, gambe, ecc. Queste parti si sviluppano da circa sette settimane dal concepimento. Vedere il corpo riconoscibile di un bimbo abortito è uno dei motivi per cui gli aborti chimici possono essere così incredibilmente traumatici per le donne. La FDA [Food and Drugs Administration] sconsiglia di usare questo metodo oltre sette settimane, ma molte cliniche lo fanno lo stesso.

bambino a 10 settimane
La ex direttrice di una clinica di Planned Parenthood, Abby Johnson, ha parlato della propria esperienza di vedere il corpo del suo bambino morto dopo un aborto con RU486:

Impegnata e non preparata a diventare madre, la Johnson ebbe un aborto chirurgico e disse di essersi sentita isolata e sola immediatamente dopo la procedura abortiva.
“È stato un peso che ho portato da sola” ha detto riguardo al fatto di non avere avuto alcun aiuto o sostegno dopo l’aborto.
Ha spiegato che pensava che l’aborto sarebbe stato un avvenimento unico ma, quando in seguito si ritrovò di nuovo incinta, decise di effettuare un secondo aborto. Questa volta scelse il pericoloso farmaco abortivo RU486, che ha ucciso almeno 13 donne nel mondo, e danneggiato almeno 1'100 donne nei soli USA, fino al 2006, secondo la FDA.
“È stata una delle peggiori esperienze della mia vita” ha detto riguardo all’aver abortito a casa e aver visto il corpo morto del suo bambino dopo.
Le complicanze dell’aborto chimico sono continuate per otto settimane, spiega. La Johnson ha detto che si sentiva un fallimento ma continuò a lavorare alla Planned Parenthood, dove pensava che avrebbe potuto ridurre gli aborti promuovendo la contraccezione.
“Tornai ad essere una volontaria e cercavo di giustificare l’aborto.”

bambino a 9-10 settimane


Woman Shocked Seeing Her Aborted Baby After Taking RU 486 Abortion Pill


Vidi il bambino aprire la bocca

2014-04-27

Questa testimonianza è di Joan Appleton, una donna che lavorava all’interno del mondo abortista ed è in seguito diventata prolife.


Come ho cominciato a lavorare nel mondo dell’aborto? Ero molto attiva nella National Organization for Women (NOW). Come infermiera professionista, pensai di avere una magnifica opportunità, come infermiera e come convinta assertrice della libertà di scelta, di mettere in pratica le mie convinzioni politiche. Lo considerai un dono, così lavorai sodo alla clinica per quattro anni e rimasi attiva nel NOW.

Il trauma dell’aborto è innegabile

Una delle cose che mi turbavano anche mentre ero infermiera capo alla clinica è che l’aborto era un trauma molto emotivo per una donna e una decisione molto difficile da prendere da parte di una donna.
Se avevo ragione, perché era così difficile? Dovevo chiedermelo continuamente. Avevo assistito psicologicamente così bene quelle donne, erano molto sicure della loro decisione, e allora perché ritornavano dopo mesi ed anni, psicologicamente distrutte?
Il mio supervisore mi diceva: «Se hanno qualche problema dopo l’aborto è perché avevano qualche problema prima dell’aborto.»
Noi del movimento pro-choice e nell’industria dell’aborto neghiamo che esista qualcosa come la sindrome post aborto. Però è reale, e ragazze e donne ritornano davvero. Non potevo negare la loro presenza.

Un terribile aborto con l’ecografo

Un’altra cosa che mi infastidiva, mentre continuavo il mio lavoro alla clinica, era il fatto che avevo visto un aborto con l’ecografo. Facevamo aborti al primo trimestre. Questo era un caso al termine del primo trimestre, forse del secondo trimestre. Non mi ricordo quale fosse il problema specifico, ma volevamo fare l’aborto con l’ecografo, per essere sicuri di aver preso tutto il bambino per intero. La terminologia era che volevamo assicurarci di prendere l’intera gravidanza. Maneggiavo l’ecografo mentre il medico effettuava la procedura, e lo guidavo mentre guardavo lo schermo.
Vidi il bambino tirarsi indietro. Vidi il bambino aprire la bocca. Avevo visto “L’urlo silenzioso” diverse volte, ma non mi aveva fatto effetto. Per me era solo propaganda prolife. Ma non potevo negare ciò che avevo visto sullo schermo. Dopo la procedura stavo tremando, letteralmente, ma riuscii a rimettermi a posto e a continuare quel giorno.

Gli abortisti lo fanno per denaro

I medici a cui ricorrevamo erano principalmente medici che stavano cominciando a praticare, e facevano aborti finché non raccoglievano abbastanza denaro per aprire un proprio studio privato.
O erano medici che non avevano molta pratica e facevano aborti per pagare la loro assicurazione contro gli errori professionali.
Nei cinque anni in cui ho lavorato là, non ho mai, mai visto un medico che facesse aborti perché credeva che fosse un diritto della donna. Non era una cosa tra le loro priorità. Non dico che non esistano, ma certo io o la mia clinica non lo possiamo dire.

La pillola contraccettiva e l’aborto

Divenni sempre più coinvolta politicamente. Eravamo una clinica a 360 gradi. Trattavamo tutti i tipi di malattie sessualmente trasmissibili, controllo delle nascite, condom, ogni cosa. Cominciai a lavorare di più con organizzazioni come Planned Parenthood, NARAL e NAF su certi progetti.
Distribuivo pillole contraccettive dopo un aborto, ed è qui che ho imparato dov’è il vero affare e il vero lavoro dell’industria dell’aborto.
Ero capace di dare assistenza psicologica ad una donna e dire: «Bene, non vogliamo che tu debba affrontare ancora questa procedura. Vogliamo che cominci a prendere le pillole anticoncezionali. Ti daremo la prima confezione gratis». Potevamo fare così perché le compagnie farmaceutiche ce le davano gratis. È un buon marketing. Così potevamo distribuire una confezione gratis e scrivere una ricetta valida per cinque mesi.
«Se la pillola non funziona con te stavolta, può darsi che sia un po’ troppo forte. Ma non preoccuparti, ritorna perché ce n’è una di un dosaggio un po’ più basso.»
Ora, le compagnie farmaceutiche e Planned Parenthood e l’industria dell’aborto non erano stupidi. Sapevano che con una minore dose di estrogeni in quelle pillole, era più probabile che non avrebbero funzionato. Ma non devi preoccuparti. Possiamo riportarti qui per un altro aborto.
Usano anche le percentuali, per la cronaca. Tasso di fallimento del trenta percento, perché davamo la pillola con pochi estrogeni. Questo significa che il trenta percento sarebbe ritornato. E abbiamo dimenticato di dirti, tra l’altro, che se hai l’influenza e devi prendere gli antibiotici, la reazione chimica tra la pillola e l’antibiotico rende la pillola inutile, e totalmente inefficace, così abbiamo un altro venti percento. Grazie, torna a trovarci.
Quando cominciai a fare assistenza psicologica alle donne c’erano sette tipi di malattie sessualmente trasmissibili. Ora ce ne sono venti. Ma non preoccuparti, puoi tornare da noi per questo. Naturalmente ti daremo dei farmaci per quello, e sappiamo ciò che gli antibiotici fanno alla pillola. Bingo! Abbiamo un altro dieci-quindici percento che ritorna. Grazie.

La bugia del “sesso sicuro”

Ora andiamo nelle scuole e insegniamo il “sesso sicuro” perché a noi stanno a cuore le donne. Diciamo loro di usare i condom. Devi usare i condom con una gelatina o schiuma, mai da soli. Sappiamo tutti che farai comunque sesso, quindi potresti proteggerti.
Poi venne fuori l’AIDS e noi diciamo ancora, e Planned Parenthood dice ancora, di usare il condom. Quello che realmente dicono è: Non funzionerà, e avremo una certa percentuale di voi che ritornerà. Poiché il virus dell’AIDS è 100 volte più piccolo di uno spermatozoo, avremo davvero una bella percentuale di fallimento con il condom. Quindi in sostanza quello che stanno facendo oggi è andare nelle scuole e dire: Ragazzi, sappiamo che farete sesso ed è OK. Se usate i nostri condom e i nostri metodi di controllo delle nascite, e se fate sesso sicuro, solo tre o quattro di voi moriranno, gli altri vivranno.
È come dire a un gruppo di liceali: Voi tutti avete pistole. Sappiamo che le userete comunque, quindi ho questo bel giubbotto antiproiettile per voi. Non fermerà tutti i proiettili tutte le volte, quindi tre o quattro di voi verranno uccisi comunque.

Delusa dal movimento pro-choice

Questo è ciò che mi fece arrabbiare. Avevo cominciato a far parte del movimento pro-choice credendo che aiutasse le donne, credendo che le donne avessero diritto di scegliere. Avevano diritto di vivere, avevano diritto di andare avanti. Pensavo che assistendo le donne le stavo aiutando a superare una situazione difficile così che potessero continuare le loro vite. Dicevo loro che erano la persona più importante della terra, e che quando tutto questo fosse finito, avrebbero potuto continuare le loro vite.
Ma dovetti fermarmi e dire: «Che succede? Perché questo non succede? Invece voi uscite e rimanete ancora incinte. Vi ammalate. Come vi aiuto?» Queste erano le domande che continuavano a tormentarmi.
Alla fine decisi che le mie domande erano troppo forti. Non mi piaceva quello che succedeva. Non mi piaceva quello che era diventato “i nostri corpi, noi stesse”. Non mi piaceva quello che facevamo per le donne. Se avevo ragione, perché soffrivano? Che cosa avevamo fatto? Avevamo creato un mostro e non sapevamo che cosa farci. Andai da Debra, una volontaria prolife, e cominciai a fare domande. Parlammo a lungo. Diventammo amiche.

Uscire dall’aborto

La mia uscita dal NOW fu quando ero ospite a parlare ad una cena del NOW in Virginia. Salii sul podio e dissi: «Gente, non posso farlo più. C’è qualcosa di sbagliato qui e non posso più essere parte dell’industria dell’aborto o parte del movimento pro-choice e quindi non posso più fare parte del NOW».
Mi chiesero di andarmene subito. Per un po’ ci fu del movimento. Erano persone con cui avevo lavorato sodo nell’organizzazione, persone che avevo addestrato ad accompagnare le donne alla clinica. Il mio ultimo giorno alla Commonwealth Women's Clinic capitò proprio lo stesso giorno in cui un gruppo di prolife stavano facendo dei salvataggi nella zona di Washington DC.
Joan Appleton con Debra e padre Frank Pavone
Debra ed io eravamo diventate amiche intime, e lei stette con me quando venne in città per questi salvataggi. La lasciai in centro al mattino presto, era novembre, e c’erano migliaia di prolife ovunque. Lasciai Debra e tornai alla clinica per organizzare la difesa contro i prolife.
Quel giorno in città c’era un gruppo di uomini e donne della comunità pro-choice della Francia per le udienze in Senato sulla RU486. Era il 1989. Queste persone che venivano dalla Francia volevano una dimostrazione clinica e scelsero la mia clinica.
Mi chiesero di fare un giro per la clinica e di farsi spiegare le procedure. Fu il mio ultimo incarico ufficiale. Portai il gruppo francese in giro per la mia clinica per aborti, spiegai i dettagli e basta. Avevo fatto tutto. Me ne andai.



Dopo la conversione alla causa prolife, Joan ritornò alla sue radici cattoliche, riconciliandosi con Dio e diventando un membro fedele della sua chiesa.
La sua autobiografia, “Raising Cecelia”, racconta la storia della sua conversione.
Joan ha fondato e coordinato la “Società dei Centurioni”, che così si descrive in un suo opuscolo: «Il Centurione che stava ai piedi della croce di Cristo improvvisamente provò orrore per la crocifissione che gli avevano ordinato di eseguire. Quando Cristo morì, questo Centurione lasciò cadere la spada e cadde in ginocchio esclamando: Certo, questo era un uomo innocente. Quelli di noi che hanno partecipato all’uccisione di bambini innocenti sono i centurioni di oggi, che hanno preso parte alla morte di bambini non ancora nati, si sono pentiti e hanno dichiarato: Certo, queste erano vite innocenti. Ora dobbiamo riconoscere la profondità della nostra colpa e affrontare le conseguenze... Per rivitalizzare la nostra umanità abbiamo bisogno di perdonare ed essere perdonati, riconciliare ed essere guariti».
Joan è morta nell’agosto del 2012, aveva 64 anni.



Fonti:


Ero cieca, ma ora vedo

2014-04-13

Mi chiamo Cindy e, purtroppo, la mia storia non è unica. Sono una sopravvissuta post aborto. Uso questo termine per aiutare gli altri a capire che l’aborto non uccide solo il bimbo concepito; esso lascia anche un seguito di vittime. L’aborto non è una “procedura” da cui una madre e un padre possano allontanarsi senza cicatrici dolorose e permanenti.
Ero pro-choice dalla prima volta che avevo sentito parlare di aborto, che fu nel 1980. Un’amica con cui andavo al liceo rimase incinta del suo ragazzo, e decise di abortire. Erano passati solo 8 anni dalla sentenza Roe v. Wade [che ha legalizzato l’aborto negli USA], ed ero una donna molto intellettuale. Non era una vita che veniva uccisa, era una vita potenziale. La vita si auto-sosteneva, e il corpo di una donna era semplicemente un sistema di supporto vitale per quella vita potenziale. Non sarebbe stato legale se consistesse nel porre fine alla vita di qualcuno. Acconsentii a portare la mia amica alla clinica per aborti perché non voleva che nessun altro lo sapesse. Il suo ragazzo la implorava di non abortire. Era così sconvolto e sembrava davvero essere devastato. Sentii molto dispiacere per lui perché chiaramente voleva diventare padre, ma non aveva alcun diritto di chiedere alla mia amica di far affrontare a sé stessa e al suo corpo la gravidanza e il parto. Alla fine lei lo disse alla madre che la portò, e la vita sembrò essere felice e normale per lei, dopo la procedura.
Quando rimasi incinta nel 1985, il mio ragazzo mi disse che per noi non era il momento giusto per avere un bambino, e che ci sarebbe stato tanto tempo per noi per avere una famiglia. Acconsentii senza obiezioni a questa decisione perché non era ancora un bambino, o almeno questo è ciò che credevo. Ero a circa sei settimane dall’ultimo ciclo e non avevo motivi fisici per sapere che stava accadendo qualcosa nel mio utero. Abortii e fui colpita da quanto fu doloroso. Mi avevano detto che sarebbe stato veloce e indolore, e che sarei tornata alla normalità in un giorno. Passai i due giorni successivi sul divano piangendo per il dolore e per il senso di depressione. Sentii molta più vergogna e paura che qualcuno scoprisse ciò che avevo fatto di quanto ne avrei sentito se qualcuno avesse scoperto che avevo avuto rapporti sessuali prematrimoniali ed ero rimasta incinta. Non capivo che cosa mi stesse capitando. Mi convinsi che sarebbe passato e finsi che la vita fosse normale e felice. Circa otto mesi dopo feci un sogno in cui vedevo il mio bambino. Lo tenevo tra le mie braccia e ci guardavamo amorevolmente l’un l’altro. Era così bello. Quando mi svegliai capii di aver appena visto mio figlio. Come normalmente accade, il padre ed io non restammo insieme. Questo era solo l’inizio della mia storia post aborto e del lungo viaggio da pro-choice a pro-life.
Continuai ad essere pro-choice e credetti che fosse semplicemente il lutto per la perdita di una “potenziale” maternità. Da quel momento la mia vita si riempì di comportamenti distruttivi. Divenni promiscua e cominciai a bere fortemente. Qualsiasi cosa per aiutarmi a smorzare il dolore e la vergogna che sentivo. Feci anche ciò che potevo per evitare di rimanere incinta, perché mi sentivo indegna di avere un altro bambino. Pregavo Dio che mi facesse morire in un incidente così non avrei continuato a provare così tanto dolore. La vergogna mi impedì di cercare l’aiuto di cui avevo bisogno. Un paio d’anni dopo condivisi la storia del mio aborto con un’amica. Cominciai il processo di perdonarmi. Il perdono venne, ma la vergogna stette con me per 23 anni.
Dopo un matrimonio fallito, ed essere piombata in una completa disperazione, dissi a Dio che l’avrei seguito ovunque mi avesse condotto. Mi condusse alla Chiesa cattolica e nell’autunno del 2007 entrai a far parte di un corso RCIA [Rito di iniziazione cristiana per adulti]. Fu conoscendo le vite di tanti santi che capii che Dio mi aveva perdonata, che ero degna del suo amore, e che non dovevo più provare vergogna. Sentii il desiderio di aiutare altre colpite da un dolore simile, e così decisi di parlare a uno dei nostri preti del mio aborto e mi offrii di condividere la mia esperienza con altre donne post-abortive o che pensassero di abortire. Due giorni dopo ero alla scuola superiore cattolica e stavo per far conoscere il mio più grande peccato a ben più di quattro persone che lo conoscevano, a tanti ragazzi e insegnanti, alcuni dei quali sapevo che mi avrebbero riconosciuta. Dopo aver condiviso la mia storia, ciò che avvenne mi prese completamente di sorpresa. Mi espressero ammirazione per il mio coraggio, solidarietà per il mio dolore, e amore che mi sollevò più in alto di quanto pensavo umanamente possibile. Non so se abbia aiutato qualcuno degli studenti, ma Dio mi guarì proprio in quel giorno. Satana non mi teneva più prigioniera nella vergogna, e sapevo che non sarei più stata zitta! Allora compresi che la vita e la morte dovrebbero essere lasciate a Dio e non agli uomini. Ancora non avevo compreso che avevo dato il consenso affinché il mio figlio fosse ucciso. Ero ancora sotto l’illusione di avere solo acconsentito a non permettere alla vita di crescere nel mio grembo. Dio è tanto misericordioso e sapeva che non potevo gestire la verità tutta in una volta.
Cominciai a leggere, a cercare di informarmi per quanto possibile riguardo all’aborto. Fu durante questa ricerca che appresi che il battito cardiaco può essere rilevato già da 18 a 22 giorni dopo il concepimento (cinque settimane dall’ultimo ciclo). La verità venne allora alla luce e cominciai a piangere e non smisi per un paio d’ore. Non potevo permettere agli altri di essere ciechi rispetto alla verità e di patire tutto il dolore e la sofferenza che avevo sperimentato. Sapevo che Dio mi aveva portata alla verità gradualmente così che fossi capace di condividere la mia testimonianza con altri.
Avrò il lutto per mio figlio e per la mancata occasione di maternità per il resto della mia vita, perché ho sempre desiderato dei figli. So che mio figlio, Francis McKinley, sa che lo amo e che ero cieca riguardo a quando comincia la vita. In memoria del mio adorato figlio, non starò zitta sulla verità che la vita comincia nel momento del concepimento.

Cindy ha pubblicato la sua testimonianza sul sito della CNN. Il titolo della sua testimonianza è tratto da un verso del canto ‘Amazing Grace’.
I Was Blind But Now I See


Emilee: la mia miglior carriera sarebbe stata quella di mamma

2014-02-22

Nel 1984 rimasi inaspettatamente incinta, anche se la considero una contraddizione perché fondamentalmente, se una è sessualmente attiva non dovrebbe essere sorpresa se rimane incinta. Prendevo la pillola, ma chiaramente anche la pillola anticoncezionale non funziona al 100% e non ricordavo assolutamente di non averla presa per un giorno. È possibile che stessi prendendo antibiotici in quel periodo e allora non si sapeva che gli antibiotici possono annullare gli effetti della pillola, o almeno io non lo sapevo. Indipendentemente dal motivo per cui la pillola non ha funzionato con me, ero una studentessa universitaria di 20 anni con “sogni” di carriera da modella, e ora ero incinta!
Poiché stavo prendendo la pillola, scoprii di essere incinta solo a 10-12 settimane. Avevo perso due cicli, ma mi era capitato in precedenza, quando avevo esagerato con l’atletica e la ginnastica, così pensai solo che stava succedendo la stessa cosa. Comunque, descrissi i miei sintomi ad un’amica e si convinse che ero incinta e mi consigliò di fare un test, e lo feci, ed ero incinta.
In quel momento, la decisione di abortire sembrava una decisione facile. Ma questo non è esatto, perché non presi una decisione informata e intelligente. La mia decisione di abortire rapidamente si basò sul cosiddetto “counseling” che ebbi dalla clinica Planned Parenthood in cui andai. La persona di Planned Parenthood che mi consigliò sembrava molto premurosa e interessata. Ricordo che mi dissero che era solo una massa di cellule. Ricordo che mi terrorizzarono con l’idea di avere un “bambino urlante o un adolescente fuori controllo”. Sarebbe stato anni dopo, mentre scrivevo un discorso per un corso che stavo frequentando, che sarei andata sul sito web di Planned Parenthood alla pagina “teenwire” e trovai esattamente quelle parole. Ero sbalordita! Capii allora che era stato quella “consulente” con cui parlai da Planned Parenthood ad aver piantato quei terribili pensieri nella mia testa. Non era interessata a me o preoccupata per me alla fine, ma aveva preso una giovane donna vulnerabile e in preda al panico e mi aveva spaventata affinché abortissi in fretta. Oltre alle tattiche di paura usate per convincermi ad abortire rapidamente, non mi dissero mai che una conseguenza avrebbe potuto essere l’infertilità o comunque un danno al sistema riproduttivo.
È così strano che prima dell’aborto non lo considerassi vita, o vitale, o mi sentissi madre. Cominciai a pentirmene subito dopo. Mi stavo ancora svegliando dall’anestesia quando tutta la premura che Planned Parenthood mi aveva mostrato prima dell’aborto finì improvvisamente. Mi dissero di alzarmi e di vestirmi e di aspettare nell’atrio. Dissi loro che ero ancora intontita e avevo bisogno di stendermi. Mi diedero i vestiti e mi dissero che avevano bisogno del letto. Fu mentre entravo nell’atrio, facendo fatica a camminare per via dell’anestesia, che rimasi colpita, e colpita duramente. Afferrai la mia pancia e in silenzio la mia testa piangeva: “Rivoglio indietro il mio bambino!”. Ma l’aborto è definitivo e non ci sarebbe stata possibilità di riavere indietro il mio bambino.
Un paio d’anni dopo l’aborto, mentre curiosavo in una libreria (molto prima di internet) vidi un libro sullo sviluppo fetale e lo aprii. Caddi in ginocchio in preda all’orrore quando vidi le foto di un feto di 10 e un feto di 12 settimane. So che c’erano persone intorno a me, ma non potei evitarlo. Riuscivo a malapena a respirare. “Come ho fatto a essere così stupida?” – pensai – “Come hanno potuto mentirmi?” – “Perché a scuola non mi hanno insegnato lo sviluppo fetale?”. Due anni dopo l’aborto erano due anni troppo tardi per me per scoprire le nozioni fondamentali sullo sviluppo fetale. Vi giuro che se lo avessi saputo, se Planned Parenthood mi avesse rivelato la realtà di come è fatto un feto di 10 o 12 settimane, e che è un essere umano completamente sviluppato anche se molto piccolo, non avrei mai scelto di abortire. Se mi avessero detto che una possibile conseguenza era l’infertilità, anche se molto improbabile, sarei corsa via velocemente dai loro uffici e avrei “scelto” di tenermi il bambino. Mi irrita molto ancora oggi quando lo chiamano “diritto di scegliere”. È una scelta solo se ti raccontano tutti i fatti permettendoti così di dare un consenso veramente informato. Mi divenne chiaro che l’aborto è un grande business con tanti soldi da fare, ed io ero stata ingannata.
Come la vita avrebbe svelato, finii con lo sposare il giovane uomo di cui ero rimasta incinta, meno di un mese dopo l’aborto. È una lunga storia, ma tanto per spiegare brevemente, fu una cerimonia breve perché lui veniva da un altro paese e l’ufficio immigrazione si era fatto sentire. Eravamo davvero innamorati ma troppo giovani per sposarci, e specialmente così presto dopo il trauma emotivo dell’aborto.
Ci pentimmo entrambi dell’aborto e cercammo immediatamente una gravidanza. Ma non ci sarebbe stata. Abbiamo affrontato anni di trattamenti per la sterilità e speso decine di migliaia di dollari. La mia sterilità fu classificata come “inspiegabile”. Vedo sul sito di Planned Parenthood che loro ancora affermano che la sterilità non è una conseguenza. È una bugia. Il fatto è che a loro non importa scoprirlo. Quali studi hanno mai fatto per scoprirlo? Mi piacerebbe saperlo. Chi hanno esaminato? Alcuni anni fa chiamai Planned Parenthood per informarli che avevo abortito in una loro clinica e non ero più riuscita a rimanere incinta. Ho rinunciato ad aspettarmi una risposta. Proprio loro che si preoccupano dei “diritti delle donne” e dei loro “diritti riproduttivi” – che storia! – loro mi hanno portato via i miei diritti riproduttivi.
L’aborto ha cambiato la mia vita, ha modellato ogni cosa, inclusi venti anni cercando di ottenere una gravidanza. C’è molto altro che vorrei dire, ma lo spazio e il tempo sono limitati. Concluderò dicendo che dopo 22 anni il mio matrimonio è finito. Lui ora ha un figlio. Oh, i miei sogni di modella che avevo, e che avevano avuto un peso nella mia decisione di cercare Planned Parenthood per pensare all’aborto – e sottolineo “cercare”, non “decidere” – si rivelarono essere solo sogni. La lezione che la vita mi ha dato è che dobbiamo prendere le opportunità che la vita ci presenta. Possono non sembrare opportunità in quel momento, ma col senno di poi, la miglior carriera che avrei mai potuto avere nella mia vita sarebbe stata quella di “mamma”.


Emilee ha pubblicato la sua testimonianza sul sito della CNN
Abortion Caused Me Infertility!


Piango ancora

2014-01-30

Tre testimonianze post-aborto di uomini

A volte guardo i miei due figli,
e so che ce ne dovrebbero essere tre.
Piango ancora.
...continua su Libertà e Persona