
Non ci fu nessun pensiero di alcun tipo riguardo all’umanità del nascituro. Per quanto mi riguardava, io, e chiunque conoscessi che sapesse, approvammo la decisione. Mi sembrava che nessuno avesse mai accennato che un feto è qualcosa di diverso da un ammasso di tessuto che aspettava un tempo indefinito che gli desse umanità. L’aborto per me allora era semplicemente una procedura chirurgica per darmi sollievo. Fui sedata, blandamente anestetizzata, ma percepivo il rumore dell’aspiratore. Questo fu fatto nell’ambulatorio di un ospedale e finì nel giro di due ore. Ero contenta che tutto fosse finito.
Dopo, però, mi sembrava di essere diventata una persona molto intollerante, scontenta del mio ruolo di casalinga, e molto critica nei confronti di mio marito perché non mi aiutava con i miei due figli. Il mio scontento fu alimentato dalle battaglie femministe dell’epoca (erano i primi anni ’70). I miei due figli erano troppo giovani per sapere dell’aborto e mio marito, normalmente una persona tollerante, si stava stancando delle mie arringhe!
Alla fine, per fortuna, circa 3 mesi dopo l’aborto, andai da una vicina per un incontro di preghiera. Quella sera ebbi un’incredibile esperienza di conversione, seguita dalla mia immersione nella Parola di Dio. Divenne una parola viva nel mio cuore e alla fine mi convinse del fatto che un bambino non ancora nato è proprio questo, un bambino non ancora nato,

Sono diventata una paladina convinta dei nascituri, nelle parole e nelle azioni.
http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudyproject/casestudy994.htm
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