
Monumento ai bimbi non nati
2012-01-20
Questa scultura è stata realizzata dal giovane artista slovacco Martin Hudáček. Cliccando sull’immagine qui sotto si accede all’album di foto da lui stesso scattate alla scultura.

Un’amniocentesi ha rovinato la mia vita
2012-01-01
Questo caso avvenuto nel Regno Unito non è sicuramente un caso isolato, e purtroppo anche in Italia sono spesso i medici a prospettare l’aborto come unica ‘terapia’ nei confronti di un bambino con disabilità...

Un’amniocentesi ha rovinato la mia vita.
Spinta ad un aborto che rimpiange amaramente. Il matrimonio distrutto. Come il dilemma di fronte ad una diagnosi di sindrome di Down ha fatto a pezzi una famiglia.
di Alison Smith Squire (27/10/2011)
Ogni mattina, quando si sveglia, il primo pensiero di Marie Ideson va ad una bambina di nome Lillie. Oggi, se fosse viva, Lillie avrebbe sei anni.
E anche se Lillie avrebbe avuto la sindrome di Down, Marie è sicuro di una cosa: «Nonostante qualsiasi disabilità, mia figlia sarebbe stata incredibilmente ben amata. E qualunque fosse il suo futuro, ci sarei sempre stata per lei».
Eppure, quando lei era incinta di Lillie di un po’ più di 16 settimane, ed essendole stato detto dai medici che i test mostravano che la sua tanto desiderata figlia aveva la sindrome di Down, Marie ha fatto qualcosa che la tormenta ancora e a cui attribuisce la causa della rottura del suo matrimonio: si sottopose all’aborto [nell’articolo viene quasi sempre usata la parola ‘termination’ per indicare l’aborto].
«Col senno di poi, sono stato forzata ad abortire» – dice Marie, 46 anni, medico e direttrice di una clinica – «vorrei solo poter tornare indietro. Penso ogni giorno alla figlia che non ho mai avuto. La rimpiangerò sempre».
Le statistiche mostrano che Marie è ben lungi dall’essere l’unica donna ad abortire il suo bambino per via della sindrome di Down.
Infatti, il numero di ‘terminazioni’ per questa condizione è più che triplicato negli ultimi 20 anni. In Inghilterra e Galles vengono abortiti ogni anno circa 1.100 feti con questa condizione.
Una ricerca del 2009 del Queen Mary, Università di Londra, ha trovato che su dieci donne che hanno in grembo un bambino con sindrome di Down, nove decidono di abortire.
Ma, mentre nessuno dubita che, per alcune, l’aborto sia l’unica opzione praticabile [mi sia consentito di dubitare, grazie!], quante tra queste centinaia di donne sono state vittime di costrizioni da parte di medici professionisti nel porre fine alla loro gravidanza?
Marie non ha dubbi su ciò che le è successo. «Mio marito Allan ed io eravamo seduti e un’infermiera ci disse, senza mezzi termini, che il nostro bambino aveva la sindrome di Down.»
«Quando ho detto che volevo tenere il bambino, mi è stato detto che poteva nascere avendo necessità di chirurgia d’urgenza al cuore e che hanno problemi intestinali e di tono muscolare, sempre se fosse sopravvissuto.»
«Mai nessuno ci disse che avremmo potuto tenere il nostro bambino. La interruzione [corsivo mio, nell’originale inglese ‘termination’] è stata presentata come l’unica strada possibile.»
Non solo, Marie pensa anche che la facevano sentire in colpa perché voleva portare avanti la gravidanza.«Un’infermiera disse che non abortire il mio bambino l’avrebbe fatto soffrire, e che sarebbe diventato solo un peso per la società se avessi proseguito» – dice Marie – «Mi disse anche: “Il novantanove per cento delle donne nella tua situazione non vorrebbe il bambino”».
Marie, del North Yorkshire, quando rimase incinta di Lillie aveva quarant’anni ed aveva due gemelli ed una figlia avuti in un precedente matrimonio, ed altri due figli e un’altra figlia avuti da Allan, di cinquant’anni.
«Anche se la vita era caotica nel cercare di conciliare il mio lavoro in un frequentato studio medico con i figli, sia Allan che io volevamo una grande famiglia, così fummo contentissimi quando scoprimmo che stavo aspettando un altro figlio», dice.
Anche se aveva quarant’anni, la gravidanza procedeva normalmente, e non vi era nulla che facesse pensare a qualcosa di storto fino a quando Marie ricevette i risultati di un’analisi del sangue che mostrava che aveva una probabilità su 28 di avere un bambino con la sindrome di Down.
Così, a causa della sua età, i medici le suggerirono di effettuare un’amniocentesi, un test in cui viene inserito un ago nell’utero per estrarre del liquido amniotico.
Questo liquido contiene alcune delle cellule del bambino, che vengono poi analizzate. Se un bambino ha la sindrome di Down, il test rivelerà un cromosoma in più.
«Il medico ci spiegò che il test comportava un rischio di aborto spontaneo di meno dell’1%, che però fu minimizzato come molto raro. Allan ed io ne parlammo, così che se avessimo avuto un bambino con disabilità saremmo stati preparati. Decidemmo di andare avanti».

Comunque, avendo già dato alla luce sei figli sani, Marie rimase sconvolta quando, quattro giorni dopo il test, ricevette una chiamata dall’ospedale.
«Una donna disse: “Mi dispiace comunicarvi che il vostro bambino ha la sindrome di Down”. È stato devastante.»
«Allan era al lavoro ed io scoppiai in lacrime. Il mio primo pensiero fu: “Come lo affronteremo?”. Non fu: “Non posso avere questo bambino”».
«Quando Allan tornò a casa, gli diedi la notizia e gli dissi che volevo tenere il bambino, e, anche se sconvolto, è stato d’accordo e anche lui voleva tenerlo».
La mattina seguente, la coppia si recò all’ospedale per parlare delle diverse possibilità con i medici. Non pensavano minimamente che li avrebbero convinti ad abortire il bambino.
«Naturalmente, eravamo disperatamente sconvolti – col senno di poi ero sotto shock – ma credevamo che l’ospedale fosse in grado di offrirci sostegno e rassicurarci che, nonostante la diagnosi, con le ultime terapie mediche il nostro bambino sarebbe stato bene» – dice Marie.
Tuttavia, Marie dice che invece di discutere le questioni, il medico e un’infermiera le proposero immediatamente di interrompere la gravidanza.
«Questo ci ha distrutto. Prima dell’aborto eravamo una coppia davvero felice, ma ora, riusciamo a mala pena a comunicare».
Marie aggiunge: «Allan ed io eravamo entrambi shockati. Allan era preoccupato che ci potesse essere un errore, ma lo specialista disse che il test era accurato al 100% e che aspettare mi avrebbe solo fatto andare avanti un’altra settimana e abortire sarebbe stato più difficile. L’infermiera disse: “Perché avete fatto il test se non volete abortire?”»
«Ma io le dissi che volevamo solo essere preparati alla possibilità di avere un figlio disabile. Quando dissi che volevo tenere il mio bambino, mi hanno fatto sentire come se stessi facendo soffrire tutti. Tenerlo sarebbe stato un peso per gli altri nostri figli, disse, soprattutto se, come sosteneva lei, il bambino avrebbe avuto probabilmente bisogno di molte operazioni per tutta la vita.»
«Avevamo portato i bambini con noi e venivano accuditi in un’altra stanza, ma nel momento in cui un’altra infermiera tornò con loro, fui convinta da un medico e da un’infermiera del fatto che tenere questo bambino sarebbe stato anche come mettere un peso sulle spalle dei miei figli esistenti».
«Li ho guardati e ho pensato che il personale medico doveva aver ragione. In quel momento, ho deciso di andare avanti e di interrompere la gravidanza.»
Come le suggerì il suo medico, Marie prese una pillola per cominciare il suo aborto quel giorno.
«Appena ingoiata la compressa mi sentii intorpidita. Non era come avevo immaginato questa interruzione di gravidanza ma, guardando indietro, ero sotto shock, avevo messo il pilota automatico».
«Ricordo di aver detto ad Allan: “Voglio solo tenere il mio bambino”. Ma anche lui aveva subito il lavaggio del cervello. Continuava a dire: “Ma loro devono pensare che il bambino sia davvero messo male, Marie, questa è la decisione migliore”».
Tre giorni dopo tornò per completare l’interruzione, e dopo aver partorito la piccola Lillie, Marie capì di aver fatto la cosa sbagliata.
«Era così piccola, ma per il resto perfetta. Sono scoppiata in singhiozzi profondi e incontrollabili. Che avevo fatto? Ho capito in quel momento che ero stato vittima di forti pressioni e spinta a prendere quella prima pillola. Mi sono sentito sopraffatto dalla rabbia».
«Avrebbero dovuto mandarmi a casa per pensare a tutte le possibilità, e avrebbero dovuto darmi consigli più neutrali sull’avere un bambino Down».
«Avrebbero dovuto far presente il fatto che avrei potuto proseguire la gravidanza, che potevo anche scegliere di tenere il mio bambino e che con i progressi della medicina la maggior parte dei bambini Down possono avere una vita felice».
«Invece, nel momento in cui tornai a casa avevo già preso una pillola, il primo passo per abortire, e non si poteva più tornare indietro.»
Nel giro di due settimane Marie era sotto antidepressivi.
«Mi sentivo così colpevole e così sconvolta. Anche quando l’autopsia aveva confermato che Lillie era Down, sentii che avrei dovuto tenerla. E se lei non fosse sopravvissuta, sarei stata più felice a lasciare che la natura facesse il suo corso».
L’aborto è diventato un problema enorme tra Marie e Allan.
«Non riuscivo a smettere di piangere» – dice – «ma, peggio ancora, ho cominciato ad avercela con Allan perché l’avevo fatto. Sapevo che anche lui era sconvolto e voleva tenere il bambino, ma ero arrabbiata perché aveva permesso al personale di mettermi fretta a sbarazzarmi di lei. Continuavo a ripensare a quando gli avevo detto che volevo che lei avesse una possibilità di vivere, e lui aveva insistito che noi seguissimo il consiglio dei medici».
«Perché non si era opposto allo specialista? Perché non gli aveva detto che volevamo tenere il bambino?»
«La sensazione che egli non mi avesse sostenuto quando avevo maggiormente bisogno di lui degenerò come un cancro tra noi».
«Allan insisteva nel dire di sentire che anche lui era stato forzato come me. Ma da allora in poi, ho notato altre cose banali in cui non mi sosteneva. E col passare dei mesi, abbiamo cominciato a discutere maggiormente sull’aborto».
«Col senno di poi, ci ha distrutto. Prima dell’aborto eravamo veramente una coppia felice, ma ora riuscivamo a malapena a comunicare.»
La coppia ha cercato di rimettere in carreggiata il loro rapporto avendo Reuben, che ora ha quattro anni.
«Sapevo che un altro bambino non avrebbe mai preso il posto di Lillie, ma credevo che avere un altro bambino insieme avrebbe ricucito il nostro rapporto e di che ci potessimo mettere alle spalle ciò era successo. Allo stesso tempo, speravo che avrebbe riportato l’intimità che una volta c’era tra noi».
«Il colpo di grazia arrivò quando avevo le doglie con Reuben. L’esperienza terribile dell’aborto di Lillie riemerse».
«Ero a casa e le ostetriche mi dicevano che dovevo andare in ospedale, ma dissi loro che non potevo tornare dove avevo abortito Lillie».
«Allan cercò di convincermi ad andare e alla fine non ebbi scelta. Sentivo che, ancora una volta, non aveva preso le mie difese nel momento in cui ero più vulnerabile».
«Sapevo nel profondo che Allan non aveva nessuna colpa, ma nel mio cuore ancora non riuscivo a perdonarlo».
«Può sembrare irragionevole, ma io incolpavo lui dell’aborto quanto i medici. Sapeva che ero contro l’aborto e che volevo tenere il mio bambino».
«Ero arrabbiata perché lui mi aveva permesso di prendere la pillola e non mi aveva solo portato a casa. Ho creduto che avesse preso le parti dello specialista. E quando è arrivato Reuben, ho anche capito che nulla avrebbe riportato indietro Lillie e un nuovo bambino non avrebbe risolto i problemi del nostro matrimonio».
Quando Reuben aveva due anni la coppia si divise. Marie, che non aveva mai firmato un modulo di consenso per l’aborto, ha speso migliaia di sterline in spese legali nel tentativo di ottenere le scuse dall’ospedale, anche se alla fine è stata costretta ad abbandonare l’azione legale per via della spesa.
Della rottura del suo matrimonio dice: «Non riuscivo a superare quello che era successo, nessuno di noi riusciva a rappacificarsene. Il trauma era sempre lì tra Allan e me. La frattura che aveva causato non riusciva a guarire».
«I miei figli più grandi ora hanno 25 anni. Quando ero incinta di loro, sentivo parlare di donne che avevano avuto bambini con sindrome di Down. Ma quando ho avuto Ruben, non ne sentivo più parlare.
Oggi non vedo mai mamme con bambini Down. Non posso fare a meno di pensare che altre donne devono avere abortito ma non lo volevano. Non posso credere che tutti coloro che scoprono che il bambino ha la sindrome di Down scelgano volontariamente di abortirlo»
Mail online: Having an amnio test ruined my life

Un’amniocentesi ha rovinato la mia vita.
Spinta ad un aborto che rimpiange amaramente. Il matrimonio distrutto. Come il dilemma di fronte ad una diagnosi di sindrome di Down ha fatto a pezzi una famiglia.
di Alison Smith Squire (27/10/2011)
Ogni mattina, quando si sveglia, il primo pensiero di Marie Ideson va ad una bambina di nome Lillie. Oggi, se fosse viva, Lillie avrebbe sei anni.
E anche se Lillie avrebbe avuto la sindrome di Down, Marie è sicuro di una cosa: «Nonostante qualsiasi disabilità, mia figlia sarebbe stata incredibilmente ben amata. E qualunque fosse il suo futuro, ci sarei sempre stata per lei».
Eppure, quando lei era incinta di Lillie di un po’ più di 16 settimane, ed essendole stato detto dai medici che i test mostravano che la sua tanto desiderata figlia aveva la sindrome di Down, Marie ha fatto qualcosa che la tormenta ancora e a cui attribuisce la causa della rottura del suo matrimonio: si sottopose all’aborto [nell’articolo viene quasi sempre usata la parola ‘termination’ per indicare l’aborto].

Marie Ideson
Le statistiche mostrano che Marie è ben lungi dall’essere l’unica donna ad abortire il suo bambino per via della sindrome di Down.
Infatti, il numero di ‘terminazioni’ per questa condizione è più che triplicato negli ultimi 20 anni. In Inghilterra e Galles vengono abortiti ogni anno circa 1.100 feti con questa condizione.
Una ricerca del 2009 del Queen Mary, Università di Londra, ha trovato che su dieci donne che hanno in grembo un bambino con sindrome di Down, nove decidono di abortire.
Ma, mentre nessuno dubita che, per alcune, l’aborto sia l’unica opzione praticabile [mi sia consentito di dubitare, grazie!], quante tra queste centinaia di donne sono state vittime di costrizioni da parte di medici professionisti nel porre fine alla loro gravidanza?
Marie non ha dubbi su ciò che le è successo. «Mio marito Allan ed io eravamo seduti e un’infermiera ci disse, senza mezzi termini, che il nostro bambino aveva la sindrome di Down.»
«Quando ho detto che volevo tenere il bambino, mi è stato detto che poteva nascere avendo necessità di chirurgia d’urgenza al cuore e che hanno problemi intestinali e di tono muscolare, sempre se fosse sopravvissuto.»
«Mai nessuno ci disse che avremmo potuto tenere il nostro bambino. La interruzione [corsivo mio, nell’originale inglese ‘termination’] è stata presentata come l’unica strada possibile.»
Non solo, Marie pensa anche che la facevano sentire in colpa perché voleva portare avanti la gravidanza.«Un’infermiera disse che non abortire il mio bambino l’avrebbe fatto soffrire, e che sarebbe diventato solo un peso per la società se avessi proseguito» – dice Marie – «Mi disse anche: “Il novantanove per cento delle donne nella tua situazione non vorrebbe il bambino”».
Marie, del North Yorkshire, quando rimase incinta di Lillie aveva quarant’anni ed aveva due gemelli ed una figlia avuti in un precedente matrimonio, ed altri due figli e un’altra figlia avuti da Allan, di cinquant’anni.
«Anche se la vita era caotica nel cercare di conciliare il mio lavoro in un frequentato studio medico con i figli, sia Allan che io volevamo una grande famiglia, così fummo contentissimi quando scoprimmo che stavo aspettando un altro figlio», dice.
Anche se aveva quarant’anni, la gravidanza procedeva normalmente, e non vi era nulla che facesse pensare a qualcosa di storto fino a quando Marie ricevette i risultati di un’analisi del sangue che mostrava che aveva una probabilità su 28 di avere un bambino con la sindrome di Down.
Così, a causa della sua età, i medici le suggerirono di effettuare un’amniocentesi, un test in cui viene inserito un ago nell’utero per estrarre del liquido amniotico.
Questo liquido contiene alcune delle cellule del bambino, che vengono poi analizzate. Se un bambino ha la sindrome di Down, il test rivelerà un cromosoma in più.
«Il medico ci spiegò che il test comportava un rischio di aborto spontaneo di meno dell’1%, che però fu minimizzato come molto raro. Allan ed io ne parlammo, così che se avessimo avuto un bambino con disabilità saremmo stati preparati. Decidemmo di andare avanti».

Marie col marito Allan e la figlia Laura
Comunque, avendo già dato alla luce sei figli sani, Marie rimase sconvolta quando, quattro giorni dopo il test, ricevette una chiamata dall’ospedale.
«Una donna disse: “Mi dispiace comunicarvi che il vostro bambino ha la sindrome di Down”. È stato devastante.»
«Allan era al lavoro ed io scoppiai in lacrime. Il mio primo pensiero fu: “Come lo affronteremo?”. Non fu: “Non posso avere questo bambino”».
«Quando Allan tornò a casa, gli diedi la notizia e gli dissi che volevo tenere il bambino, e, anche se sconvolto, è stato d’accordo e anche lui voleva tenerlo».
La mattina seguente, la coppia si recò all’ospedale per parlare delle diverse possibilità con i medici. Non pensavano minimamente che li avrebbero convinti ad abortire il bambino.
«Naturalmente, eravamo disperatamente sconvolti – col senno di poi ero sotto shock – ma credevamo che l’ospedale fosse in grado di offrirci sostegno e rassicurarci che, nonostante la diagnosi, con le ultime terapie mediche il nostro bambino sarebbe stato bene» – dice Marie.
Tuttavia, Marie dice che invece di discutere le questioni, il medico e un’infermiera le proposero immediatamente di interrompere la gravidanza.
«Questo ci ha distrutto. Prima dell’aborto eravamo una coppia davvero felice, ma ora, riusciamo a mala pena a comunicare».
Marie aggiunge: «Allan ed io eravamo entrambi shockati. Allan era preoccupato che ci potesse essere un errore, ma lo specialista disse che il test era accurato al 100% e che aspettare mi avrebbe solo fatto andare avanti un’altra settimana e abortire sarebbe stato più difficile. L’infermiera disse: “Perché avete fatto il test se non volete abortire?”»
«Ma io le dissi che volevamo solo essere preparati alla possibilità di avere un figlio disabile. Quando dissi che volevo tenere il mio bambino, mi hanno fatto sentire come se stessi facendo soffrire tutti. Tenerlo sarebbe stato un peso per gli altri nostri figli, disse, soprattutto se, come sosteneva lei, il bambino avrebbe avuto probabilmente bisogno di molte operazioni per tutta la vita.»
«Avevamo portato i bambini con noi e venivano accuditi in un’altra stanza, ma nel momento in cui un’altra infermiera tornò con loro, fui convinta da un medico e da un’infermiera del fatto che tenere questo bambino sarebbe stato anche come mettere un peso sulle spalle dei miei figli esistenti».
«Li ho guardati e ho pensato che il personale medico doveva aver ragione. In quel momento, ho deciso di andare avanti e di interrompere la gravidanza.»
Come le suggerì il suo medico, Marie prese una pillola per cominciare il suo aborto quel giorno.
«Appena ingoiata la compressa mi sentii intorpidita. Non era come avevo immaginato questa interruzione di gravidanza ma, guardando indietro, ero sotto shock, avevo messo il pilota automatico».
«Ricordo di aver detto ad Allan: “Voglio solo tenere il mio bambino”. Ma anche lui aveva subito il lavaggio del cervello. Continuava a dire: “Ma loro devono pensare che il bambino sia davvero messo male, Marie, questa è la decisione migliore”».
Tre giorni dopo tornò per completare l’interruzione, e dopo aver partorito la piccola Lillie, Marie capì di aver fatto la cosa sbagliata.
«Era così piccola, ma per il resto perfetta. Sono scoppiata in singhiozzi profondi e incontrollabili. Che avevo fatto? Ho capito in quel momento che ero stato vittima di forti pressioni e spinta a prendere quella prima pillola. Mi sono sentito sopraffatto dalla rabbia».
«Avrebbero dovuto mandarmi a casa per pensare a tutte le possibilità, e avrebbero dovuto darmi consigli più neutrali sull’avere un bambino Down».
«Avrebbero dovuto far presente il fatto che avrei potuto proseguire la gravidanza, che potevo anche scegliere di tenere il mio bambino e che con i progressi della medicina la maggior parte dei bambini Down possono avere una vita felice».
«Invece, nel momento in cui tornai a casa avevo già preso una pillola, il primo passo per abortire, e non si poteva più tornare indietro.»
Nel giro di due settimane Marie era sotto antidepressivi.
«Mi sentivo così colpevole e così sconvolta. Anche quando l’autopsia aveva confermato che Lillie era Down, sentii che avrei dovuto tenerla. E se lei non fosse sopravvissuta, sarei stata più felice a lasciare che la natura facesse il suo corso».
L’aborto è diventato un problema enorme tra Marie e Allan.
«Non riuscivo a smettere di piangere» – dice – «ma, peggio ancora, ho cominciato ad avercela con Allan perché l’avevo fatto. Sapevo che anche lui era sconvolto e voleva tenere il bambino, ma ero arrabbiata perché aveva permesso al personale di mettermi fretta a sbarazzarmi di lei. Continuavo a ripensare a quando gli avevo detto che volevo che lei avesse una possibilità di vivere, e lui aveva insistito che noi seguissimo il consiglio dei medici».
«Perché non si era opposto allo specialista? Perché non gli aveva detto che volevamo tenere il bambino?»
«La sensazione che egli non mi avesse sostenuto quando avevo maggiormente bisogno di lui degenerò come un cancro tra noi».
«Allan insisteva nel dire di sentire che anche lui era stato forzato come me. Ma da allora in poi, ho notato altre cose banali in cui non mi sosteneva. E col passare dei mesi, abbiamo cominciato a discutere maggiormente sull’aborto».
«Col senno di poi, ci ha distrutto. Prima dell’aborto eravamo veramente una coppia felice, ma ora riuscivamo a malapena a comunicare.»
La coppia ha cercato di rimettere in carreggiata il loro rapporto avendo Reuben, che ora ha quattro anni.
«Sapevo che un altro bambino non avrebbe mai preso il posto di Lillie, ma credevo che avere un altro bambino insieme avrebbe ricucito il nostro rapporto e di che ci potessimo mettere alle spalle ciò era successo. Allo stesso tempo, speravo che avrebbe riportato l’intimità che una volta c’era tra noi».
«Il colpo di grazia arrivò quando avevo le doglie con Reuben. L’esperienza terribile dell’aborto di Lillie riemerse».
«Ero a casa e le ostetriche mi dicevano che dovevo andare in ospedale, ma dissi loro che non potevo tornare dove avevo abortito Lillie».
«Allan cercò di convincermi ad andare e alla fine non ebbi scelta. Sentivo che, ancora una volta, non aveva preso le mie difese nel momento in cui ero più vulnerabile».
«Sapevo nel profondo che Allan non aveva nessuna colpa, ma nel mio cuore ancora non riuscivo a perdonarlo».
«Può sembrare irragionevole, ma io incolpavo lui dell’aborto quanto i medici. Sapeva che ero contro l’aborto e che volevo tenere il mio bambino».
«Ero arrabbiata perché lui mi aveva permesso di prendere la pillola e non mi aveva solo portato a casa. Ho creduto che avesse preso le parti dello specialista. E quando è arrivato Reuben, ho anche capito che nulla avrebbe riportato indietro Lillie e un nuovo bambino non avrebbe risolto i problemi del nostro matrimonio».
Quando Reuben aveva due anni la coppia si divise. Marie, che non aveva mai firmato un modulo di consenso per l’aborto, ha speso migliaia di sterline in spese legali nel tentativo di ottenere le scuse dall’ospedale, anche se alla fine è stata costretta ad abbandonare l’azione legale per via della spesa.
Della rottura del suo matrimonio dice: «Non riuscivo a superare quello che era successo, nessuno di noi riusciva a rappacificarsene. Il trauma era sempre lì tra Allan e me. La frattura che aveva causato non riusciva a guarire».
«I miei figli più grandi ora hanno 25 anni. Quando ero incinta di loro, sentivo parlare di donne che avevano avuto bambini con sindrome di Down. Ma quando ho avuto Ruben, non ne sentivo più parlare.
Oggi non vedo mai mamme con bambini Down. Non posso fare a meno di pensare che altre donne devono avere abortito ma non lo volevano. Non posso credere che tutti coloro che scoprono che il bambino ha la sindrome di Down scelgano volontariamente di abortirlo»
Mail online: Having an amnio test ruined my life
Irrinunciabile
2011-11-26
Una riflessione di Serena Taccari, fondatrice e presidente del “Dono”

Da quando siamo bambine, indipendentemente dal fatto che abbiamo poi coltivato questo desiderio o meno, che crescendo abbiamo seguitato a pensare di volerlo, da quando siamo piccoli abbiamo in mente un’idea chiara di come dovrà essere, il giorno in cui annunceremo al mondo l’arrivo di un bambino. Il nostro. Non so come avvenga che poi per tutta la vita ci ripetano che è impossibile che accada proprio come lo volevamo, o anzi che è impossibile proprio farcela a mettere al mondo un bambino nostro.
Non so perché ci sia un tanto grande gusto a farci pensare che ce l’hanno fatta tutti prima di noi anche durante le guerre si mettevano al mondo figli, ma noi no, non ce la faremo, e quindi bisogna “rinunciare”, non solo al progetto di averne – semmai uno avesse questo progetto – ma anche all’evidenza di esser rimasta incinta, per preferire un’altra evidenza: che quello, che è tuo figlio, se abortisci continuerà ad essere tuo figlio, soltanto sarà tuo figlio morto. E ci hanno convinto che questo è meglio per noi donne, che la cosa peggiore che possa accaderci è portare avanti la gravidanza e non soltanto perché magari oggi non abbiamo le condizioni spettacolari che avremmo voluto o dovuto avere, per farlo; ma proprio perché tu, proprio tu, scherzi? è impossibile che ce la farai. Non ce la faresti con le condizioni idonee..figuriamoci ora. Ora con quel ragazzo che non si sa se va o resta perché sembra proprio che anche i maschietti si siano fatti fregare dall’apparente convenienza del restare attaccati alla gonnella di mammà o di farsi imboccare e cambiare il pannolino fino a 50 anni suonati almeno; con quel lavoro che non si sa ancora se ti assumono, anzi si sa e la risposta è no. Con quella situazione a casa che ci manca solo un bambino.. E per questo si fanno figli – chi li fa sempre più tardi, si investe talmente poco nella vita. Non fraintendere, non sto parlando del gesto altruistico (opinabilmente tale) di mettere al mondo un bambino senza i presupposti. Scardiniamo questa storia, poi: una volta che sei rimasta incinta non si tratta di fare programmi, quel bambino è lì ha solo bisogno di tempo per nascere, ma è lì, e non lo leverai dalla tua vita con un aborto, lo dicevo anche prima: l’aborto non fa si che tu non diventi madre, ti rende madre di un bambino morto. Assodato questo, non voglio fermarmi sulla possibilità altruistica di mettere al mondo un figlio se non c’è tutto un contorno perfetto per accoglierlo. Sto parlando di investire su sè stessi, sulla propria, di vita. Sì, su di te che non ti da credito nessuno, che devi ammazzarti di fatica per ottenere che qualcuno si accorga che esisti e che vali. Sto parlando del fatto che ti guardi allo specchio la mattina e già sei stanca e ti affanni a coprire la stanchezza col trucco perché le donne, si sa, truccate danno più risalto ai loro dettagli meravigliosi, certo, ma si sa anche che le donne faticano cento volte più degli uomini a prendere un posto nella società proprio in virtù di quello che viene definito un handicap, un difetto di fabbrica: la possibilità neanche troppo remota di diventare madre. E ti trattano come una menomata ovunque ti giri. So di colloqui per posti di lavoro in cui ti chiedono “ma non vorrai sposarti vero?” oppure “no donne non ne assumo perché fanno figli” . Si, sei una donna. Si puoi fare un figlio. Sì è vero sarà pure complicato ma se tu non investi su di te, chi lo farà? parliamo dell’orgoglio. Parliamo dell’autostima. Ho seguito più di tremila – tremila non trenta, non trecento – donne che hanno abortito. Devo dire che nonostante girino in rete pubblicità che parlano di donne “fiere” della scelta fatta io non ne ho trovate. Donne che si metterebbero una maglietta per gridare al mondo “hei ho usufruito di un diritto! ho abortito” non ne ho trovate! ho trovato donne profondamente segnate da questa decisione, piene di tristezza. Tutto però intorno ci racconta questa favoletta della macchina del tempo, che funziona in nessuna occasione tranne in gravidanza: se lasci il tuo ragazzo, marito, compagno per prendere un’altra strada, non si torna indietro. Se ti licenzi per prendere un’altra strada non si torna indietro. Se cambi città niente sarà più come prima ma se resti incinta ed abortisci torni a riprenderti la vita che avevi prima. Questo, signori e signore, è un vero miracolo! No, è il solito coniglio nel cappello, c’è la fregatura. Non si torna indietro! non si torna indietro neanche quando sei rimasta incinta e allora cosa si può fare? Come si può offrirlo alle donne come risposta ai loro problemi? E quale potrebbe essere mai la risposta da dare? Se nessuno crede nelle tue possibilità non significa che tu non ne abbia: inizia a crederci tu. Se non ci riesci trova la forza in te di chiedere aiuto. Sai farlo, e lo sai perché? perché per dirla alla Zelig, ce l’hai nel DNA: le donne sono quelle che si fermano per strada a chiedere indicazioni quando non trovano un indirizzo. Ecco è la stessa cosa, chiedi indicazioni. E non fermarti se qualcuno ti continua a ripetere che non ce la puoi fare, e non fermarti se qualcuno ti dice trovala da sola la strada. Cerca chi crede in te, perché ne hai diritto. Non farti fregare, sono tutte scuse: non hai un difetto di fabbricazione, sei una donna, vanne fiera. Hai ragione, il mondo è complicato, le situazioni sono difficili, gli uomini spesso ci fanno una figura penosa, scappano, sono traditori, sono instabili. Tutto profondamente e tristemente vero. Ma quando vogliono farti credere che è troppo difficile per te, che è troppo pesante per te, ti stanno fregando. Investi sulla tua vita: ti stanno dicendo che devi accontentarti ed è falso, nessuno di noi vive per accontentarsi, stiamo al mondo per essere felici, e forse che la felicità si costruisce in quattro e quattr’otto? Ti stanno dicendo che tu non sarai felice, se tieni quel bambino ed è falso lo sai anche tu, perché tutte le donne che mettono al mondo un figlio vedono in lui la cosa più bella mai fatta, la loro felicità. Perché non tuo figlio, perché non tu? perché proprio tuo figlio dovrebbe renderti un infelice? Perché le condizioni sono negative? Un assurdo vero? Potrebbero dirti che è una vera vergogna che tu ti sia messa in questa situazione - come se ci potessimo mettere incinta da sole - che sei un disastro..- sì questo potrebbero dirtelo anche in famiglia purtroppo, che sembra quasi che restare incinta sia una notizia peggiore di un tumore – e invece poi quando il bambino nasce si innamorano tutti...Potrebbero dirti che andare avanti non è la scelta migliore. Ma tutto questo , non è vero. Ti stanno dicendo che devi accontentarti, che non puoi averla la tua felicità che più di così, più di un uomo fuggiasco non ti meriti, che più di un lavoro che fa schifo, non ti meriti perché tu sei donna e va così. Non farti fregare! Prova invece ad immaginare di avercela già fatta, prova a figurarti l’orgoglio proprio come quando studi e ti figuri il giorno che sarai laureata o diplomata, anche se oggi stai faticando da matti, proprio come quando ti figuri di aver già raggiunto la meta quando sei ancora all’inizio – sarai aiutata e ce la farai, è una garanzia, mi sento di poterci spendere il mio nome perché sarà certamente così - prova a immaginare come guarderai tutti dall’alto in basso perché tanto il lavoro lo troverai con la stessa difficoltà di prima (non è che se abortisci ti mettono i tappeti rossi poi!); lo puoi trovare un uomo che non scappi, sì esistono ancora! Il fatto che non lo hai trovato non sarà mica perché ti sei accontentata di qualcosa che somigliava alla felicità forse lontanamente? Prenditela la tua felicità, cercala e non arrenderti, ti spetta: e non è rinunciando a quello che la vita ti offre – fosse anche una sfida con una gravidanza imprevista – che la troverai prima... E sarai fiera di poter dire, alla faccia di tutti, io ho qualcosa che voi non avete: ho fiducia nella vita. Ho fatto tutto quello che fate voi, e ho anche mio figlio. Non vuoi poterti dire che non rinunci a niente nella tua vita? Esatto, non rinunciare a niente, prima di tutto a vivere.
Allora capisci che ha senso fare per esempio la Marcia per la Vita che si terrà a Roma il 13 maggio, perché bisogna sbatterlo in faccia a tutti che la tua vita vale, e che tu credi in questo: se non lo fai tu perché dovrebbe farlo qualcun altro? E non si tratta soltanto – e già sarebbe abbastanza – della vita di un bambino, il tuo magari; si tratta della tua vita di donna che non devi permettere a nessuno di sottovalutare o di buttare via.
P.S. visto che stai leggendo qui, per chiedere aiuto e trovare qualcuno che faccia il tifo per te chiama il numero 347-3786645. Rispondo io per l’associazione IL DONO.
http://ilovemysinglemom.blogspot.com/2011/11/irrinunciabili.html

Da quando siamo bambine, indipendentemente dal fatto che abbiamo poi coltivato questo desiderio o meno, che crescendo abbiamo seguitato a pensare di volerlo, da quando siamo piccoli abbiamo in mente un’idea chiara di come dovrà essere, il giorno in cui annunceremo al mondo l’arrivo di un bambino. Il nostro. Non so come avvenga che poi per tutta la vita ci ripetano che è impossibile che accada proprio come lo volevamo, o anzi che è impossibile proprio farcela a mettere al mondo un bambino nostro.
Non so perché ci sia un tanto grande gusto a farci pensare che ce l’hanno fatta tutti prima di noi anche durante le guerre si mettevano al mondo figli, ma noi no, non ce la faremo, e quindi bisogna “rinunciare”, non solo al progetto di averne – semmai uno avesse questo progetto – ma anche all’evidenza di esser rimasta incinta, per preferire un’altra evidenza: che quello, che è tuo figlio, se abortisci continuerà ad essere tuo figlio, soltanto sarà tuo figlio morto. E ci hanno convinto che questo è meglio per noi donne, che la cosa peggiore che possa accaderci è portare avanti la gravidanza e non soltanto perché magari oggi non abbiamo le condizioni spettacolari che avremmo voluto o dovuto avere, per farlo; ma proprio perché tu, proprio tu, scherzi? è impossibile che ce la farai. Non ce la faresti con le condizioni idonee..figuriamoci ora. Ora con quel ragazzo che non si sa se va o resta perché sembra proprio che anche i maschietti si siano fatti fregare dall’apparente convenienza del restare attaccati alla gonnella di mammà o di farsi imboccare e cambiare il pannolino fino a 50 anni suonati almeno; con quel lavoro che non si sa ancora se ti assumono, anzi si sa e la risposta è no. Con quella situazione a casa che ci manca solo un bambino.. E per questo si fanno figli – chi li fa sempre più tardi, si investe talmente poco nella vita. Non fraintendere, non sto parlando del gesto altruistico (opinabilmente tale) di mettere al mondo un bambino senza i presupposti. Scardiniamo questa storia, poi: una volta che sei rimasta incinta non si tratta di fare programmi, quel bambino è lì ha solo bisogno di tempo per nascere, ma è lì, e non lo leverai dalla tua vita con un aborto, lo dicevo anche prima: l’aborto non fa si che tu non diventi madre, ti rende madre di un bambino morto. Assodato questo, non voglio fermarmi sulla possibilità altruistica di mettere al mondo un figlio se non c’è tutto un contorno perfetto per accoglierlo. Sto parlando di investire su sè stessi, sulla propria, di vita. Sì, su di te che non ti da credito nessuno, che devi ammazzarti di fatica per ottenere che qualcuno si accorga che esisti e che vali. Sto parlando del fatto che ti guardi allo specchio la mattina e già sei stanca e ti affanni a coprire la stanchezza col trucco perché le donne, si sa, truccate danno più risalto ai loro dettagli meravigliosi, certo, ma si sa anche che le donne faticano cento volte più degli uomini a prendere un posto nella società proprio in virtù di quello che viene definito un handicap, un difetto di fabbrica: la possibilità neanche troppo remota di diventare madre. E ti trattano come una menomata ovunque ti giri. So di colloqui per posti di lavoro in cui ti chiedono “ma non vorrai sposarti vero?” oppure “no donne non ne assumo perché fanno figli” . Si, sei una donna. Si puoi fare un figlio. Sì è vero sarà pure complicato ma se tu non investi su di te, chi lo farà? parliamo dell’orgoglio. Parliamo dell’autostima. Ho seguito più di tremila – tremila non trenta, non trecento – donne che hanno abortito. Devo dire che nonostante girino in rete pubblicità che parlano di donne “fiere” della scelta fatta io non ne ho trovate. Donne che si metterebbero una maglietta per gridare al mondo “hei ho usufruito di un diritto! ho abortito” non ne ho trovate! ho trovato donne profondamente segnate da questa decisione, piene di tristezza. Tutto però intorno ci racconta questa favoletta della macchina del tempo, che funziona in nessuna occasione tranne in gravidanza: se lasci il tuo ragazzo, marito, compagno per prendere un’altra strada, non si torna indietro. Se ti licenzi per prendere un’altra strada non si torna indietro. Se cambi città niente sarà più come prima ma se resti incinta ed abortisci torni a riprenderti la vita che avevi prima. Questo, signori e signore, è un vero miracolo! No, è il solito coniglio nel cappello, c’è la fregatura. Non si torna indietro! non si torna indietro neanche quando sei rimasta incinta e allora cosa si può fare? Come si può offrirlo alle donne come risposta ai loro problemi? E quale potrebbe essere mai la risposta da dare? Se nessuno crede nelle tue possibilità non significa che tu non ne abbia: inizia a crederci tu. Se non ci riesci trova la forza in te di chiedere aiuto. Sai farlo, e lo sai perché? perché per dirla alla Zelig, ce l’hai nel DNA: le donne sono quelle che si fermano per strada a chiedere indicazioni quando non trovano un indirizzo. Ecco è la stessa cosa, chiedi indicazioni. E non fermarti se qualcuno ti continua a ripetere che non ce la puoi fare, e non fermarti se qualcuno ti dice trovala da sola la strada. Cerca chi crede in te, perché ne hai diritto. Non farti fregare, sono tutte scuse: non hai un difetto di fabbricazione, sei una donna, vanne fiera. Hai ragione, il mondo è complicato, le situazioni sono difficili, gli uomini spesso ci fanno una figura penosa, scappano, sono traditori, sono instabili. Tutto profondamente e tristemente vero. Ma quando vogliono farti credere che è troppo difficile per te, che è troppo pesante per te, ti stanno fregando. Investi sulla tua vita: ti stanno dicendo che devi accontentarti ed è falso, nessuno di noi vive per accontentarsi, stiamo al mondo per essere felici, e forse che la felicità si costruisce in quattro e quattr’otto? Ti stanno dicendo che tu non sarai felice, se tieni quel bambino ed è falso lo sai anche tu, perché tutte le donne che mettono al mondo un figlio vedono in lui la cosa più bella mai fatta, la loro felicità. Perché non tuo figlio, perché non tu? perché proprio tuo figlio dovrebbe renderti un infelice? Perché le condizioni sono negative? Un assurdo vero? Potrebbero dirti che è una vera vergogna che tu ti sia messa in questa situazione - come se ci potessimo mettere incinta da sole - che sei un disastro..- sì questo potrebbero dirtelo anche in famiglia purtroppo, che sembra quasi che restare incinta sia una notizia peggiore di un tumore – e invece poi quando il bambino nasce si innamorano tutti...Potrebbero dirti che andare avanti non è la scelta migliore. Ma tutto questo , non è vero. Ti stanno dicendo che devi accontentarti, che non puoi averla la tua felicità che più di così, più di un uomo fuggiasco non ti meriti, che più di un lavoro che fa schifo, non ti meriti perché tu sei donna e va così. Non farti fregare! Prova invece ad immaginare di avercela già fatta, prova a figurarti l’orgoglio proprio come quando studi e ti figuri il giorno che sarai laureata o diplomata, anche se oggi stai faticando da matti, proprio come quando ti figuri di aver già raggiunto la meta quando sei ancora all’inizio – sarai aiutata e ce la farai, è una garanzia, mi sento di poterci spendere il mio nome perché sarà certamente così - prova a immaginare come guarderai tutti dall’alto in basso perché tanto il lavoro lo troverai con la stessa difficoltà di prima (non è che se abortisci ti mettono i tappeti rossi poi!); lo puoi trovare un uomo che non scappi, sì esistono ancora! Il fatto che non lo hai trovato non sarà mica perché ti sei accontentata di qualcosa che somigliava alla felicità forse lontanamente? Prenditela la tua felicità, cercala e non arrenderti, ti spetta: e non è rinunciando a quello che la vita ti offre – fosse anche una sfida con una gravidanza imprevista – che la troverai prima... E sarai fiera di poter dire, alla faccia di tutti, io ho qualcosa che voi non avete: ho fiducia nella vita. Ho fatto tutto quello che fate voi, e ho anche mio figlio. Non vuoi poterti dire che non rinunci a niente nella tua vita? Esatto, non rinunciare a niente, prima di tutto a vivere.
Allora capisci che ha senso fare per esempio la Marcia per la Vita che si terrà a Roma il 13 maggio, perché bisogna sbatterlo in faccia a tutti che la tua vita vale, e che tu credi in questo: se non lo fai tu perché dovrebbe farlo qualcun altro? E non si tratta soltanto – e già sarebbe abbastanza – della vita di un bambino, il tuo magari; si tratta della tua vita di donna che non devi permettere a nessuno di sottovalutare o di buttare via.
P.S. visto che stai leggendo qui, per chiedere aiuto e trovare qualcuno che faccia il tifo per te chiama il numero 347-3786645. Rispondo io per l’associazione IL DONO.
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La propaganda abortista contro i pro-life
2011-10-26
Un articolo di Jewels Green (qui la sua testimonianza) sulla propaganda abortista. L’ha conosciuta molto, davvero molto bene, avendo lavorato in passato per diverso tempo in una clinica per aborti.
Ultimamente ho sentito dire parecchie cose dal movimento abortista riguardo a come gli “slacktivist” [termine dispregiativo che indica chi si proclama attivista ma lo è solo a parole e senza profondere un reale impegno] pro-life non stiano facendo altro che combattere una “guerra sulle donne” “elevando grumi di 32 cellule al di sopra di una donna che vive, respira e pensa”. Ovviamente, (ora) so che quegli abortisti, fuorviati e male informati, non potrebbero sbagliarsi di più, ma mi ricorda molto com’ero io quand’ero una di loro.
Una clinica per aborti di Planned Parenthood. La scritta dice: «Pianificare le nascite è un lavoro sacro». Viene ovviamente taciuto che la ‘pianificazione’ effettuata dietro quel cartello consiste nel sopprimere cruentemente i bambini nel grembo materno.Alla clinica per aborti dove ho lavorato, ho subito creduto a tutta la disinformazione che mi veniva data riguardo agli “anti” che tenevano quei cartelloni truculenti là fuori. Mi dissero che ai pro-life non importava nulla delle donne o delle famiglie o dei figli, ma solo dei bambini, e solo i bambini non ancora nati oltretutto. Mi raccontarono, storia dopo storia, di come questo gruppo pro-life o quel centro di aiuto alla gravidanza avesse mentito alle donne per “imbrogliarle”, per farle rimanere incinte e poi abbandonarle dopo che il bambino avesse raggiunto il limite legale per cui non si poteva più abortirlo. Il racconto più impressionante (incredibile) che ricordo riguardava un certo gruppo che aveva dato assistenza finanziaria, cure prenatali, e aveva persino portato in auto una giovane madre all’ospedale quando aveva le doglie, solo per darle una confezione di pannolini il giorno dopo e rifiutare poi di rispondere alle sue telefonate. O la diceria dell’assistente del centro di aiuto alla gravidanza che aveva mostrato ad una adolescente terrorizzata il test di gravidanza con le due linee blu che indicano la gravidanza e le aveva spiegato che le due linee significavano che era incinta di due gemelli.
Questa è propaganda abortista.
Da quando sono passata dalla parte della vita, sono stata felicissima di confermare che queste storie sono menzogne senza fondamento. È shockante per me vedere che gli abortisti continuano a diffondere queste palesi falsità a dispetto della evidente realtà del contrario. Il movimento pro-life è formato da persone oneste, appassionate, generose e spesso pie. Il movimento pro-life include persone e famiglie che adottano bambini “non voluti”, “imperfetti”, “disabili”, e donano tempo, soldi ed energie per fermare l’aborto. Alcuni agiscono politicamente sul Congresso, alcuni fanno volontariato presso centri di aiuto alla gravidanza, altri donano soldi ed alcuni adottano. Ho un’amica che, dopo aver partorito due figli biologici, ha sentito con suo marito la vocazione di adottare un bimbo con la sindrome di Down. È felicemente parte della loro famiglia da più di un anno, assolutamente adorabile, e porta gioia ad ogni persona che incontra. Ci sono tantissimi altri come lei e la sua famiglia. Anime altruiste sconvolte dalla brutalità dell’uccisione dei nascituri e che FANNO qualcosa al riguardo. Il movimento pro-life aiuta donne in gravidanza e famiglie. Molti centri di aiuto alla gravidanza non fanno solo test di gravidanza ma offrono anche assistenza alla coppia, seminari per i genitori, assistenza alla famiglia, cooperative di babysitting, sostegno post-aborto, e molto altro, GRATIS, e senza centinaia di milioni di dollari dai contribuenti americani.
La verità è lì fuori, e non è difficile da trovare. I centri di aiuto alla gravidanza riducono il numero di aborti, e se gli abortisti fossero davvero pro-SCELTA e si battessero affinché ci siano meno aborti – il loro slogan è “sicuro, legale e RARO”, giusto? – allora dovrebbero accogliere favorevolmente l’assistenza da parte dei centri di aiuto alla gravidanza e di organizzazioni simili, non lottare costantemente per chiuderli. Se gli abortisti fossero davvero pro-SCELTA, non dovrebbero andare contro le leggi approvate affinché vi sia il consenso informato prima di scegliere un “intervento chirurgico” irreversibile che si conclude sempre con la morte di un feto umano che vive e cresce. Se gli abortisti davvero si prendessero cura delle donne – in realtà il loro grido di battaglia preferito è che i pro-life si preoccupano più delle cellule che delle donne – combatterebbero al nostro fianco affinché le donne siano pienamente informate di tutte le opzioni e ci sia sostegno per tutte le donne incinte. Darebbero il benvenuto ai pro-life che su un marciapiede offrono consigli e sostegno alle madri, con il sole cocente o la pioggia scrosciante o la neve che ghiaccia e li farebbero
stare in una delle stanze di assistenza psicologica nella clinica, lasciando che le donne incinte vengano a conoscenza di tutte le loro opzioni. Questo sarebbe davvero pro-SCELTA.
Jewels Green: Pro-abortion propaganda - LiveAction.org
Ultimamente ho sentito dire parecchie cose dal movimento abortista riguardo a come gli “slacktivist” [termine dispregiativo che indica chi si proclama attivista ma lo è solo a parole e senza profondere un reale impegno] pro-life non stiano facendo altro che combattere una “guerra sulle donne” “elevando grumi di 32 cellule al di sopra di una donna che vive, respira e pensa”. Ovviamente, (ora) so che quegli abortisti, fuorviati e male informati, non potrebbero sbagliarsi di più, ma mi ricorda molto com’ero io quand’ero una di loro.
Una clinica per aborti di Planned Parenthood. La scritta dice: «Pianificare le nascite è un lavoro sacro». Viene ovviamente taciuto che la ‘pianificazione’ effettuata dietro quel cartello consiste nel sopprimere cruentemente i bambini nel grembo materno.Questa è propaganda abortista.
Da quando sono passata dalla parte della vita, sono stata felicissima di confermare che queste storie sono menzogne senza fondamento. È shockante per me vedere che gli abortisti continuano a diffondere queste palesi falsità a dispetto della evidente realtà del contrario. Il movimento pro-life è formato da persone oneste, appassionate, generose e spesso pie. Il movimento pro-life include persone e famiglie che adottano bambini “non voluti”, “imperfetti”, “disabili”, e donano tempo, soldi ed energie per fermare l’aborto. Alcuni agiscono politicamente sul Congresso, alcuni fanno volontariato presso centri di aiuto alla gravidanza, altri donano soldi ed alcuni adottano. Ho un’amica che, dopo aver partorito due figli biologici, ha sentito con suo marito la vocazione di adottare un bimbo con la sindrome di Down. È felicemente parte della loro famiglia da più di un anno, assolutamente adorabile, e porta gioia ad ogni persona che incontra. Ci sono tantissimi altri come lei e la sua famiglia. Anime altruiste sconvolte dalla brutalità dell’uccisione dei nascituri e che FANNO qualcosa al riguardo. Il movimento pro-life aiuta donne in gravidanza e famiglie. Molti centri di aiuto alla gravidanza non fanno solo test di gravidanza ma offrono anche assistenza alla coppia, seminari per i genitori, assistenza alla famiglia, cooperative di babysitting, sostegno post-aborto, e molto altro, GRATIS, e senza centinaia di milioni di dollari dai contribuenti americani.
La verità è lì fuori, e non è difficile da trovare. I centri di aiuto alla gravidanza riducono il numero di aborti, e se gli abortisti fossero davvero pro-SCELTA e si battessero affinché ci siano meno aborti – il loro slogan è “sicuro, legale e RARO”, giusto? – allora dovrebbero accogliere favorevolmente l’assistenza da parte dei centri di aiuto alla gravidanza e di organizzazioni simili, non lottare costantemente per chiuderli. Se gli abortisti fossero davvero pro-SCELTA, non dovrebbero andare contro le leggi approvate affinché vi sia il consenso informato prima di scegliere un “intervento chirurgico” irreversibile che si conclude sempre con la morte di un feto umano che vive e cresce. Se gli abortisti davvero si prendessero cura delle donne – in realtà il loro grido di battaglia preferito è che i pro-life si preoccupano più delle cellule che delle donne – combatterebbero al nostro fianco affinché le donne siano pienamente informate di tutte le opzioni e ci sia sostegno per tutte le donne incinte. Darebbero il benvenuto ai pro-life che su un marciapiede offrono consigli e sostegno alle madri, con il sole cocente o la pioggia scrosciante o la neve che ghiaccia e li farebbero
stare in una delle stanze di assistenza psicologica nella clinica, lasciando che le donne incinte vengano a conoscenza di tutte le loro opzioni. Questo sarebbe davvero pro-SCELTA.Jewels Green: Pro-abortion propaganda - LiveAction.org
Week end post-aborto, 2-3 dicembre 2011
2011-10-24
L’associazione “il dono” organizza un week-end post-aborto nei giorni 2 e 3 dicembre.
Informazioni generali sui week end post-aborto che organizza “il dono” le trovate a questo link. Informazioni specifiche sul prossimo week-end post-aborto le trovate a quest’altro link.
Se conoscete una donna che sta soffrendo per un aborto e sta cercando aiuto, segnalàteglielo.
Informazioni generali sui week end post-aborto che organizza “il dono” le trovate a questo link. Informazioni specifiche sul prossimo week-end post-aborto le trovate a quest’altro link.
Se conoscete una donna che sta soffrendo per un aborto e sta cercando aiuto, segnalàteglielo.
L’immagine del bambino morto si scolpì nella mia anima
2011-09-29
Una drammatica testimonianza post-fivet e post-aborto raccolta dalla psicoterapeuta Cinzia Baccaglini. Da notare l’utilizzo del linguaggio per nascondere la realtà (‘pre-embrioni’) e la soppressione di un innocente che viene camuffata dal termine ‘embrioriduzione’....
Sono una donna di 47 anni, sposata con un mio coetaneo, e madre di due splendidi figli gemelli di 8 anni.
Io e mio marito ci siamo sposati a 26 anni con l’intenzione di non diventare genitori subito, ma di prenderci, prima, un po’ di tempo per noi.
Dopo i trent’anni abbiamo iniziato a pensarci seriamente.
Purtroppo, non accadeva mai niente: il ciclo mestruale si ripeteva regolarmente e la mia pancia rimaneva sempre piatta. Così, dopo un po’ il nostro desiderio di diventare genitori cominciò a crescere proporzionalmente alla nostra sfiducia. Ricordo una frase che ripeteva spesso mio marito a quel tempo: “Perché noi no?”
Ci siamo rivolti a diversi specialisti sottoponendoci entrambi a visite e controlli a volte penosi e dolorosi. Mio marito ha subito addirittura un intervento chirurgico. Siamo stati anche in un paio di centri di riproduzione assistita: ogni volta io non sono riuscita proseguire perché non potevo accettare quelli che i medici chiamano “protocolli” che prevedevano, allora, prima della legge 40, iper-stimolazione ovarica, super-produzione di ovuli da fecondare poi tutti con il seme del marito (nel mio caso), impianto di tre “pre-embrioni” (così li chiamavano loro) nell’utero materno e congelamento di tutti gli altri. Quando io chiedevo cosa sarebbe successo agli altri, mi sentivo congelare tutta anch’io e ce ne tornavamo a casa sempre più sconsolati. Non ricordo proprio chi una volta mi aveva regalato un libro che parlava di riproduzione assistita. In fondo c’erano le testimonianze di alcune donne che l’avevano praticata. Quella che più mi aveva colpita riguardava una madre di una bambina che però aveva altri figli dentro ad un congelatore di un laboratorio. Siccome stavano per scadere i termini oltre i quali il laboratorio non avrebbe più conservato i suoi bambini, lei doveva decidere cosa farne. Aveva quattro possibilità di scelta: provare un’altra fecondazione assistita, “donarli” ad un’altra coppia, “donarli” alla scienza per la ricerca, oppure farli “distruggere” (vale a dire lasciarli morire).
Io non avevo nessuna intenzione di mettermi in una simile situazione!
Allora ho cominciato a pensare all’adozione. Ad un certo punto, per brevi periodi, abbiamo ospitato a casa nostra un ragazzino ucraino. Siamo andati a trovarlo anche nell’orfanatrofio dove viveva. Io volevo quel bambino di 5 anni che nessuno aveva accolto. Impazzivo di dolore a pensarlo là, in quel posto lontano e triste. Ma bisogna sempre essere in due per volere un figlio e bisogna essere anche abbastanza forti e intelligenti da dire tutto quello che si sente dentro. Mio marito ogni tanto mi diceva: “Mi piacerebbe vedere come verrebbe fuori un figlio da me e te messi insieme”. Così ho capito che l’adozione non era la soluzione per la nostra coppia. Ancora adesso mi chiedo quanto male ho fatto a quel bambino...
Purtroppo, io soffrivo tantissimo della mia condizione di donna sposata senza figli: mi sentivo incompleta, non degna, non adatta. Le persone attorno non ci chiedevano neanche più niente... solo ci compativano. Magari qualche parente o qualche amico, ci “prestava” ogni tanto il figlio. Ma io non provavo nulla per questi figli di altri. Sono insegnante di scuola media, ma a quel tempo insegnavo in una scuola elementare e vivevo costantemente in mezzo ai piccoli: era un continuo ricordare la mia condizione.
Ho cominciato a stare male dentro: non volevo vedere nessuno, mi chiudevo in casa senza rispondere né al telefono né al campanello di casa. Mi sono preoccupata quando sono arrivati gli attacchi di panico. Allora mi sono rivolta ad uno specialista che mi ha consigliato dei farmaci e una psicologa: ho preso i farmaci e gli attacchi di panico sono cessati, ma la psicologa mi stava proprio antipatica e così l’ho mollata!
Psicologicamente mi sentivo meglio. Tanto che, quando un’amica, all’ennesimo tentativo di fecondazione artificiale fallito, mi sfidò dicendomi che avevo paura di provare, mi sentii ferita nell’orgoglio e decisi che avrei affrontato anche questa “cosa”, almeno un paio di volte, per non dovermi pentire quando poi sarebbe stato troppo tardi a causa dell’età che avanzava inesorabilmente.
Così ci siamo rivolti allo stesso centro di fecondazione assistita dei nostri amici. Questa volta, era uno dei più famosi in Italia: dopo anni di attesa e di peregrinare eravamo proprio decisi. D’altronde, col tempo, tutto aveva acquisito un significato diverso: ciò che prima trovavo assolutamente impraticabile non solo per le mie convinzioni morali, ma anche per quello che ritenevo scientificamente comprovato, ora era diventato relativo, relativo all’unica cosa che era davvero importante per me in quel momento: il mio desiderio di diventare madre! Non volevo più essere diversa dalle altre donne sposate. Per televisione e sui giornali si sentiva continuamente parlare di queste pratiche e di quante coppie ce l’avevano fatta. Alla fine tutto sembrava assolutamente normale.
Ricordo i momenti in sala d’attesa, gli esami clinici, le visite, i colloqui, le immagini rassicuranti alle pareti di bambini felici in braccio alle loro mamme. Ricordo anche le facce serie e tristi delle altre coppie: nessuno parlava, ma sapevamo di essere tutti in quel posto per lo stesso motivo.
Ero come anestetizzata, vivevo in stato di trance. Mi ero imposta di non pensare e di concentrarmi solo sul mio desiderio di diventare madre e di avere un frugoletto caldo e morbido tra le braccia. Accettavo tutto quello che mi dicevano e mi facevano senza discutere. Ricordo quando una dottoressa ci ha chiesto cosa avremmo voluto fare in caso di “pre-embrioni avanzati”. Per una frazione di secondo ho ripensato al libro letto anni prima, ma ho immediatamente rigettato quel ricordo nel “dimenticatoio”. Così abbiamo convenuto che la soluzione più logica sarebbe stata quella di congelarli.
Ricordo l’infinità di ormoni che mio marito mi iniettava quotidianamente e la mia amica, super efficiente, super sicura, che sapeva tutto, conosceva tutti e mi chiamava sempre per informarsi dell’andamento delle cose. Io, intanto, mi gonfiavo come un pallone e mi sentivo una mucca. Ricordo il giorno che sono andata dal parrucchiere e mi sono guardata allo specchio: faticavo a riconoscere quel viso pieno d’acqua. Ma non mi interessava, tanto sapevo che stavo facendo tutto per uno scopo, il più importante di tutta la mia vita!
Un 25 aprile mi hanno prelevato i 5 ovuli che avevo prodotto: non mi sentivo molto in gamba, la mia amica ogni volta ne produceva 8, 9... 10! Poi hanno fecondato i miei ovuli con lo sperma di mio marito. Infine, ce ne siamo tornati a casa lasciando in custodia al centro i nostri preziosi ovuli fecondati, che intanto si stavano velocemente trasformando.
Tutti i giorni telefonavo per sapere come stavano crescendo i nostri “embrioncini”. Purtroppo, uno non ce l’ha fatta perché era troppo debole ed è morto subito. Gli altri quattro, invece, crescevano bene.
Un primo maggio siamo ritornati al centro dove la solita dottoressa ci ha detto che dovendone impiantare tre, uno restava fuori. Quindi, ci ha chiesto cosa volevamo farne. Secondo lei, non valeva la pena congelarlo per un’eventuale seconda fecondazione dal momento che uno non sarebbe stato sufficiente. Quindi rimanevano solo due soluzioni: “distruggerlo” o “donarlo” alla ricerca. Noi abbiamo risposto... anzi, non abbiamo risposto perché per noi era lo stesso, in quel momento non ci interessava proprio. La dottoressa ci ha suggerito di lasciarlo alla ricerca, almeno così avrebbe avuto una sua utilità. E così abbiamo fatto. Ero quasi felice della scelta perché non dovevo rimanere con il pensiero di quell’embrione al freddo di un congelatore.
Poi, è arrivato il gran momento: un dottore in camice bianco, io, in camice bianco, stesa su un lettino bianco, un’assistente in camice bianco, dentro uno stanzino con pareti tutte bianche... un attimo ed era tutto fatto.
Sono uscita. Mio marito mi aspettava in una saletta adiacente. Siamo andati al parcheggio dove avevamo lasciato la macchia. Durante il ritorno, il mio compagno guidava lentamente, faceva attenzione a non sterzare bruscamente, era molto premuroso nei miei confronti.
Arrivati a casa, sono andata a riposare, ma dopo tre giorni ho preferito tornare a scuola, al lavoro.
I medici mi avevano detto di provare a fare il test di gravidanza dopo 14 giorni. Io, non potendo più resistere, dopo 12/13 giorni mi sono chiusa in bagno e l’ho fatto. Era una domenica. Le striscioline hanno cambiato colore: un rosa pallido, un po’ incerto, ma indubbiamente erano rosa. Non abbiamo voluto dire ancora niente a nessuno. La mattina dopo ho rifatto il test: il rosa era ancora più intenso. Ho telefonato immediatamente al centro, dove mi hanno consigliato di andare a fare il test in ospedale. L’ho fatto. Il giorno dopo l’ho ritirato. Ho aperto la busta scendendo per le scale: mi sembrava proprio di capire che i dati corrispondevano ad una gravidanza. Ho telefonato subito al centro: mi ha risposto lo stesso medico che mi aveva praticato il trasferimento. Appena gli ho letto il referto, ha esultato dalla gioia dicendo che era proprio orgoglioso di se stesso perché è rarissimo che il successo arrivi al primo colpo. Ricordo di essermi chiesta cosa mai centrasse lui.
A quel punto ho informato i miei genitori e gli amici. Tutti erano felicissimi per noi. Sono andata dal mio medico di base che mi ha fatto un’ ecografia. “Ci sono due cuoricini che battono, guarda” mi ha detto, tutto contento. Sono uscita di lì scombussolata, e cominciavo a chiedermi: “maschi o femmine?”, “Si assomiglieranno?”.
Infine, sono andata dal mio ginecologo. Mio marito mi ha accompagnata. Mi ha visitata e poi mi ha fatto l’ecografia: “Sono tre i cuori che battono” mi ha detto il medico. Mi sono sentita gelare tutta. Ho guardato il mio compagno che era ancora più sconcertato di me. Non avevamo mai sentito parlare di parti tri-gemellari. O meglio, avevamo sentito parlare di alcuni casi eccezionali per televisione. Ma noi non volevamo diventare dei fenomeni. Il medico disse che era presto. Non era assolutamente certo che sopravvivessero tutti e tre. Tornata a casa, ho telefonato al centro. Ho ritrovato il solito medico: piangendo, gli ho urlato tutta la mia disperazione. Adesso mi chiedo: “Ma di che cosa ero disperata? Non avevo tanto desiderato un figlio? Ora ne avevo tre!”. Eppure ero terrorizzata. Il medico mi fece ritelefonare dopo un quarto d’ora per mettermi in contatto con una psicologa. Le spiegai cos’era successo. Le dissi che io non volevo assolutamente tre figli. Mi rispose che la soluzione c’era. Mi diede il numero di telefono di uno studio medico di Milano. Telefonai, spiegai la mia situazione e fissai l’appuntamento. Andai dal mio ginecologo: lui, che si sentiva fiero di collaborare con due centri così importanti, con tono paterno, mi disse: “Signora, a volte le madri devono prendere delle decisioni difficili per il bene dei propri figli”. “Ma quale bene”, mi chiesi.
Mi fece tornare dopo qualche giorno per ritirare la documentazione dettagliata che lui mi aveva preparato.
Andammo a Milano. Lo studio aveva un arredamento essenziale, ma lussuoso. Tutto sembrava irreale, quasi sospeso: le pareti, i quadri, i mobili, le tende... Anche il medico ginecologo, e la sua assistente biologa sembravano provenire dall’aldilà. Ci chiamarono e di nuovo ripetemmo la nostra storia. Ci spiegarono cosa sarebbe successo. Ci dissero che avrebbero deciso loro quale dei tre non avrebbe più vissuto: avrebbero deciso in base a “valutazioni di tipo medico” e noi non avremmo potuto chiedere nulla, neppure il sesso. Mi praticarono l’amniocentesi. Senza anestesia. Mio Dio, quanto male! Ci fecero aspettare in sala d’attesa e dopo un po’ ci richiamarono. Ci dissero che aspettavamo due gemellini, uno maschio e l’altro femmina. Ci spiegarono che il terzo, a causa della sua posizione all’interno del mio utero, era quello destinato a non sopravvivere. Avremmo dovuto tornare dopo circa un paio di mesi per l’ “intervento” risolutivo del “problema”. Mi misi a piangere. Uscimmo, salimmo in macchina e si mise a piangere anche il mio compagno. Arrivammo a casa, aprimmo la porta di casa, mi buttai sul divano disperata e cominciai a tirandomi la pancia con le mani e a lanciare urli che sembravano provenire da un altro mondo. Mio marito mi portò a letto. Non ricordo quando e se mi sono più calmata. Confidai la storia a mia madre e a mio padre. Mia madre mi disse: “Fallo e non ci pensare più”. Decisi di andare a chiedere consiglio al mio medico curante, il quale mi disse: “Insomma, un aborto”. Io, confusa ormai all’inverosimile da tutta quell’ambiguità di linguaggio in cui ero immersa da troppo tempo, lo guardai perplessa e risposi: “No, un’embrio-riduzione”. Mi consigliò di riparlare con il mio ginecologo e di chiedergli che cosa si sarebbe potuto fare nel caso avessi deciso di tenere tutti e tre i bambini. Lo feci. Lui mi spiegò pazientemente che avremmo dovuto operare in stretto rapporto con la neonatologia di un ospedale vicino più all’avanguardia del nostro. Io ricordo bene in quale modo ponevo questa domanda: solo perché volevo in qualche modo alleggerirmi la coscienza. In realtà avevo già deciso che quel terzo bambino non avrebbe vissuto. Anche il medico, si capiva, preferiva questa soluzione. Lui mi metteva in guardia dai possibili rischi di malformazione. Mio marito pure temeva questa eventualità. Io no. Io dentro sentivo una flebile vocina che mi diceva: “Tu sei forte, sei di costituzione grande. Ci stanno tutti e tre dentro di te. Non succederà nulla.” Eppure ero decisa a volerne solo due. Perché? Perché non volevo sentirmi un fenomeno da baraccone. Perché ero così inscatolata nel pensiero comune che tre gemelli non potevano proprio rientrare nei miei rigidi schemi mentali. Volevo liberarmi di quell’assurdità che avevo nella mia pancia. Ad ogni controllo dal ginecologo speravo di non vedere più quel “coso” che pulsava sullo schermo della macchina per le ecografie. Invece c’era sempre. Ricordo i pugni contro lo sportello della macchina dopo l’ennesima ecografia. Ormai non c’era più possibilità di evitarlo: bisognava ritornare in quello spaventoso studio medico. E così tornammo. Piansi durante tutto il viaggio, in sala d’attesa, in ambulatorio. Ma quando il medico mi disse: “Guardi che non è mica obbligata a farlo”, risposi: “No, lo faccio”. La dottoressa mi disse: “Non vorrà mica distruggersi lei per i figli”, la guardai e pensai: “Ma questa cosa dice”. Fecero uscire mio marito e io mi stesi su quel lettino freddo e bianco e il medico mi infilò di nuovo l’ago iniettando non ricordo bene quale liquido. Il dolore fu lacerante. Continuavo a piangere.
La dottoressa uscì e il medico girò, sadicamente, lo schermo della macchina per l’ecografia verso di me e vidi, vidi l’immagine di mio figlio morto: braccia e gambe alzate, completamente rigide. Soffocato da quel liquido, cosa avrà sentito? Quello che fino a quel momento avevo percepito come un’anomalia immaginandomelo quasi come un brutto tumore, ora appariva in tutta la sua pura e semplice realtà: un bambino, il mio bambino morto, ucciso da me, sua mamma. Girai sconvolta il volto, ma ormai era troppo tardi: l’immagine di mio figlio morto, ucciso da me, sarebbe rimasta per sempre nel profondo della mia anima. Continuavo a piangere. Appena uscita dall’ambulatorio, lo dissi a mio marito che mi aspettava in sala d’attesa. Non capivamo. Era ora di pranzo e la dottoressa, gentilmente, ci suggerì un bel localino dove andare a mangiare. Trovai assolutamente assurdo solo pensare di poter mangiare. Come potevo mangiare con un figlio morto in pancia? Come avrei potuto continuare a vivere in quelle condizioni? Poi, una sorta di sdoppiamento della personalità si impadronì di me. Credo fu un modo per salvarmi dalla pazzia. Al ritorno non parlavamo, né io né il mio compagno. Ci fermammo al lago di Garda, passeggiammo, guardammo le vetrine e i turisti e mangiammo un pessimo gelato. Da allora fino al momento del parto vissi come in un tempo sospeso. Una mia vicina di casa aspettava un figlio anche lei; era solo un mese più avanti di me. Anche questo fatto mi aiutò a non pensare troppo: andavamo a passeggiare insieme, confrontavamo le nostre pance, facevamo gli stessi controlli... Alla notte, però, era difficile sfuggire agli incubi.
Dopo il sesto mese di gravidanza andavo dal ginecologo tutte le settimane. Ad un tratto, all’ottavo mese, mi fecero partorire d’urgenza per gestosi. Un taglio cesareo e mi mostrarono i miei bambini. Per primo, mi portarono mio figlio così velocemente che non riuscii neanche a vederlo. Allora, pensai, “Adesso arriva anche lei. Devo stare attenta.” La vidi e non riuscii a trattenermi dal dire: “Che bella!”
Era mattina e verso sera ebbi un’emorragia a causa della quale stetti malissimo. Dovetti rimanere ricoverata per 10 giorni con i miei figli. La pressione arteriosa continuava ad rimanere alta, il latte non arrivava, i bambini non attaccavano al seno, e piangevano disperati dalla fame. Un sacco di gente veniva a trovarmi, medici e infermieri mi sgridavano, ma io non riuscivo a difendermi e mio marito non riusciva a proteggermi. Ricordo il giorno che ci dimisero: a mostrarmi quello che dovevo fare, una volta tornata a casa, era venuta apposta una pediatra che conoscevo bene perché avevo avuto suo figlio a scuola. Mio Dio, ero talmente agitata che non sapevo neppure da che parte prendere quei due batuffoletti. Erano così piccoli che non avevo una tutina che andasse loro bene.
Tornati a casa, mi prese il panico: come avrei fatto? Ero sì preoccupata dell’organizzazione della nuova situazione famigliare, ma soprattutto, avevo dentro qualcosa che mi tormentava. Mio marito stava passando un brutto momento a causa del lavoro ed era spesso via e quando era a casa faceva la sua parte con i bambini, ma non riuscivo a trovare conforto in lui per quello sentivo dentro. D’altra parte, chi confortava lui?
Arrivò il giorno del battesimo. Ricordo tutti i preparativi per una semplice, ma raffinata cerimonia, per un pranzo in un ristorante di lusso in una villa antica. Ricordo che solo un paio di giorni prima mi sono decisa ad andare a comprarmi un vestito per l’occasione. Ricordo le mie urla in macchina, finalmente sola, mentre andavo al negozio. Avevo anche un altro figlio che avrei voluto battezzare, ma ormai non potevo più. Non sarebbe mai più stato possibile. Mai più. Io battezzavo i miei figli vivi, ma continuavo a pensare solo a quello morto, anzi a quelli morti perché non potevo dimenticare neppure quello lasciato in quel centro tanto famoso. Ero assolutamente sdoppiata: con tutti mi dimostravo al colmo della felicità, mentre dentro, in realtà, ero una madre in lutto. Dopo il parto capivo finalmente concretamente chi avevo ucciso e continuavo a ripetermi: “Avrebbe potuto essere uno dei due vivi a morire!” Questo pensiero uccideva sempre di più anche me. Stavo morendo lentamente anch’io. Non ero più io quel corpo fisico. Mi trascinavo di giorno in giorno, ero irascibile, isterica, nevrotica. Non sapevo accogliere, consolare, calmare, coccolare, non capivo quei due bambini che tutti dicevano essere i miei figli e che piangevano sempre in un modo insopportabile, lacerante. Quel loro pianto mi faceva ricordare un altro pianto che non avevo potuto sentire, ma che potevo solo immaginare. E quel pianto diveniva sempre più inconsolabile perché io non riuscivo proprio a riconoscermi nel ruolo di madre con due figli vivi. Mi sentivo madre con due figli morti. E quell’immagine, quell’immagine di mio figlio ucciso da me era sempre lì, davanti ai miei occhi. Potevo solo fingere con gli altri di provare un’enorme gioia per i miei figli vivi, in realtà provavo solo un lacerante dolore per i miei figli morti.
In casa c’era la disperazione: i bambini erano sempre agitati, talvolta vomitavano e mio marito non sapeva più cosa fare.
Non andavamo neppure più a messa. Eppure prima andavamo, piuttosto regolarmente. Una volta avevo tentato di tornarci, ma la sensazione che avevo provato era stata tremenda: diversa, esclusa per sempre dalla comunità dei credenti. Dopo circa undici mesi ho potuto parlare con un sacerdote: era arrivato un nuovo parroco nella mia parrocchia. Piansi, piansi tanto. Lui mi disse: “Il Signore ti ha perdonato.” Io pensai che non bastava mi perdonasse il Signore. Tecnicamente per la Chiesa poteva anche esserci il perdono per una come me, ma ero io che non potevo perdonarmi. Come potevo perdonarmi una cosa simile? Io che ero sempre sta contro l’aborto, anche da giovane, da adulta l’avevo fatto. Come avevo potuto? E mio figlio, che avevo tenuto in grembo per quasi tre mesi, cosa poteva pensare di me, sua madre e degli altri due suoi fratelli sopravvissuti? Non si stava chiedendo “Perché loro sì e io no?”
Nei giorni seguenti parlai ancora con lui che finalmente mi ascoltava e mi sapeva dire qualcosa su cui poi potevo riflettere. In questo modo, mi rendo conto ora, potevo far divergere, almeno per un po’, la mia mente dal solito pensiero fisso. Così forse sono riuscita a non impazzire. Ho iniziato a leggere la Bibbia che prima non avevo mai preso in mano. Ho cominciato ad affidarmi sempre più a questo prete anche un po’ strano certe volte. Quando vedeva i miei bambini diceva: “Ecco i gemelli più belli del mondo!” ed è vero, sono sempre stati e sono molto belli. Però, mi facevano del male quando mi dicevano quanto erano belli perché pensavo che la loro bellezza inglobava anche quella degli altri due morti.
Abbiamo ricominciato, io e il mio compagno, ad andare a messa. E ricordo la prima volta che ho rifatto la comunione.
Un po’ alla volta ho cominciato a fare qualcosa in parrocchia. Più volte abbiamo anche litigato io e il nuovo parroco, ma poi sono sempre ritornata da lui. Poi ho anche capito che avevo bisogno di tornare da una psicologa e l’ho fatto. Questa mi ha seguita per due anni circa. Anche questo mi ha salvata. Quando lei però ha cominciato ad insistere che dovevo abbandonare l’ultima idea che mi era venuta in mente, il seppellimento dei bambini mai nati, la lasciai, senza tante spiegazioni, per continuare ad ascoltare la voce che sentivo dentro. Ormai avevo cominciato ad ascoltarmi dentro e a riflettere su tutto quello che mi accadeva. Ed era accaduto che un giorno, cercando in Internet tutta un’altra cosa, sono finita nel sito dell’associazione Difendere la Vita con Maria che si occupa proprio di promozione della vita nascente e del seppellimento dei bambini mai nati. Quella sera, rimasi davvero impressionata da questo fatto. Ricordo che spensi immediatamente il computer e quando tornò mio marito, lo pregai di guardare lui. Stampammo quello che ci sembrava più interessante e la mattina dopo telefonai. Trovai il presidente in persona. Gli spiegai come avevo trovato il sito e lui mi volle mandare dei libri contenenti le relazioni di vari interventi ai diversi convegni organizzati dalla sua associazione. Mi disse che vicino a noi c’era anche un altro sacerdote che si occupava della stessa tematica. Così andammo dal nostro sacerdote e attraverso lui conoscemmo l’associazione di cui ora facciamo parte.
Ora, tutto va molto meglio. Adoro e sono adorata dai miei figli che, grazie al Cielo, stanno crescendo bene. Fanno parte del gruppo dei chierichetti e tra poco faranno la loro Prima Confessione: ritengo una grande fortuna, ma forse non è un caso che a impartire loro questo Sacramento sarà lo stesso sacerdote che ha aiutato tanto me proprio attraverso lo stesso Sacramento.
Ora con il mio gruppetto prepariamo un incontro di preghiera al mese in favore della vita, organizziamo degli incontri formativi in parrocchia, collaboriamo con il Movimento per la Vita della nostra diocesi, abbiamo ottenuto di poter fare i seppellimenti anche nell’ospedale della nostra USL e siamo in attesa di poter fare il primo. Ho letto e leggo moltissimo: libri di religione e libri relativi alla “nuova cultura della vita” di cui parlava Giovanni Paolo II.
Ripensando a com’ero 9 anni fa, non mi riconosco proprio in quella donna fragile e insicura che si attaccava alle cose superficiali della vita per non sentirsi “diversa”.
Mi ritengo fortunata e ringrazio Dio ogni giorno per tutte le cose meravigliose che mi ha dato, anche per quelle che non ho saputo riconoscere, ma che ora, con il suo aiuto, sto cercando di trasformare in frutti buoni per me, per i miei figli e per quelli che ne hanno bisogno.
Ora insegno in una scuola media e mi piace moltissimo parlare con i miei ragazzi e stare con loro. Quando posso, faccio di tutto per aiutare qualcuno. Non riesco più a tacere quando qualcosa mi sembra ingiusto.
Chiedo a Dio solo due cose: la salute per i miei figli e la fede in Lui per continuare a fare quello che sto facendo con sempre rinnovato entusiasmo.
Forse, però, dovrei chiedere a Dio anche un po’ più di salute per me. Qualche mese fa, infatti, ho ricominciato ad avere problemi di pressione alta e delle strane reazioni simili ad attacchi panico. Sono andata dal mio medico curante, il quale mi ha prescritto un farmaco per la pressione e mi ha caldamente consigliato di dimagrire. Il farmaco l’ho preso e la pressione si è sistemata. Sono dimagrita di alcuni chili che però ultimamente ho recuperato. In questi anni sono aumentata di circa trenta chili. Le strane reazioni sono continuate e allora il mio medico mi ha prescritto pure un farmaco per gli attacchi di panico. In questi ultimi giorni ho avuto degli strani giramenti di testa che io ho imputato a stress: figli, famiglia,lavoro, volontariato... Sono ritornata dal mio medico che per una settimana mi ha tolto il farmaco per la pressione e me ne ha ordinato un altro per le vertigini...
Sarà la pre-menopausa, come dice il dottore? E, come dice sempre lui, dovrei semplicemente andarmene a passeggiare, senza prendermi tanti impegni, oltre alla mia famiglia e al mio lavoro?
Invece, io che sono una gran testarda, continuo ad ascoltarmi dentro e faccio tutto ciò che mi sento di fare, sperando nell’aiuto di Dio.
Signore, grazie per la vita che mi hai donato.
Non vorrei vivere in un altro luogo, in un altro momento, circondata da altre persone se non quelle che mi hai messo accanto.
Non vorrei essere diversa da quella che sono.
Sono una donna di 47 anni, sposata con un mio coetaneo, e madre di due splendidi figli gemelli di 8 anni.Io e mio marito ci siamo sposati a 26 anni con l’intenzione di non diventare genitori subito, ma di prenderci, prima, un po’ di tempo per noi.
Dopo i trent’anni abbiamo iniziato a pensarci seriamente.
Purtroppo, non accadeva mai niente: il ciclo mestruale si ripeteva regolarmente e la mia pancia rimaneva sempre piatta. Così, dopo un po’ il nostro desiderio di diventare genitori cominciò a crescere proporzionalmente alla nostra sfiducia. Ricordo una frase che ripeteva spesso mio marito a quel tempo: “Perché noi no?”
Ci siamo rivolti a diversi specialisti sottoponendoci entrambi a visite e controlli a volte penosi e dolorosi. Mio marito ha subito addirittura un intervento chirurgico. Siamo stati anche in un paio di centri di riproduzione assistita: ogni volta io non sono riuscita proseguire perché non potevo accettare quelli che i medici chiamano “protocolli” che prevedevano, allora, prima della legge 40, iper-stimolazione ovarica, super-produzione di ovuli da fecondare poi tutti con il seme del marito (nel mio caso), impianto di tre “pre-embrioni” (così li chiamavano loro) nell’utero materno e congelamento di tutti gli altri. Quando io chiedevo cosa sarebbe successo agli altri, mi sentivo congelare tutta anch’io e ce ne tornavamo a casa sempre più sconsolati. Non ricordo proprio chi una volta mi aveva regalato un libro che parlava di riproduzione assistita. In fondo c’erano le testimonianze di alcune donne che l’avevano praticata. Quella che più mi aveva colpita riguardava una madre di una bambina che però aveva altri figli dentro ad un congelatore di un laboratorio. Siccome stavano per scadere i termini oltre i quali il laboratorio non avrebbe più conservato i suoi bambini, lei doveva decidere cosa farne. Aveva quattro possibilità di scelta: provare un’altra fecondazione assistita, “donarli” ad un’altra coppia, “donarli” alla scienza per la ricerca, oppure farli “distruggere” (vale a dire lasciarli morire).
Io non avevo nessuna intenzione di mettermi in una simile situazione!
Allora ho cominciato a pensare all’adozione. Ad un certo punto, per brevi periodi, abbiamo ospitato a casa nostra un ragazzino ucraino. Siamo andati a trovarlo anche nell’orfanatrofio dove viveva. Io volevo quel bambino di 5 anni che nessuno aveva accolto. Impazzivo di dolore a pensarlo là, in quel posto lontano e triste. Ma bisogna sempre essere in due per volere un figlio e bisogna essere anche abbastanza forti e intelligenti da dire tutto quello che si sente dentro. Mio marito ogni tanto mi diceva: “Mi piacerebbe vedere come verrebbe fuori un figlio da me e te messi insieme”. Così ho capito che l’adozione non era la soluzione per la nostra coppia. Ancora adesso mi chiedo quanto male ho fatto a quel bambino...
Purtroppo, io soffrivo tantissimo della mia condizione di donna sposata senza figli: mi sentivo incompleta, non degna, non adatta. Le persone attorno non ci chiedevano neanche più niente... solo ci compativano. Magari qualche parente o qualche amico, ci “prestava” ogni tanto il figlio. Ma io non provavo nulla per questi figli di altri. Sono insegnante di scuola media, ma a quel tempo insegnavo in una scuola elementare e vivevo costantemente in mezzo ai piccoli: era un continuo ricordare la mia condizione.
Ho cominciato a stare male dentro: non volevo vedere nessuno, mi chiudevo in casa senza rispondere né al telefono né al campanello di casa. Mi sono preoccupata quando sono arrivati gli attacchi di panico. Allora mi sono rivolta ad uno specialista che mi ha consigliato dei farmaci e una psicologa: ho preso i farmaci e gli attacchi di panico sono cessati, ma la psicologa mi stava proprio antipatica e così l’ho mollata!
Psicologicamente mi sentivo meglio. Tanto che, quando un’amica, all’ennesimo tentativo di fecondazione artificiale fallito, mi sfidò dicendomi che avevo paura di provare, mi sentii ferita nell’orgoglio e decisi che avrei affrontato anche questa “cosa”, almeno un paio di volte, per non dovermi pentire quando poi sarebbe stato troppo tardi a causa dell’età che avanzava inesorabilmente.
Così ci siamo rivolti allo stesso centro di fecondazione assistita dei nostri amici. Questa volta, era uno dei più famosi in Italia: dopo anni di attesa e di peregrinare eravamo proprio decisi. D’altronde, col tempo, tutto aveva acquisito un significato diverso: ciò che prima trovavo assolutamente impraticabile non solo per le mie convinzioni morali, ma anche per quello che ritenevo scientificamente comprovato, ora era diventato relativo, relativo all’unica cosa che era davvero importante per me in quel momento: il mio desiderio di diventare madre! Non volevo più essere diversa dalle altre donne sposate. Per televisione e sui giornali si sentiva continuamente parlare di queste pratiche e di quante coppie ce l’avevano fatta. Alla fine tutto sembrava assolutamente normale.
Ricordo i momenti in sala d’attesa, gli esami clinici, le visite, i colloqui, le immagini rassicuranti alle pareti di bambini felici in braccio alle loro mamme. Ricordo anche le facce serie e tristi delle altre coppie: nessuno parlava, ma sapevamo di essere tutti in quel posto per lo stesso motivo.
Ero come anestetizzata, vivevo in stato di trance. Mi ero imposta di non pensare e di concentrarmi solo sul mio desiderio di diventare madre e di avere un frugoletto caldo e morbido tra le braccia. Accettavo tutto quello che mi dicevano e mi facevano senza discutere. Ricordo quando una dottoressa ci ha chiesto cosa avremmo voluto fare in caso di “pre-embrioni avanzati”. Per una frazione di secondo ho ripensato al libro letto anni prima, ma ho immediatamente rigettato quel ricordo nel “dimenticatoio”. Così abbiamo convenuto che la soluzione più logica sarebbe stata quella di congelarli.
Ricordo l’infinità di ormoni che mio marito mi iniettava quotidianamente e la mia amica, super efficiente, super sicura, che sapeva tutto, conosceva tutti e mi chiamava sempre per informarsi dell’andamento delle cose. Io, intanto, mi gonfiavo come un pallone e mi sentivo una mucca. Ricordo il giorno che sono andata dal parrucchiere e mi sono guardata allo specchio: faticavo a riconoscere quel viso pieno d’acqua. Ma non mi interessava, tanto sapevo che stavo facendo tutto per uno scopo, il più importante di tutta la mia vita!
Un 25 aprile mi hanno prelevato i 5 ovuli che avevo prodotto: non mi sentivo molto in gamba, la mia amica ogni volta ne produceva 8, 9... 10! Poi hanno fecondato i miei ovuli con lo sperma di mio marito. Infine, ce ne siamo tornati a casa lasciando in custodia al centro i nostri preziosi ovuli fecondati, che intanto si stavano velocemente trasformando.
Tutti i giorni telefonavo per sapere come stavano crescendo i nostri “embrioncini”. Purtroppo, uno non ce l’ha fatta perché era troppo debole ed è morto subito. Gli altri quattro, invece, crescevano bene.
Un primo maggio siamo ritornati al centro dove la solita dottoressa ci ha detto che dovendone impiantare tre, uno restava fuori. Quindi, ci ha chiesto cosa volevamo farne. Secondo lei, non valeva la pena congelarlo per un’eventuale seconda fecondazione dal momento che uno non sarebbe stato sufficiente. Quindi rimanevano solo due soluzioni: “distruggerlo” o “donarlo” alla ricerca. Noi abbiamo risposto... anzi, non abbiamo risposto perché per noi era lo stesso, in quel momento non ci interessava proprio. La dottoressa ci ha suggerito di lasciarlo alla ricerca, almeno così avrebbe avuto una sua utilità. E così abbiamo fatto. Ero quasi felice della scelta perché non dovevo rimanere con il pensiero di quell’embrione al freddo di un congelatore.
Poi, è arrivato il gran momento: un dottore in camice bianco, io, in camice bianco, stesa su un lettino bianco, un’assistente in camice bianco, dentro uno stanzino con pareti tutte bianche... un attimo ed era tutto fatto.
Sono uscita. Mio marito mi aspettava in una saletta adiacente. Siamo andati al parcheggio dove avevamo lasciato la macchia. Durante il ritorno, il mio compagno guidava lentamente, faceva attenzione a non sterzare bruscamente, era molto premuroso nei miei confronti.
Arrivati a casa, sono andata a riposare, ma dopo tre giorni ho preferito tornare a scuola, al lavoro.
I medici mi avevano detto di provare a fare il test di gravidanza dopo 14 giorni. Io, non potendo più resistere, dopo 12/13 giorni mi sono chiusa in bagno e l’ho fatto. Era una domenica. Le striscioline hanno cambiato colore: un rosa pallido, un po’ incerto, ma indubbiamente erano rosa. Non abbiamo voluto dire ancora niente a nessuno. La mattina dopo ho rifatto il test: il rosa era ancora più intenso. Ho telefonato immediatamente al centro, dove mi hanno consigliato di andare a fare il test in ospedale. L’ho fatto. Il giorno dopo l’ho ritirato. Ho aperto la busta scendendo per le scale: mi sembrava proprio di capire che i dati corrispondevano ad una gravidanza. Ho telefonato subito al centro: mi ha risposto lo stesso medico che mi aveva praticato il trasferimento. Appena gli ho letto il referto, ha esultato dalla gioia dicendo che era proprio orgoglioso di se stesso perché è rarissimo che il successo arrivi al primo colpo. Ricordo di essermi chiesta cosa mai centrasse lui.
A quel punto ho informato i miei genitori e gli amici. Tutti erano felicissimi per noi. Sono andata dal mio medico di base che mi ha fatto un’ ecografia. “Ci sono due cuoricini che battono, guarda” mi ha detto, tutto contento. Sono uscita di lì scombussolata, e cominciavo a chiedermi: “maschi o femmine?”, “Si assomiglieranno?”.
Infine, sono andata dal mio ginecologo. Mio marito mi ha accompagnata. Mi ha visitata e poi mi ha fatto l’ecografia: “Sono tre i cuori che battono” mi ha detto il medico. Mi sono sentita gelare tutta. Ho guardato il mio compagno che era ancora più sconcertato di me. Non avevamo mai sentito parlare di parti tri-gemellari. O meglio, avevamo sentito parlare di alcuni casi eccezionali per televisione. Ma noi non volevamo diventare dei fenomeni. Il medico disse che era presto. Non era assolutamente certo che sopravvivessero tutti e tre. Tornata a casa, ho telefonato al centro. Ho ritrovato il solito medico: piangendo, gli ho urlato tutta la mia disperazione. Adesso mi chiedo: “Ma di che cosa ero disperata? Non avevo tanto desiderato un figlio? Ora ne avevo tre!”. Eppure ero terrorizzata. Il medico mi fece ritelefonare dopo un quarto d’ora per mettermi in contatto con una psicologa. Le spiegai cos’era successo. Le dissi che io non volevo assolutamente tre figli. Mi rispose che la soluzione c’era. Mi diede il numero di telefono di uno studio medico di Milano. Telefonai, spiegai la mia situazione e fissai l’appuntamento. Andai dal mio ginecologo: lui, che si sentiva fiero di collaborare con due centri così importanti, con tono paterno, mi disse: “Signora, a volte le madri devono prendere delle decisioni difficili per il bene dei propri figli”. “Ma quale bene”, mi chiesi.
Mi fece tornare dopo qualche giorno per ritirare la documentazione dettagliata che lui mi aveva preparato.
Andammo a Milano. Lo studio aveva un arredamento essenziale, ma lussuoso. Tutto sembrava irreale, quasi sospeso: le pareti, i quadri, i mobili, le tende... Anche il medico ginecologo, e la sua assistente biologa sembravano provenire dall’aldilà. Ci chiamarono e di nuovo ripetemmo la nostra storia. Ci spiegarono cosa sarebbe successo. Ci dissero che avrebbero deciso loro quale dei tre non avrebbe più vissuto: avrebbero deciso in base a “valutazioni di tipo medico” e noi non avremmo potuto chiedere nulla, neppure il sesso. Mi praticarono l’amniocentesi. Senza anestesia. Mio Dio, quanto male! Ci fecero aspettare in sala d’attesa e dopo un po’ ci richiamarono. Ci dissero che aspettavamo due gemellini, uno maschio e l’altro femmina. Ci spiegarono che il terzo, a causa della sua posizione all’interno del mio utero, era quello destinato a non sopravvivere. Avremmo dovuto tornare dopo circa un paio di mesi per l’ “intervento” risolutivo del “problema”. Mi misi a piangere. Uscimmo, salimmo in macchina e si mise a piangere anche il mio compagno. Arrivammo a casa, aprimmo la porta di casa, mi buttai sul divano disperata e cominciai a tirandomi la pancia con le mani e a lanciare urli che sembravano provenire da un altro mondo. Mio marito mi portò a letto. Non ricordo quando e se mi sono più calmata. Confidai la storia a mia madre e a mio padre. Mia madre mi disse: “Fallo e non ci pensare più”. Decisi di andare a chiedere consiglio al mio medico curante, il quale mi disse: “Insomma, un aborto”. Io, confusa ormai all’inverosimile da tutta quell’ambiguità di linguaggio in cui ero immersa da troppo tempo, lo guardai perplessa e risposi: “No, un’embrio-riduzione”. Mi consigliò di riparlare con il mio ginecologo e di chiedergli che cosa si sarebbe potuto fare nel caso avessi deciso di tenere tutti e tre i bambini. Lo feci. Lui mi spiegò pazientemente che avremmo dovuto operare in stretto rapporto con la neonatologia di un ospedale vicino più all’avanguardia del nostro. Io ricordo bene in quale modo ponevo questa domanda: solo perché volevo in qualche modo alleggerirmi la coscienza. In realtà avevo già deciso che quel terzo bambino non avrebbe vissuto. Anche il medico, si capiva, preferiva questa soluzione. Lui mi metteva in guardia dai possibili rischi di malformazione. Mio marito pure temeva questa eventualità. Io no. Io dentro sentivo una flebile vocina che mi diceva: “Tu sei forte, sei di costituzione grande. Ci stanno tutti e tre dentro di te. Non succederà nulla.” Eppure ero decisa a volerne solo due. Perché? Perché non volevo sentirmi un fenomeno da baraccone. Perché ero così inscatolata nel pensiero comune che tre gemelli non potevano proprio rientrare nei miei rigidi schemi mentali. Volevo liberarmi di quell’assurdità che avevo nella mia pancia. Ad ogni controllo dal ginecologo speravo di non vedere più quel “coso” che pulsava sullo schermo della macchina per le ecografie. Invece c’era sempre. Ricordo i pugni contro lo sportello della macchina dopo l’ennesima ecografia. Ormai non c’era più possibilità di evitarlo: bisognava ritornare in quello spaventoso studio medico. E così tornammo. Piansi durante tutto il viaggio, in sala d’attesa, in ambulatorio. Ma quando il medico mi disse: “Guardi che non è mica obbligata a farlo”, risposi: “No, lo faccio”. La dottoressa mi disse: “Non vorrà mica distruggersi lei per i figli”, la guardai e pensai: “Ma questa cosa dice”. Fecero uscire mio marito e io mi stesi su quel lettino freddo e bianco e il medico mi infilò di nuovo l’ago iniettando non ricordo bene quale liquido. Il dolore fu lacerante. Continuavo a piangere.
La dottoressa uscì e il medico girò, sadicamente, lo schermo della macchina per l’ecografia verso di me e vidi, vidi l’immagine di mio figlio morto: braccia e gambe alzate, completamente rigide. Soffocato da quel liquido, cosa avrà sentito? Quello che fino a quel momento avevo percepito come un’anomalia immaginandomelo quasi come un brutto tumore, ora appariva in tutta la sua pura e semplice realtà: un bambino, il mio bambino morto, ucciso da me, sua mamma. Girai sconvolta il volto, ma ormai era troppo tardi: l’immagine di mio figlio morto, ucciso da me, sarebbe rimasta per sempre nel profondo della mia anima. Continuavo a piangere. Appena uscita dall’ambulatorio, lo dissi a mio marito che mi aspettava in sala d’attesa. Non capivamo. Era ora di pranzo e la dottoressa, gentilmente, ci suggerì un bel localino dove andare a mangiare. Trovai assolutamente assurdo solo pensare di poter mangiare. Come potevo mangiare con un figlio morto in pancia? Come avrei potuto continuare a vivere in quelle condizioni? Poi, una sorta di sdoppiamento della personalità si impadronì di me. Credo fu un modo per salvarmi dalla pazzia. Al ritorno non parlavamo, né io né il mio compagno. Ci fermammo al lago di Garda, passeggiammo, guardammo le vetrine e i turisti e mangiammo un pessimo gelato. Da allora fino al momento del parto vissi come in un tempo sospeso. Una mia vicina di casa aspettava un figlio anche lei; era solo un mese più avanti di me. Anche questo fatto mi aiutò a non pensare troppo: andavamo a passeggiare insieme, confrontavamo le nostre pance, facevamo gli stessi controlli... Alla notte, però, era difficile sfuggire agli incubi.Dopo il sesto mese di gravidanza andavo dal ginecologo tutte le settimane. Ad un tratto, all’ottavo mese, mi fecero partorire d’urgenza per gestosi. Un taglio cesareo e mi mostrarono i miei bambini. Per primo, mi portarono mio figlio così velocemente che non riuscii neanche a vederlo. Allora, pensai, “Adesso arriva anche lei. Devo stare attenta.” La vidi e non riuscii a trattenermi dal dire: “Che bella!”
Era mattina e verso sera ebbi un’emorragia a causa della quale stetti malissimo. Dovetti rimanere ricoverata per 10 giorni con i miei figli. La pressione arteriosa continuava ad rimanere alta, il latte non arrivava, i bambini non attaccavano al seno, e piangevano disperati dalla fame. Un sacco di gente veniva a trovarmi, medici e infermieri mi sgridavano, ma io non riuscivo a difendermi e mio marito non riusciva a proteggermi. Ricordo il giorno che ci dimisero: a mostrarmi quello che dovevo fare, una volta tornata a casa, era venuta apposta una pediatra che conoscevo bene perché avevo avuto suo figlio a scuola. Mio Dio, ero talmente agitata che non sapevo neppure da che parte prendere quei due batuffoletti. Erano così piccoli che non avevo una tutina che andasse loro bene.
Tornati a casa, mi prese il panico: come avrei fatto? Ero sì preoccupata dell’organizzazione della nuova situazione famigliare, ma soprattutto, avevo dentro qualcosa che mi tormentava. Mio marito stava passando un brutto momento a causa del lavoro ed era spesso via e quando era a casa faceva la sua parte con i bambini, ma non riuscivo a trovare conforto in lui per quello sentivo dentro. D’altra parte, chi confortava lui?
Arrivò il giorno del battesimo. Ricordo tutti i preparativi per una semplice, ma raffinata cerimonia, per un pranzo in un ristorante di lusso in una villa antica. Ricordo che solo un paio di giorni prima mi sono decisa ad andare a comprarmi un vestito per l’occasione. Ricordo le mie urla in macchina, finalmente sola, mentre andavo al negozio. Avevo anche un altro figlio che avrei voluto battezzare, ma ormai non potevo più. Non sarebbe mai più stato possibile. Mai più. Io battezzavo i miei figli vivi, ma continuavo a pensare solo a quello morto, anzi a quelli morti perché non potevo dimenticare neppure quello lasciato in quel centro tanto famoso. Ero assolutamente sdoppiata: con tutti mi dimostravo al colmo della felicità, mentre dentro, in realtà, ero una madre in lutto. Dopo il parto capivo finalmente concretamente chi avevo ucciso e continuavo a ripetermi: “Avrebbe potuto essere uno dei due vivi a morire!” Questo pensiero uccideva sempre di più anche me. Stavo morendo lentamente anch’io. Non ero più io quel corpo fisico. Mi trascinavo di giorno in giorno, ero irascibile, isterica, nevrotica. Non sapevo accogliere, consolare, calmare, coccolare, non capivo quei due bambini che tutti dicevano essere i miei figli e che piangevano sempre in un modo insopportabile, lacerante. Quel loro pianto mi faceva ricordare un altro pianto che non avevo potuto sentire, ma che potevo solo immaginare. E quel pianto diveniva sempre più inconsolabile perché io non riuscivo proprio a riconoscermi nel ruolo di madre con due figli vivi. Mi sentivo madre con due figli morti. E quell’immagine, quell’immagine di mio figlio ucciso da me era sempre lì, davanti ai miei occhi. Potevo solo fingere con gli altri di provare un’enorme gioia per i miei figli vivi, in realtà provavo solo un lacerante dolore per i miei figli morti.
In casa c’era la disperazione: i bambini erano sempre agitati, talvolta vomitavano e mio marito non sapeva più cosa fare.
Non andavamo neppure più a messa. Eppure prima andavamo, piuttosto regolarmente. Una volta avevo tentato di tornarci, ma la sensazione che avevo provato era stata tremenda: diversa, esclusa per sempre dalla comunità dei credenti. Dopo circa undici mesi ho potuto parlare con un sacerdote: era arrivato un nuovo parroco nella mia parrocchia. Piansi, piansi tanto. Lui mi disse: “Il Signore ti ha perdonato.” Io pensai che non bastava mi perdonasse il Signore. Tecnicamente per la Chiesa poteva anche esserci il perdono per una come me, ma ero io che non potevo perdonarmi. Come potevo perdonarmi una cosa simile? Io che ero sempre sta contro l’aborto, anche da giovane, da adulta l’avevo fatto. Come avevo potuto? E mio figlio, che avevo tenuto in grembo per quasi tre mesi, cosa poteva pensare di me, sua madre e degli altri due suoi fratelli sopravvissuti? Non si stava chiedendo “Perché loro sì e io no?”
Nei giorni seguenti parlai ancora con lui che finalmente mi ascoltava e mi sapeva dire qualcosa su cui poi potevo riflettere. In questo modo, mi rendo conto ora, potevo far divergere, almeno per un po’, la mia mente dal solito pensiero fisso. Così forse sono riuscita a non impazzire. Ho iniziato a leggere la Bibbia che prima non avevo mai preso in mano. Ho cominciato ad affidarmi sempre più a questo prete anche un po’ strano certe volte. Quando vedeva i miei bambini diceva: “Ecco i gemelli più belli del mondo!” ed è vero, sono sempre stati e sono molto belli. Però, mi facevano del male quando mi dicevano quanto erano belli perché pensavo che la loro bellezza inglobava anche quella degli altri due morti.
Abbiamo ricominciato, io e il mio compagno, ad andare a messa. E ricordo la prima volta che ho rifatto la comunione.
Un po’ alla volta ho cominciato a fare qualcosa in parrocchia. Più volte abbiamo anche litigato io e il nuovo parroco, ma poi sono sempre ritornata da lui. Poi ho anche capito che avevo bisogno di tornare da una psicologa e l’ho fatto. Questa mi ha seguita per due anni circa. Anche questo mi ha salvata. Quando lei però ha cominciato ad insistere che dovevo abbandonare l’ultima idea che mi era venuta in mente, il seppellimento dei bambini mai nati, la lasciai, senza tante spiegazioni, per continuare ad ascoltare la voce che sentivo dentro. Ormai avevo cominciato ad ascoltarmi dentro e a riflettere su tutto quello che mi accadeva. Ed era accaduto che un giorno, cercando in Internet tutta un’altra cosa, sono finita nel sito dell’associazione Difendere la Vita con Maria che si occupa proprio di promozione della vita nascente e del seppellimento dei bambini mai nati. Quella sera, rimasi davvero impressionata da questo fatto. Ricordo che spensi immediatamente il computer e quando tornò mio marito, lo pregai di guardare lui. Stampammo quello che ci sembrava più interessante e la mattina dopo telefonai. Trovai il presidente in persona. Gli spiegai come avevo trovato il sito e lui mi volle mandare dei libri contenenti le relazioni di vari interventi ai diversi convegni organizzati dalla sua associazione. Mi disse che vicino a noi c’era anche un altro sacerdote che si occupava della stessa tematica. Così andammo dal nostro sacerdote e attraverso lui conoscemmo l’associazione di cui ora facciamo parte.
Ora, tutto va molto meglio. Adoro e sono adorata dai miei figli che, grazie al Cielo, stanno crescendo bene. Fanno parte del gruppo dei chierichetti e tra poco faranno la loro Prima Confessione: ritengo una grande fortuna, ma forse non è un caso che a impartire loro questo Sacramento sarà lo stesso sacerdote che ha aiutato tanto me proprio attraverso lo stesso Sacramento.
Ora con il mio gruppetto prepariamo un incontro di preghiera al mese in favore della vita, organizziamo degli incontri formativi in parrocchia, collaboriamo con il Movimento per la Vita della nostra diocesi, abbiamo ottenuto di poter fare i seppellimenti anche nell’ospedale della nostra USL e siamo in attesa di poter fare il primo. Ho letto e leggo moltissimo: libri di religione e libri relativi alla “nuova cultura della vita” di cui parlava Giovanni Paolo II.
Ripensando a com’ero 9 anni fa, non mi riconosco proprio in quella donna fragile e insicura che si attaccava alle cose superficiali della vita per non sentirsi “diversa”.
Mi ritengo fortunata e ringrazio Dio ogni giorno per tutte le cose meravigliose che mi ha dato, anche per quelle che non ho saputo riconoscere, ma che ora, con il suo aiuto, sto cercando di trasformare in frutti buoni per me, per i miei figli e per quelli che ne hanno bisogno.
Ora insegno in una scuola media e mi piace moltissimo parlare con i miei ragazzi e stare con loro. Quando posso, faccio di tutto per aiutare qualcuno. Non riesco più a tacere quando qualcosa mi sembra ingiusto.
Chiedo a Dio solo due cose: la salute per i miei figli e la fede in Lui per continuare a fare quello che sto facendo con sempre rinnovato entusiasmo.
Forse, però, dovrei chiedere a Dio anche un po’ più di salute per me. Qualche mese fa, infatti, ho ricominciato ad avere problemi di pressione alta e delle strane reazioni simili ad attacchi panico. Sono andata dal mio medico curante, il quale mi ha prescritto un farmaco per la pressione e mi ha caldamente consigliato di dimagrire. Il farmaco l’ho preso e la pressione si è sistemata. Sono dimagrita di alcuni chili che però ultimamente ho recuperato. In questi anni sono aumentata di circa trenta chili. Le strane reazioni sono continuate e allora il mio medico mi ha prescritto pure un farmaco per gli attacchi di panico. In questi ultimi giorni ho avuto degli strani giramenti di testa che io ho imputato a stress: figli, famiglia,lavoro, volontariato... Sono ritornata dal mio medico che per una settimana mi ha tolto il farmaco per la pressione e me ne ha ordinato un altro per le vertigini...
Sarà la pre-menopausa, come dice il dottore? E, come dice sempre lui, dovrei semplicemente andarmene a passeggiare, senza prendermi tanti impegni, oltre alla mia famiglia e al mio lavoro?
Invece, io che sono una gran testarda, continuo ad ascoltarmi dentro e faccio tutto ciò che mi sento di fare, sperando nell’aiuto di Dio.
Signore, grazie per la vita che mi hai donato.
Non vorrei vivere in un altro luogo, in un altro momento, circondata da altre persone se non quelle che mi hai messo accanto.Non vorrei essere diversa da quella che sono.
Ti importerebbe se l’11 settembre avvenisse ogni giorno?
2011-09-12
Una toccante riflessione di Myra Myers, responsabile di Operation Outcry per il Texas
E avviene… in tutta l’America [e altrettanto nell’Europa comunitaria, ndT] quando donne e uomini sono ingannati dall’aborto legalizzato nella nostra grande nazione.
Io rappresento 25 milioni di donne ferite dalla devastante, tragica, cattiva scelta dell’aborto legalizzato, che se ne rendano conto o no. Sono tra la stragrande maggioranza di queste (oltre il 94 per cento) che non avrebbero mai pensato di abortire se fosse stato illegale.
Nel 1965 ero una studentessa universitaria single e incinta, ma l’aborto non mi venne mai in mente, né ci penso il padre del nostro bambino. Nel 1968 ci siamo sposati e, mentre aspettavamo il terzo bambino, abbiamo pensato che fosse troppo presto per un altro bambino, ma l’idea di abortire non passò mai per la nostra mente.
Ma poiché era legale nel gennaio 1973, quando aspettavamo il nostro sesto figlio, abbiamo creduto alla menzogna della legalizzazione dell’aborto: non era un bambino, non ancora.
Come molte tra questi 25 milioni di donne, non mi rendevo conto che ero diventata madre al momento del concepimento, perché la vita comincia a questo punto ogni volta. L’ignoranza non ci rende innocenti né ci evita le conseguenze.
Quando andai a Planned Parenthood, non mi fu data alcuna informazione sullo sviluppo fetale e non mi fu nemmeno fatto un test di gravidanza.
Non mi fu data alcuna informazione sulle procedure di aborto, sui rischi o sulle conseguenze. Mi fu detto che avrei potuto avere una consulenza psicologica se avessi avuto problemi in seguito. Ma ho pensato, perché dovrei avere un problema? Stavo già negando la realtà!
Persi i miei “diritti riproduttivi” quando la procedura abortiva aborto danneggiò il mio utero. A causa della mia “cattiva scelta” di abortire, poco dopo il mio utero fu rimosso. Solo un anno e mezzo dopo l’aborto, sentii un peso schiacciante di colpa e dolore. Sapevo che senza ombra di dubbio, oh Dio, io avevo ucciso!
Indipendentemente dalle circostanze, quando le madri scelgono l’aborto diventano responsabili della morte dei loro figli.
Legalizzare l’aborto non lo ha mai reso giusto o sicuro o buono per le donne! L'aborto distrugge le relazioni: non solo il legame genitore-figlio, ma anche i matrimoni e perfino intere famiglie a causa del senso di colpa, dolore, vergogna e colpa. Io rappresento quel terzo di donne che hanno abortito mentre erano sposate. Il mio matrimonio è nel 20% di quelli che sopravvivono a questa tragedia (dopo due anni dall’aborto).
Oggi mio marito ed io concordiamo sul fatto che la nostra devastante decisione di abortire sia stata la peggior decisione che abbiamo mai preso. Ho scelto di perdonare tutte le persone coinvolte nel mio aborto, inclusa me stessa ed i responsabili di aver legalizzato ciò che è sbagliato.
Ho scelto di dire la Verità nella carità affinché i singoli possano ricevere il perdono da Dio Onnipotente per mezzo di Suo Figlio Gesù Cristo... e affinché la giustizia venga ripristinata nella nostra nazione.
Il nostro terzo figlio nacque prematuro di due mesi e morì. La perdita del bambino portò dolore, ma nessuna colpa.
La notte prima del mio appuntamento per abortire il nostro sesto figlio, chiesi: “Dio, C'è qualcosa di sbagliato in ciò che sto per fare? L’uomo dice che non è nemmeno vita. Che cosa dici?"
In mattinata, un impiegato mi chiamò per informarmi che il medico abortista aveva dovuto annullare i suoi appuntamenti. Credo che Dio stesse cercando di parlare con me. Io non stavo ascoltando, presi un altro appuntamento per abortire e portai su me stessa e sulla nostra famiglia la perdita, il dolore, il senso di colpa e la vergogna che abbiamo sopportato.
E la mia storia è solo una tra milioni.
Pensateci… ogni giorno, dal 22 gennaio 1973, l’America ha vissuto l’equivalente dell’11 settembre. Oltre 52 milioni di americani sono andati perduti,
e altri milioni di madri, padri e le famiglie sono stati feriti. Non pensate che sia tempo perché la devastazione abbia fine? Prima che noi stessi distruggiamo l’America, da dentro?
Myra Myers
E avviene… in tutta l’America [e altrettanto nell’Europa comunitaria, ndT] quando donne e uomini sono ingannati dall’aborto legalizzato nella nostra grande nazione.Io rappresento 25 milioni di donne ferite dalla devastante, tragica, cattiva scelta dell’aborto legalizzato, che se ne rendano conto o no. Sono tra la stragrande maggioranza di queste (oltre il 94 per cento) che non avrebbero mai pensato di abortire se fosse stato illegale.
Nel 1965 ero una studentessa universitaria single e incinta, ma l’aborto non mi venne mai in mente, né ci penso il padre del nostro bambino. Nel 1968 ci siamo sposati e, mentre aspettavamo il terzo bambino, abbiamo pensato che fosse troppo presto per un altro bambino, ma l’idea di abortire non passò mai per la nostra mente.
Ma poiché era legale nel gennaio 1973, quando aspettavamo il nostro sesto figlio, abbiamo creduto alla menzogna della legalizzazione dell’aborto: non era un bambino, non ancora.
Come molte tra questi 25 milioni di donne, non mi rendevo conto che ero diventata madre al momento del concepimento, perché la vita comincia a questo punto ogni volta. L’ignoranza non ci rende innocenti né ci evita le conseguenze.
Quando andai a Planned Parenthood, non mi fu data alcuna informazione sullo sviluppo fetale e non mi fu nemmeno fatto un test di gravidanza.
Non mi fu data alcuna informazione sulle procedure di aborto, sui rischi o sulle conseguenze. Mi fu detto che avrei potuto avere una consulenza psicologica se avessi avuto problemi in seguito. Ma ho pensato, perché dovrei avere un problema? Stavo già negando la realtà!
Persi i miei “diritti riproduttivi” quando la procedura abortiva aborto danneggiò il mio utero. A causa della mia “cattiva scelta” di abortire, poco dopo il mio utero fu rimosso. Solo un anno e mezzo dopo l’aborto, sentii un peso schiacciante di colpa e dolore. Sapevo che senza ombra di dubbio, oh Dio, io avevo ucciso!
Indipendentemente dalle circostanze, quando le madri scelgono l’aborto diventano responsabili della morte dei loro figli.

Myra Myers (a sinistra), accanto ad Allan Parker, presidente di The Justice Foundation, e alle altre donne di Operation Outcry, nello studio del Governatore del Texas Rick Perry poco dopo la firma del ‘Sonogram Bill’
Oggi mio marito ed io concordiamo sul fatto che la nostra devastante decisione di abortire sia stata la peggior decisione che abbiamo mai preso. Ho scelto di perdonare tutte le persone coinvolte nel mio aborto, inclusa me stessa ed i responsabili di aver legalizzato ciò che è sbagliato.
Ho scelto di dire la Verità nella carità affinché i singoli possano ricevere il perdono da Dio Onnipotente per mezzo di Suo Figlio Gesù Cristo... e affinché la giustizia venga ripristinata nella nostra nazione.
Il nostro terzo figlio nacque prematuro di due mesi e morì. La perdita del bambino portò dolore, ma nessuna colpa.
La notte prima del mio appuntamento per abortire il nostro sesto figlio, chiesi: “Dio, C'è qualcosa di sbagliato in ciò che sto per fare? L’uomo dice che non è nemmeno vita. Che cosa dici?"
In mattinata, un impiegato mi chiamò per informarmi che il medico abortista aveva dovuto annullare i suoi appuntamenti. Credo che Dio stesse cercando di parlare con me. Io non stavo ascoltando, presi un altro appuntamento per abortire e portai su me stessa e sulla nostra famiglia la perdita, il dolore, il senso di colpa e la vergogna che abbiamo sopportato.
E la mia storia è solo una tra milioni.
Pensateci… ogni giorno, dal 22 gennaio 1973, l’America ha vissuto l’equivalente dell’11 settembre. Oltre 52 milioni di americani sono andati perduti,
e altri milioni di madri, padri e le famiglie sono stati feriti. Non pensate che sia tempo perché la devastazione abbia fine? Prima che noi stessi distruggiamo l’America, da dentro?Myra Myers
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Legalizzare l’aborto non l’ha reso sicuro
Un grido senza voce
Il poderoso studio Coleman conferma i legami tra aborto e patologie mentali
2011-09-03

di Thaddeus Baklinski
Londra, 1° settembre 2011 (LifeSiteNews.com)
Un nuovo studio pubblicato oggi sul British Journal of Psychiatry ha rilevato che le donne che si sono sottoposte ad aborto hanno avuto un incremento di rischio dell’81% di problemi di salute mentale. Lo studio ha anche riscontrato che quasi il 10% dei problemi di salute mentale di tutte le donne è direttamente legato all’aborto.
Condotto da Priscilla K. Coleman, docente di Studi sulla famiglia e sullo sviluppo umano alla Bowling Green State University dell’Ohio (USA), lo studio è basato sull’analisi di 22 studi distinti e 36 misure di effetto, che hanno riguardato un totale di 877'181 donne, delle quali 163'831 hanno abortito. Lo studio ha preso in considerazione anche eventuali problemi di salute mentale precedenti l’aborto.
“Per evitare qualsiasi accusa di parzialità” – ha spiegato la dottoressa Coleman – “sono stati impiegati criteri di inclusione molto rigorosi. Questo significa che ogni studio solido è stato incluso, e gli studi più deboli sono stati esclusi”.“In particolare, tra le regole per l’inclusione vi erano le condizioni che il campione fosse di almeno 100 donne, che vi fosse l’utilizzo di un gruppo di confronto e l’impiego di controlli per le variabili che potrebbero confondere gli effetti, come i parametri demografici, l’essere state sottoposte a violenza, storia di problemi di salute mentale prima dell’aborto, ecc.”
Questo rende lo studio della dottoressa Coleman è il più completo del suo genere fino ad oggi.
“Date le limitazioni metodologiche delle recensioni su aborto e salute mentale recentemente pubblicate, si è ritenuto necessario elaborare una sintesi quantitativa per rappresentare più accuratamente la letteratura pubblicata e fornire dati chiari ai medici” – afferma la dottoressa Coleman nella sua relazione.
La Coleman ha affermato che la sua ricerca ha come scopo principale l’offrire “la più grande stima quantitativa disponibile nella letteratura mondiale dei rischi per la salute mentale legati all’aborto”. Questo, ha detto, avrebbe dato agli operatori sanitari “una sintesi accurata dei migliori dati scientifici disponibili per dare alle donne informazioni valide al fine di prendere decisioni informate sulla propria salute”.
La ricerca ha rivelato che l’aborto era associato ad un incremento di rischio del 34% di disturbi d’ansia; ad un incremento di rischio del 37% di depressione; ad un incremento di rischio del 110% di abuso di alcol e ad un incremento di rischio del 220% di uso o abuso di marijuana.
Si è trovato che l’aborto è collegato ad un incremento di rischio del 155% di suicidio o tentato suicidio.
“Le più forti stime di incremento di rischio in un sottogruppo sono state rilevate quando l’aborto era messo a confronto con la gravidanza portata a termine, e quando i risultati riguardavano l’uso di sostanze e i comportamenti suicidiari” – ha osservato la dottoressa Coleman.
“Considerando le conclusioni di recensioni tradizionali” – conclude il rapporto – “i risultati hanno rivelato un rischio da moderato a molto maggiore di problemi di salute mentale dopo l’aborto. Coerentemente con i principi della medicina basata sui dati scientifici, questa informazione dovrebbe essere presa in considerazione da chi pratica aborti”.
Commentando i risultati dello studio, la portavoce di Pro Life Campaign of Ireland, dottoressa Ruth Cullen ha detto: “Questi risultati sono estremamente inquietanti e smentiscono completamente le affermazioni dei pro-choice per cui l’aborto allevierebbe i problemi di salute mentale [Ricordo che la legge 194 formalmente autorizza l’aborto per evitare alla donna ‘un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica’, ndT]. Invero, lo studio dimostra che è vero proprio il contrario”
“Questi risultati non possono essere ignorati” – ha affermato la dottoressa Cullen – “Essi sollevano questioni molto gravi per tutti, indipendentemente dalle posizioni che si hanno nel dibattito sull’aborto. L’interesse delle donne può essere servito solo da una valutazione onesta e spassionata dei fatti.”
La dottoressa Mary L. Davenport, presidente della American Association of ProLife Obstetricians and Gynecologists e direttore medico del Magnificat Maternal Health Project della Nigeria, ha detto che lo studio, “getta una luce importante sulla salute mentale delle donne”, e mette allo scoperto “lo straordinario insabbiamento delle complicazioni dell’aborto”, che sono un aspetto della “distorsione dell’aborto”.
“Questa recensione, che più estesa di ogni altro studio compiuto fino ad oggi, contraddice la recente recensione, di parte e meno sistematica, compiuta dalla American Psychological Association, che non riesce a trovare un legame tra problemi di salute mentale e aborto” – ha scritto oggi la dottoressa Davenport sull’American Thinker. La nuova meta-analisi contraddice anche l’atteggiamento dell’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) che, nelle sue pubblicazioni ufficiali, ha taciuto l’impatto dell’aborto sulla salute mentale, nonostante schiaccianti dati scientifici degli ultimi due decenni mostrino effetti negativi dell’aborto. Lo studio della Coleman, legando così convincentemente l’aborto ai problemi di salute mentale, ci aiuta a comprendere l’estensione del danno compiuto ad intere nazioni da politiche sconsiderate e permissive sull’aborto.”
Un riassunto dello studio, intitolato “Aborto e salute mentale: sintesi quantitativa e analisi di ricerche pubblicate,1995-2009", con link al testo integrale è disponibile sul British Journal of Psychiatry a questo link.
LifeSiteNews.com: Largest ever study finds abortion increases risk of severe mental health problems by 81%
Speravo che circondandomi di abortisti avrei superato il mio aborto
2011-08-27
Quella che segue è una testimonianza molto particolare, quella di una donna che dopo aver abortito ha lavorato nell’industria dell’aborto.
Il mio primo bambino compirebbe 22 anni questa settimana. Ero una diciassettenne tossicodipendente che non aveva finito il liceo, ma quando la signora col camice mi disse che ero incinta, già mi pensavo come una nuova madre.
Tutti volevano che abortissi… tranne me.
Infatti smisi di far uso di droga, andai in biblioteca, presi il libro “Under 18 and Pregnant” (minorenne e incinta) e cominciai a leggerlo per prepararmi. Prenotai il primo controllo per la gravidanza. Il mio ragazzo fu implacabile. Non scenderò nei dettagli della violenza che mi usò, reale e minacciata, ma alla fine cedetti all’insistenza del mio ragazzo di non tenere il nostro bambino. Il 4 gennaio 1989 mi portò alla clinica per aborti, ma io letteralmente ne scappai nella speranza di salvare il mio bambino. Due giorni dopo, il 6 gennaio 1989, a nove settimane e mezzo di gravidanza, abortii. Tentai il suicidio tre volte dopo l’aborto e dopo tutto questo finii ricoverata per un mese in un reparto psichiatrico di un’ospedale.
Fui forzata ad abortire e pensavo che diventando una ‘counselor’ di una clinica per aborti [‘counselor’ non ha un esatto equivalente in italiano, si potrebbe tradurre con consulente-psicologo; in questo caso è chi effettua i colloqui con le donne che si rivolgono alla clinica], avrei potuto aiutare le altre come me a tirar fuori i loro veri sentimenti sulla questione, esplorare le possibili alternative, e aiutarle a prendere una decisione onesta e informata, o aiutarle ad abbandonare una situazione in cui subivano abusi. Ho lavorato ad una clinica per aborti – non quella dove avevo abortito – per cinque anni, dai miei 18 a 23 anni. All’inizio gestivo le telefonate, poi lavorai al banco dove facevo l’accettazione dei pazienti e ricevevo i pagamenti, poi imparai un po’ di assistenza medica e lavorai al laboratorio, facendo le misurazioni dei segni vitali e facevo i “dischi” nell’area dell’autoclave (tornerò su questo più tardi).
Poi, dopo due anni di lavoro alla clinica e avendo cominciato il corso di diploma in psicologia, mi istruirono nel ruolo di ‘counselor’. L’esperienza di ‘counseling’ non era come speravo. Quasi tutte le donne incinte che venivano alla clinica per ‘counseling’ sulle opzioni avevano già preso la loro decisione, ma volevano controllare il posto, avere risposte alle proprie domande e forse attenuare le proprie paure. La maggior parte delle donne che entravano sentivano di non avere altra scelta. Poche erano davvero indecise. E qui il movimento pro-choice e le cliniche falliscono. Certo, avevamo un piccolo taccuino con i nomi e i numeri di due organizzazioni per le adozioni, ma nessuno ci aveva mai addestrato o insegnato su come funzionasse la faccenda così che potessimo spiegarla alle donne. Avevamo il numero dell’ufficio locale del programma WIC [che assiste le mamme e le donne incinte in condizioni economiche disagiate], dell’assistente sociale, ecc. ma non sapevo niente su come funzionasse la cosa se qualche donna mi avesse mai chiesto i particolari. Se una donna incinta avesse voluto sapere di più sulle altre scelte, il ‘counselor’ poteva fornirle al massimo un post-it con un numero telefonico scarabocchiato sopra in fretta.
Dopo aver preso il diploma in psicologia lasciai il mio lavoro alla clinica e lavorai per un anno al turno di notte di un servizio di assistenza telefonica per adolescenti, poi mi trasferii a New York per frequentare il master. Dopo aver preso il master in psicologia tornai alla mia città natale e lavorai part-time alla clinica per buona parte della gravidanza successiva. Ricordo un sabato mattina – un grande “giorno di procedure”: più di venti aborti erano stati prenotati e c’era una dozzina di manifestanti fuori, in piedi sulla via d’accesso che porta al parcheggio della clinica – ero incinta di circa sei mesi e molto visibilmente, ben oltre il limite della clinica di 16 settimane – quando un manifestante mi gridò: “Il tuo bambino ti ama!”. Sorrisi tra me e me. Quando entrai e cominciai ad aiutare l’infermiera a preparare la stanza post-operatoria glielo dissi e lei rimase arrabbiata e sbigottita. Anche allora che ero una dipendente attiva della clinica, dire a una donna incinta che il suo bambino la ama non mi sembrava una cosa sgradevole da dire, o anche da gridare, a una donna in evidente stato di gravidanza.
L’identificarmi come pro-life, però, avvenne solo molti anni dopo. Dopo essermi finalmente perdonata per aver abortito il mio primo bambino, riuscii a vedere il mondo in un modo diverso. Dopo due matrimoni falliti, riuscii finalmente a impegnarmi e ora sono sposata con mio marito da undici anni. Dopo avere fatto nascere tre figli maschi e aver sentito la vita crescere dentro di me e conoscendo l’ardente e travolgente amore che una madre può provare per un figlio, sono riuscita a capire finalmente che, sì, la vita comincia nel momento del concepimento. Ma fu solo dopo essere incappata nei link ai video di Abby Johnson [qui la sua testimonianza in italiano], e poi aver letto il suo libro ‘Unplanned’ [letteralmente ‘non pianificato’, ma il titolo richiama il nome della maggiore multinazionale degli aborti, Planned Parenthood, ‘Genitorialità pianificata’, di cui Abby Johnson era dirigente locale] che potei dire ad alta voce di essere pro-life. È stata la sorprendente storia di Abby, e la sua testimonianza coraggiosa e schietta, che mi ha aiutata ad unirmi apertamente alle file del movimento pro-life.
E anche se ora mi considero pro-life, non posso proprio sopportare gli estremisti che si trovano nelle file del movimento, e che spesso agiscono senza che tanti esponenti di spicco del movimento dicano una parola contro di essi. Ero al banco d’accettazione quando la clinica venne invasa il 22 luglio 1992, che poi abbiamo chiamato “il mercoledì dall’inferno”. Sei persone entrarono di corsa nella sala d’aspetto con un grosso aggeggio di metallo con diversi tubi attaccati, e che noi tutti credevamo essere una bomba, fino a quando non fecero scivolare le loro braccia al suo interno e cominciarono a cantare. Stettero nella sala d’aspetto “attaccati” a quella cosa per sette ore mentre la polizia locale, quella di stato e gli agenti dell’FBI cercavano di negoziare con loro e di estrarli da quell’aggeggio. Fecero la pipì sul tappeto. Le ordinarie funzioni della clinica continuarono in altre parti dell’edificio. Nessuna donna cambiò idea a seguito di quella invasione.
Stavo lavorando all’accettazione anche il giorno in cui due cliniche di Boston furono attaccate da un antiabortista armato che ferì cinque persone e ne uccise due. Passarono molte ore prima che l’uomo fosse arrestato. Boston è a cinque ore d’auto da dove lavoravo e rimasi al banco di accettazione. Mio zio, un sergente della polizia, insistette affinché portassi al lavoro un giubbotto antiproiettile per la settimana seguente quell’evento, e lo feci. A una delle precedenti direttrici della clinica per cui lavoravo fecero due volte irruzione in casa, un’altra direttrice aveva la propria casa sistematicamente soggetta a picchettaggio ed è stata seguita da casa al lavoro da veicoli sospetti in diverse occasioni. Deve esserci un modo migliore per promuovere la causa della vita [sono anch’io convinto che questo sia un pessimo modo di servire la vita, ndT].
E a proposito: l’aborto termina la vita. Punto. Questo non è in questione né dovrebbe esserlo. Questa è una verità fondamentale. Lavoravo nella sala dell’autoclave dove i “prodotti del concepimento” – così come tanti sostenitori pro-choice e assistenti della clinica per aborti chiamano il feto e la placenta – venivano ricomposti e contati per essere sicuri di “aver preso tutto”. Per gli aborti precoci, questo significava far galleggiare il contenuto del barattolo nell’acqua per visionare i villi corionici. Per aborti da circa 8 settimane e mezzo a 12 settimane, questo significava contare mani e piedi, assicurarsi che ci fossero la colonna vertebrale, il torace ed il cranio, tanto perché vi facciate un’idea. Per gli aborti dove l’età del feto era dubbia, specialmente se c’era la possibilità che fosse un “oops”, ovvero una gravidanza interrotta oltre il limite legale della clinica di 14 settimane dall’ultimo periodo mestruale [12 dal concepimento], i piedi venivano misurati per determinare più accuratamente l’età gestazionale.
Per quanto mi riguarda, in cuor mio so che non riuscirei mai più a porre fine ad una gravidanza, MAI PIÙ – né lavorare ancora in una clinica per aborti. Se qualcuna a me cara dovesse affrontare una gravidanza, farei del mio meglio per aiutarla a trovare il modo di restare incinta e dare a quel bambino una possibilità, o diventandone genitore, o dando il bambino in adozione.
Ci sono davvero troppe vite innocenti che vengono fatte fuori nel nostro paese prima che abbiano la possibilità di fare il primo respiro, e come nazione dovremmo fare di meglio.
Dobbiamo fare meglio. Dobbiamo dare delle risorse concrete alle madri incinte che affrontano una gravidanza inattesa. Le donne e i bambini del nostro paese meritano meglio. Dopo tutto, le cose migliori della vita non sono pianificate.
Buon noncompleanno, nonbambino. Mi manchi ogni giorno.
Con amore e lacrime, Mamma.
Jewels Green
Exclusive: Former Abortion Clinic Worker Speaks Out For Life
Il mio primo bambino compirebbe 22 anni questa settimana. Ero una diciassettenne tossicodipendente che non aveva finito il liceo, ma quando la signora col camice mi disse che ero incinta, già mi pensavo come una nuova madre.Tutti volevano che abortissi… tranne me.
Infatti smisi di far uso di droga, andai in biblioteca, presi il libro “Under 18 and Pregnant” (minorenne e incinta) e cominciai a leggerlo per prepararmi. Prenotai il primo controllo per la gravidanza. Il mio ragazzo fu implacabile. Non scenderò nei dettagli della violenza che mi usò, reale e minacciata, ma alla fine cedetti all’insistenza del mio ragazzo di non tenere il nostro bambino. Il 4 gennaio 1989 mi portò alla clinica per aborti, ma io letteralmente ne scappai nella speranza di salvare il mio bambino. Due giorni dopo, il 6 gennaio 1989, a nove settimane e mezzo di gravidanza, abortii. Tentai il suicidio tre volte dopo l’aborto e dopo tutto questo finii ricoverata per un mese in un reparto psichiatrico di un’ospedale.
Fui forzata ad abortire e pensavo che diventando una ‘counselor’ di una clinica per aborti [‘counselor’ non ha un esatto equivalente in italiano, si potrebbe tradurre con consulente-psicologo; in questo caso è chi effettua i colloqui con le donne che si rivolgono alla clinica], avrei potuto aiutare le altre come me a tirar fuori i loro veri sentimenti sulla questione, esplorare le possibili alternative, e aiutarle a prendere una decisione onesta e informata, o aiutarle ad abbandonare una situazione in cui subivano abusi. Ho lavorato ad una clinica per aborti – non quella dove avevo abortito – per cinque anni, dai miei 18 a 23 anni. All’inizio gestivo le telefonate, poi lavorai al banco dove facevo l’accettazione dei pazienti e ricevevo i pagamenti, poi imparai un po’ di assistenza medica e lavorai al laboratorio, facendo le misurazioni dei segni vitali e facevo i “dischi” nell’area dell’autoclave (tornerò su questo più tardi).

Poi, dopo due anni di lavoro alla clinica e avendo cominciato il corso di diploma in psicologia, mi istruirono nel ruolo di ‘counselor’. L’esperienza di ‘counseling’ non era come speravo. Quasi tutte le donne incinte che venivano alla clinica per ‘counseling’ sulle opzioni avevano già preso la loro decisione, ma volevano controllare il posto, avere risposte alle proprie domande e forse attenuare le proprie paure. La maggior parte delle donne che entravano sentivano di non avere altra scelta. Poche erano davvero indecise. E qui il movimento pro-choice e le cliniche falliscono. Certo, avevamo un piccolo taccuino con i nomi e i numeri di due organizzazioni per le adozioni, ma nessuno ci aveva mai addestrato o insegnato su come funzionasse la faccenda così che potessimo spiegarla alle donne. Avevamo il numero dell’ufficio locale del programma WIC [che assiste le mamme e le donne incinte in condizioni economiche disagiate], dell’assistente sociale, ecc. ma non sapevo niente su come funzionasse la cosa se qualche donna mi avesse mai chiesto i particolari. Se una donna incinta avesse voluto sapere di più sulle altre scelte, il ‘counselor’ poteva fornirle al massimo un post-it con un numero telefonico scarabocchiato sopra in fretta.
Nel periodo in cui lavoravo alla clinica ero una convinta sostenitrice del diritto di abortire, pur sapendo sempre nel mio cuore che ciò che io che avevo fatto era sbagliato, che mi mancava il mio bambino, e che avrei voluto che le cose potessero andare diversamente per me. Guardando indietro, mi accorgo che, circondandomi di persone convinte che fosse lecito abortire bambini, speravo che un giorno anch’io mi sarei sentita in pace con l’aver abortito il mio bambino. Questo non è mai avvenuto…
Ho marciato due volte a Washington DC a sostegno del diritto di abortire. Ho svolto azioni di pressione politica a Harrisburg (capitale della Pennsylvania). Mi sono unita a David Gunn jr. nel fare pressioni al Congresso perché ci fossero sanzioni più severe contro gli attivisti anti-aborto che molestano donne incinte, bombardano cliniche per aborti, intimidano il personale della clinica e uccidono i medici (come il padre di David, il dott. David Gunn, che fu ucciso da un ‘attivista’ anti-aborto) – ma anche allora non sono mai stata d’accordo con slogan del tipo “aborto su richiesta e senza scuse!” che venivano scanditi in queste manifestazioni. Era – ed è – molto più complicato di così.Dopo aver preso il diploma in psicologia lasciai il mio lavoro alla clinica e lavorai per un anno al turno di notte di un servizio di assistenza telefonica per adolescenti, poi mi trasferii a New York per frequentare il master. Dopo aver preso il master in psicologia tornai alla mia città natale e lavorai part-time alla clinica per buona parte della gravidanza successiva. Ricordo un sabato mattina – un grande “giorno di procedure”: più di venti aborti erano stati prenotati e c’era una dozzina di manifestanti fuori, in piedi sulla via d’accesso che porta al parcheggio della clinica – ero incinta di circa sei mesi e molto visibilmente, ben oltre il limite della clinica di 16 settimane – quando un manifestante mi gridò: “Il tuo bambino ti ama!”. Sorrisi tra me e me. Quando entrai e cominciai ad aiutare l’infermiera a preparare la stanza post-operatoria glielo dissi e lei rimase arrabbiata e sbigottita. Anche allora che ero una dipendente attiva della clinica, dire a una donna incinta che il suo bambino la ama non mi sembrava una cosa sgradevole da dire, o anche da gridare, a una donna in evidente stato di gravidanza.
L’identificarmi come pro-life, però, avvenne solo molti anni dopo. Dopo essermi finalmente perdonata per aver abortito il mio primo bambino, riuscii a vedere il mondo in un modo diverso. Dopo due matrimoni falliti, riuscii finalmente a impegnarmi e ora sono sposata con mio marito da undici anni. Dopo avere fatto nascere tre figli maschi e aver sentito la vita crescere dentro di me e conoscendo l’ardente e travolgente amore che una madre può provare per un figlio, sono riuscita a capire finalmente che, sì, la vita comincia nel momento del concepimento. Ma fu solo dopo essere incappata nei link ai video di Abby Johnson [qui la sua testimonianza in italiano], e poi aver letto il suo libro ‘Unplanned’ [letteralmente ‘non pianificato’, ma il titolo richiama il nome della maggiore multinazionale degli aborti, Planned Parenthood, ‘Genitorialità pianificata’, di cui Abby Johnson era dirigente locale] che potei dire ad alta voce di essere pro-life. È stata la sorprendente storia di Abby, e la sua testimonianza coraggiosa e schietta, che mi ha aiutata ad unirmi apertamente alle file del movimento pro-life.
E anche se ora mi considero pro-life, non posso proprio sopportare gli estremisti che si trovano nelle file del movimento, e che spesso agiscono senza che tanti esponenti di spicco del movimento dicano una parola contro di essi. Ero al banco d’accettazione quando la clinica venne invasa il 22 luglio 1992, che poi abbiamo chiamato “il mercoledì dall’inferno”. Sei persone entrarono di corsa nella sala d’aspetto con un grosso aggeggio di metallo con diversi tubi attaccati, e che noi tutti credevamo essere una bomba, fino a quando non fecero scivolare le loro braccia al suo interno e cominciarono a cantare. Stettero nella sala d’aspetto “attaccati” a quella cosa per sette ore mentre la polizia locale, quella di stato e gli agenti dell’FBI cercavano di negoziare con loro e di estrarli da quell’aggeggio. Fecero la pipì sul tappeto. Le ordinarie funzioni della clinica continuarono in altre parti dell’edificio. Nessuna donna cambiò idea a seguito di quella invasione.
Stavo lavorando all’accettazione anche il giorno in cui due cliniche di Boston furono attaccate da un antiabortista armato che ferì cinque persone e ne uccise due. Passarono molte ore prima che l’uomo fosse arrestato. Boston è a cinque ore d’auto da dove lavoravo e rimasi al banco di accettazione. Mio zio, un sergente della polizia, insistette affinché portassi al lavoro un giubbotto antiproiettile per la settimana seguente quell’evento, e lo feci. A una delle precedenti direttrici della clinica per cui lavoravo fecero due volte irruzione in casa, un’altra direttrice aveva la propria casa sistematicamente soggetta a picchettaggio ed è stata seguita da casa al lavoro da veicoli sospetti in diverse occasioni. Deve esserci un modo migliore per promuovere la causa della vita [sono anch’io convinto che questo sia un pessimo modo di servire la vita, ndT].
E a proposito: l’aborto termina la vita. Punto. Questo non è in questione né dovrebbe esserlo. Questa è una verità fondamentale. Lavoravo nella sala dell’autoclave dove i “prodotti del concepimento” – così come tanti sostenitori pro-choice e assistenti della clinica per aborti chiamano il feto e la placenta – venivano ricomposti e contati per essere sicuri di “aver preso tutto”. Per gli aborti precoci, questo significava far galleggiare il contenuto del barattolo nell’acqua per visionare i villi corionici. Per aborti da circa 8 settimane e mezzo a 12 settimane, questo significava contare mani e piedi, assicurarsi che ci fossero la colonna vertebrale, il torace ed il cranio, tanto perché vi facciate un’idea. Per gli aborti dove l’età del feto era dubbia, specialmente se c’era la possibilità che fosse un “oops”, ovvero una gravidanza interrotta oltre il limite legale della clinica di 14 settimane dall’ultimo periodo mestruale [12 dal concepimento], i piedi venivano misurati per determinare più accuratamente l’età gestazionale.
Lavorare nella sala autoclave non è mai, mai stato facile. Vedevo il mio bambino perduto in ogni barattolo con parti di bambini abortiti. Una notte, dopo aver lavorato all’autoclave i miei incubi sui bambini morti furono così raccapriccianti, terribili e intensi che andai a parlare dei miei sentimenti con la direttrice della clinica. Lei era molto comprensiva, aperta ed onesta, e dolorosamente schietta quando mi disse: «Ciò che facciamo qui è porre fine a una vita. Né più né meno. Non ci sono dubbi in proposito. Hai bisogno sentirti a posto con questo lavoro». Dopo alcuni giorni in cui avevo lavorato fuori dalla sala autoclave, sentii che mi sentivo a posto con questo e, Dio mi aiuti, tornai.
Al quarto anno di lavoro nella clinica, quando ebbero l’approvazione per effettuare aborti fino a 16 settimane di gravidanza [14 dal concepimento], una donna si licenziò e due dipendenti – una delle quali ero io – si rifiutarono di lavorare sugli “ultimi giorni”. Il mio capo fu molto comprensivo e mi mise a lavorare con le pazienti ginecologiche non incinte in quei giorni.Per quanto mi riguarda, in cuor mio so che non riuscirei mai più a porre fine ad una gravidanza, MAI PIÙ – né lavorare ancora in una clinica per aborti. Se qualcuna a me cara dovesse affrontare una gravidanza, farei del mio meglio per aiutarla a trovare il modo di restare incinta e dare a quel bambino una possibilità, o diventandone genitore, o dando il bambino in adozione.
Ci sono davvero troppe vite innocenti che vengono fatte fuori nel nostro paese prima che abbiano la possibilità di fare il primo respiro, e come nazione dovremmo fare di meglio.
Dobbiamo fare meglio. Dobbiamo dare delle risorse concrete alle madri incinte che affrontano una gravidanza inattesa. Le donne e i bambini del nostro paese meritano meglio. Dopo tutto, le cose migliori della vita non sono pianificate.Buon noncompleanno, nonbambino. Mi manchi ogni giorno.
Con amore e lacrime, Mamma.
Jewels Green
Exclusive: Former Abortion Clinic Worker Speaks Out For Life
L’aborto ha ucciso 300'000 donne solo negli USA
2011-08-09
Vi propongo questo articolo che è stato pubblicato originariamente in inglese sul sito LifeNews.com. Alcune ulteriori considerazioni in fondo all'articolo stesso.
di Steven Ertelt
Un importante studioso di cancro al seno afferma che l'aborto ha causato almeno 300’000 casi di cancro al seno con conseguente morte della donna da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha legalizzato l’aborto praticamente senza limiti nel 1973 [con la famigerata sentenza Roe v. Wade, ndT].
Con decine di milioni di aborti dalla decisione della Corte ‒ e la ricerca conferma che l’aborto aumenta il rischio di contrarre il cancro al seno ‒ senza dubbio si è verificato un gran numero di casi di cancro al seno provocati dall’aborto negli ultimi 38 anni.
Il professor Joel Brind, endocrinologo del Baruch College di New York, ha lavorato con diversi scienziati a un articolo del 1996, pubblicato sul Journal of Epidemiol Community Health, che mostra un “aumento del 30% di probabilità di sviluppare cancro al seno” per le donne che hanno avuto aborti procurati. Recentemente egli ha commentato sul numero di donne che ne sono rimaste vittime:
Brind ha detto che la sua stima esclude le morti dovute all’utilizzo dell’aborto per ritardare la prima gravidanza portata a termine, un fattore di rischio riconosciuto per il cancro al seno.
Karin Malec, a capo di Coalition on Abortion/Breast Cancer, un gruppo per sensibilizzare l'opinione pubblica, dice che il numero di studi che mostra il legame tra aborto e cancro al seno continua a crescere negli anni dopo l'analisi innovativa fatta da Brind nel 1996 sui principali studi dell’epoca:
Chirurghi come la dottoressa Angela Lanfranchi, Clinical Assistant Professor di Chirurgia presso la Robert Wood Johnson Medical School del New Jersey, che ha ampiamente spiegato come l’aborto aumenti il rischio di cancro al seno, hanno visto in prima persona come l’aborto faccia male alle donne.
Nel 2002 Angela Lanfranchi ha testimoniato sotto giuramento in una causa contro Planned Parenthood in California di aver avuto conversazioni private con importanti esperti che concordavano sul fatto che l’aborto aumenti il rischio di cancro al seno, ma si rifiutavano di discuterne pubblicamente dicendo che era una questione “troppo politica”.
Come co-direttore del Programma di Sanofi-Aventis Breast Care presso il Steeplechase Cancer Center, la Lanfranchi ha curato innumerevoli donne con una diagnosi di cancro al seno. La Lanfranchi è stata nominata “Top Doc” 2010 in chirurgia del seno per l'area metropolitana di New York dalla Castle Connolly.
In un articolo che ha scritto per la rivista medica Linacre Quarterly, la Lanfranchi spiega perché l’aborto comporta dei problemi per le donne e aumenta il rischio di cancro al seno:
Due considerazioni:
1) È abbastanza evidente che, come è esistita una lobby del tabacco che ha cercato di negare e occultare il legame tra fumo e cancro ai polmoni, esiste parimenti una lobby dell'aborto che cerca di negare e occultare i legami tra aborto e diverse patologie fisiche e psichiche che esso può comportare per la madre (come mostra la storia della ricerca effettuata dal dottor Fergusson sulle conseguenze psichiatriche dell'aborto)
2) Rapportando i numeri americani all'Italia, dal 1978 l'aborto legale ha causato in Italia la morte di 30'000 donne per cancro al seno. Anche considerando il fatto che una parte degli aborti avvenuti avrebbero avuto luogo anche se l'aborto fosse stato illegale (possiamo stimare attorno alla metà), arriviamo a un surplus di 15'000 morti dovute alla sola legalizzazione dell'aborto. Le morti per aborto clandestino erano stimate (approssimativamente) attorno a 10-30 l'anno. Arriviamo così alla conclusione che la legge 194, da una parte ha 'salvato' un numero di donne che si aggira attorno al migliaio, dall'altra parte ne ha uccise molte, ma molte di più. Senza ovviamente contare il dolore morale, le conseguenze psicologiche e i suicidi, la mattanza degli innocenti, e l'aver reso nelle coscienze di molti l'aborto un fatto ‘moralmente indifferente’.di Steven Ertelt
Un importante studioso di cancro al seno afferma che l'aborto ha causato almeno 300’000 casi di cancro al seno con conseguente morte della donna da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha legalizzato l’aborto praticamente senza limiti nel 1973 [con la famigerata sentenza Roe v. Wade, ndT].
Con decine di milioni di aborti dalla decisione della Corte ‒ e la ricerca conferma che l’aborto aumenta il rischio di contrarre il cancro al seno ‒ senza dubbio si è verificato un gran numero di casi di cancro al seno provocati dall’aborto negli ultimi 38 anni.
Il professor Joel Brind, endocrinologo del Baruch College di New York, ha lavorato con diversi scienziati a un articolo del 1996, pubblicato sul Journal of Epidemiol Community Health, che mostra un “aumento del 30% di probabilità di sviluppare cancro al seno” per le donne che hanno avuto aborti procurati. Recentemente egli ha commentato sul numero di donne che ne sono rimaste vittime:
Se consideriamo attorno al 10% il rischio complessivo di cancro al seno (non considerando l’aborto), e lo aumentiamo del 30%, otteniamo un rischio del 13% complessivo riferito a tutta la vita. Considerando i 50 milioni di aborti dalla sentenza Roe v. Wade, otteniamo un eccesso di 1,5 milioni di casi di cancro al seno. Ad una mortalità media del 20% dal 1973, questo implica che l'aborto legale ha provocato circa 300’000 morti in più a causa di cancro al seno dalla sentenza Roe v. Wade.
Brind ha detto che la sua stima esclude le morti dovute all’utilizzo dell’aborto per ritardare la prima gravidanza portata a termine, un fattore di rischio riconosciuto per il cancro al seno.
Karin Malec, a capo di Coalition on Abortion/Breast Cancer, un gruppo per sensibilizzare l'opinione pubblica, dice che il numero di studi che mostra il legame tra aborto e cancro al seno continua a crescere negli anni dopo l'analisi innovativa fatta da Brind nel 1996 sui principali studi dell’epoca:
Negli ultimi 21 mesi, quattro studi epidemiologici e una recensione hanno riportato un legame tra aborto e cancro al seno. Uno studio includeva come coautrice Louise Brinton, direttrice di del settore nel National Cancer Institute. Abbiamo circa 50 studi epidemiologici pubblicati dal 1957 a oggi che riportano un legame. Vi sono anche studi biologici e sperimentali a sostenere questo legame. Gli esperti hanno dimostrato nelle riviste mediche che quasi tutti i circa 20 studi che negano il legame tra aborto e cancro al senso sono gravemente difettosi (fraudolenti). Come nel caso dell’occultamento del legame tra tabacco e cancro, essi sono usati per imbrogliare le donne e far loro credere che l’aborto sia sicuro.
Chirurghi come la dottoressa Angela Lanfranchi, Clinical Assistant Professor di Chirurgia presso la Robert Wood Johnson Medical School del New Jersey, che ha ampiamente spiegato come l’aborto aumenti il rischio di cancro al seno, hanno visto in prima persona come l’aborto faccia male alle donne.
Nel 2002 Angela Lanfranchi ha testimoniato sotto giuramento in una causa contro Planned Parenthood in California di aver avuto conversazioni private con importanti esperti che concordavano sul fatto che l’aborto aumenti il rischio di cancro al seno, ma si rifiutavano di discuterne pubblicamente dicendo che era una questione “troppo politica”.
Come co-direttore del Programma di Sanofi-Aventis Breast Care presso il Steeplechase Cancer Center, la Lanfranchi ha curato innumerevoli donne con una diagnosi di cancro al seno. La Lanfranchi è stata nominata “Top Doc” 2010 in chirurgia del seno per l'area metropolitana di New York dalla Castle Connolly.
In un articolo che ha scritto per la rivista medica Linacre Quarterly, la Lanfranchi spiega perché l’aborto comporta dei problemi per le donne e aumenta il rischio di cancro al seno:
L’aborto indotto aumenta notevolmente il rischio di cancro al seno perché interrompe i normali cambiamenti fisiologici al seno che avvengono durante una gravidanza a termine, e che abbassano il rischio di cancro al seno per la madre. Una donna che porta a termine una gravidanza a 20 anni ha una diminuzione del rischio di cancro al seno del 90% rispetto ad una donna che aspetta fino a 30 anni.
Il tessuto del seno dopo la pubertà, e prima di una gravidanza a termine, è immaturo e vulnerabile al cancro. Il 75% di questo tessuto è di lobuli di tipo 1 dove inizia il cancro duttale e del 25% di lobuli del tipo 2 dove inizia il cancro lobulare. Il cancro duttale costituisce l’85% di tutti i tumori al seno mentre il cancro lobulare ne costituisce il 12-15%.
Nonappena una donna concepisce, l’embrione secerne gonadotropina corionica umana (hCG), l’ormone la cui presenza viene rilevata nei test di gravidanza.
L’hCG fa sì che le ovaie della madre aumentino i livelli di estrogeno e di progesterone nel suo corpo, provocando un raddoppiamento della quantità di tessuto mammario. In effetti, ha più lobuli di tipo 1 e 2, dove il cancro inizia.
A metà gravidanza, a 20 settimane, il feto e la placenta producono hPL, un altro ormone, che comincia a far maturare il tessuto mammario in modo che possa produrre latte. È solo dopo 32 settimane che la madre ha abbastanza lobuli del tipo 4, maturo, che sono resistenti al cancro, così che il rischio di cancro al seno diminuisce.
L’aborto procurato prima delle 32 settimane lascia il seno materno con più tessuto vulnerabile per l’inizio del cancro. Questo è anche il perché ogni nascita prematura prima delle 32 settimane, non solo l’aborto procurato, aumenta o duplica il rischio di cancro al seno.
Aborti spontanei nel primo trimestre d'altra parte non aumentano il rischio di cancro al seno perché c'è qualcosa che non va con l'embrione, cosicché i livelli di hCG sono bassi. Un'altra possibilità è che ci sia qualcosa che non vada con le ovaie della madre e i livelli di estrogeno e progesterone siano bassi. Quando questi ormoni sono bassi il seno della madre non cresce e non cambia.
Al termine della gravidanza, l’85% del suo tessuto mammario è resistente al cancro. Ogni gravidanza successiva diminuisce il rischio di un ulteriore 10%.
Se una donna decide di abortire per qualunque ragione, dovrebbe cominciare a fare test preventivi a partire da 8-10 anni dopo l'aborto, in modo che, se si sviluppa un cancro, esso possa essere rilevato e curato precocemente per una prognosi migliore.
Nonappena una donna concepisce, l’embrione secerne gonadotropina corionica umana (hCG), l’ormone la cui presenza viene rilevata nei test di gravidanza.
L’hCG fa sì che le ovaie della madre aumentino i livelli di estrogeno e di progesterone nel suo corpo, provocando un raddoppiamento della quantità di tessuto mammario. In effetti, ha più lobuli di tipo 1 e 2, dove il cancro inizia.
A metà gravidanza, a 20 settimane, il feto e la placenta producono hPL, un altro ormone, che comincia a far maturare il tessuto mammario in modo che possa produrre latte. È solo dopo 32 settimane che la madre ha abbastanza lobuli del tipo 4, maturo, che sono resistenti al cancro, così che il rischio di cancro al seno diminuisce.
L’aborto procurato prima delle 32 settimane lascia il seno materno con più tessuto vulnerabile per l’inizio del cancro. Questo è anche il perché ogni nascita prematura prima delle 32 settimane, non solo l’aborto procurato, aumenta o duplica il rischio di cancro al seno.
Aborti spontanei nel primo trimestre d'altra parte non aumentano il rischio di cancro al seno perché c'è qualcosa che non va con l'embrione, cosicché i livelli di hCG sono bassi. Un'altra possibilità è che ci sia qualcosa che non vada con le ovaie della madre e i livelli di estrogeno e progesterone siano bassi. Quando questi ormoni sono bassi il seno della madre non cresce e non cambia.
Al termine della gravidanza, l’85% del suo tessuto mammario è resistente al cancro. Ogni gravidanza successiva diminuisce il rischio di un ulteriore 10%.
Se una donna decide di abortire per qualunque ragione, dovrebbe cominciare a fare test preventivi a partire da 8-10 anni dopo l'aborto, in modo che, se si sviluppa un cancro, esso possa essere rilevato e curato precocemente per una prognosi migliore.
Due considerazioni:
1) È abbastanza evidente che, come è esistita una lobby del tabacco che ha cercato di negare e occultare il legame tra fumo e cancro ai polmoni, esiste parimenti una lobby dell'aborto che cerca di negare e occultare i legami tra aborto e diverse patologie fisiche e psichiche che esso può comportare per la madre (come mostra la storia della ricerca effettuata dal dottor Fergusson sulle conseguenze psichiatriche dell'aborto)
Abortion Has Caused 300K Breast Cancer Deaths Since Roe
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